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sabato 30 gennaio 2016

Crepe, legni marci e balconi a pezzi L’Aquila crolla ancora

«Dal 2 settembre, le New Town nate dopo il terremoto del 2009, si stanno sgretolando con la gente dentro». Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2016 (m.p.r.)

«Sono rimasto solo». Luigi osserva il quartiere che pochi mesi fa brulicava di vita. Silenzio. Non c’è più nessuno, come per un attacco atomico. Resta questo pensionato, Luigi Bellicoso, strano nome per una persona tanto mite. È l’ultimo abitante di una delle New Town di Cese di Preturo, i quartieri cresciuti come funghi dopo il terremoto de L’Aquila. Il miracolo reclamizzato da Silvio Berlusconi.

Ma il 2 settembre 2015 i Complessi Anti-sismici Sostenibili Eco-compatibili, le famose CASE, hanno preso ad andare in pezzi. Con la gente dentro. Ha cominciato un balcone, una mattina un crac ed è andato giù. Poi sono arrivati gli uomini del Corpo forestale coordinati dal Comandante Nevio Savini, che da anni collaborano con la Procura, e hanno scoperto che i balconi non tenevano più. Marci. Allora hanno cominciato a sigillarli, quelli costruiti da una ditta di Piacenza e da un consorzio della Campania. Ottocento. Sulle facciate sono emerse crepe. 

Quel quartiere e gli altri costruiti dalle stesse ditte (490 abitazioni) saranno evacuati. Quasi mille persone. Alberto Maurizi della Forestale ha perso giorni per visitare le famiglie e spiegare loro cosa stava succedendo. «Hai preso tutto?», chiede Matteo Valente alla moglie mentre chiude la porta e carica la Panda. Ci hanno stipato la loro vita. 

Un progetto da 800 milioni sotto inchiesta 
Ma che cosa è successo alle CASE? «Una città ricostruita in 4 mesi», titolavano trionfanti i giornali nel 2009. I dati della Protezione civile parlavano di 4.449 alloggi per 15mila persone. Un progetto da quasi 800 milioni. Da allora, come ricorda il procuratore Fausto Cardella, è stato un fiorire di inchieste. Il magistrato è preoccupato: «Abbiamo 6 pm invece di 14. È stato fatto un lavoro enorme». Ma il rischio è la prescrizione. Una cosa è certa: in tanti ci si sono riempiti le tasche. Soprattutto la camorra. «Molti progetti sono stati realizzati da associazioni di imprese guidate da una ditta aquilana che faceva da testa di legno», dicono gli investigatori. Il guaio, sostiene Cardella, «non sono gli appalti pubblici che hanno regole rigide. Ma quelli privati»: gli isolati della città sono stati uniti in “aggregati” e ognuno dato a un privato che affida gli appalti. Una manna per i clan. Inchieste come Dirty Job hanno rivelato che i lavoratori, spesso della Campania, dovevano restituire al datore di lavoro fino al 50% del compenso. 

Ci si è arricchiti su tutto. L’ultima inchiesta è quella sui balconi, condotta dal pm Roberta D’Avolio. Il bando di gara prevedeva tempi stretti e penali alte. Risultato? «Per non pagare sanzioni - dice l’accusa - una ditta piacentina avrebbe usato legno fresco invece che stagionato». I solai si sono piegati, l’acqua si è accumulata sui balconi. Fino a farli crollare. Scrivono i periti della Procura: «Il rivestimento inferiore, frontale e laterale non è stato realizzato in legno trattato per esterni… i solai sono stati realizzati con pannelli costituiti da tavolati in legno massello chiodato e incollato in modo discontinuo». E così qualcuno si sarebbe arricchito, altri - alti dirigenti della Protezione civile - non avrebbero vigilato, ma mille persone devono di nuovo lasciare le case. 

C’è stato di peggio, come lo scandalo degli isolatori sismici. Un’inchiesta - già ci sono state condanne in Appello - condotta dal pm Fabio Picuti. Gli esperti la descrivono così: «Il bando prevedeva che le case dovessero poggiare su isolatori sismici». Una saggia cautela o un modo per riempire le tasche a qualcuno? «I costi sono raddoppiati e si sono realizzate piattaforme di cemento che resteranno per sempre anche se le CASE dureranno pochi anni». Dai collaudi è emerso che quasi il 50% degli isolatori non sarebbero in regola. «Erano privi dei certificati di omologazione e qualificazione…alcuni campioni non hanno superato le prove rompendosi». Il costo è quasi raddoppiato. Senza garantire la sicurezza. L’ombra della truffa assume a volte tinte tragicomiche. Il pm Simonetta Ciccarelli ha portato a processo un’impresa di pompe funebri che avrebbe certificato di aver sepolto una quarantina di vittime che non aveva mai visto. La cresta sui defunti. 

I muri in cartongesso e i ruderi abbandonati 
Ma il balcone crollato ha distrutto il mito delle CASE. Basta infilare il dito nel legno marcio di Cese di Preturo. Ma anche in altre, come ad Assergi, ai piedi del Gran Sasso. Qui Francesca Di Noto racconta «di muri in cartongesso che si sciolgono con la neve, prese della corrente senza nemmeno i fili, specchi fotovoltaici non collegati». Il vicino mostra un buco nel pavimento. Dovevano durare 15 anni le CASE. Vanno a pezzi dopo 6. «Resteranno centinaia di ruderi», sospira Camilla Inverardi - architetto con la passione per il suo mestiere e per L’Aquila - indicando i complessi con stili a volte surreali. «Non c’è stato un disegno preciso nella ricostruzione. A partire dai colori. Ma guardate queste case! Azzurro puffo, giallo evidenziatore e viola cocotte. Il colore della nostra città era il bianco, come la pietra delle montagne». 

Oggi la ricostruzione è ripartita. Per le strade l’aria è piena di polvere di calce. Ma non bastano i palazzi. La sfida è riportarci la vita. L’impressione è che la regia sia da perfezionare: «C’è una ricostruzione a macchia di leopardo», ancora Inverardi. «Così chi ha recuperato la casa non può andarci ad abitare perché le strade intorno sono un cantiere». Per non dire degli allacci, l’elettricità, l’acqua. I lavori interferiscono con i cantieri delle case e si bloccano a vicenda. Intanto ecco voci di progetti mirabolanti, come una specie di ponte di Brooklyn sull’Aterno, roba da 8 milioni mentre le scuole attendono di essere ricostruite. Per non parlare del “cratere”, l’area intorno a L’Aquila. Qui a essere distrutta è anche la legalità: c’è chi ha comprato ruderi, caduti prima del sisma, e li ha trasformati in case abusive, ristoranti e negozi. E ci sono paesi che di notte sono un ammasso di ombra. Antonio Moretti, geologo dell’università, abita ad Arischia, borgo a venti chilometri da L’Aquila. Fino al 6 aprile 2009 ci vivevano in 5 mila. Adesso dalle finestre escono buio e freddo umido. A ogni rudere corrisponde un nome: “Qui abitava Attilio”, “qui c’era il panettiere”. Se ne sono andati tutti.
Riferimenti

Nell'archivio del vecchio eddyburg c'e un'intera cartella di analisi e denunce dei devastanti eventi tra loro per chi è stato il peggiore: il sisma o il dopoterremoto, Poprio qui: Terremoto all'Aquilax