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mercoledì 6 gennaio 2016

Asili, la resa delle città I nidi affidati ai privati

Una notizia che non dovrebbe muovere solo le donne. Colpito non solo un pricipio costituzionale, ma anche un diritto conquistato con una lotta che è durata un secolo. Da  Nathan a Tronca: un abisso. La Repubblica, 6 gennaio 2016, con postilla

Nella Roma pubblica in dissesto anche gli asili nido (0-2 anni) vengono alienati ai privati e le scuole materne (3-6 anni) riconsegnate allo Stato. Ci voleva un commissario, il prefetto Francesco Paolo Tronca, per avviare l’operazione più impopolare, impostata dalla giunta Marino peraltro: diciassette strutture per post-infanti in cinque municipi diversi sono pronte per il passaggio al privato. Tra queste, nomi storici dell’educazione infantile. È scritto nel Documento unico di programmazione comunale (2016-2018). Le liste d’attesa restano inevase, i costi generali necessari per allargare le sezioni degli asili nido — 6,5 milioni — non sono più sostenibili da un’amministrazione che viaggia con 12 miliardi di debito sulla schiena. Già. Il Campidoglio oggi gestisce 209 asili nido in città: ospitano 13mila bambini. Le strutture private e convenzionate (con il Comune) sono 221, maggioritarie quindi, ma con un numero di piccoli inferiore: settemila. Si parte con l’alienazione nell’arco del 2016 dei primi diciassette asili e si proseguirà negli anni successivi con nuove tranche. Il piano Tronca prevede, quindi, una “riconsegna totale” delle materne allo Stato.

A Roma la privatizzazione corre a fianco dell’aumento delle rette comunali, anche questo già previsto dalla giunta Marino: per l’anno scolastico 2016-2017 i canoni saliranno tra il 6 e il 12 per cento, con un aumento medio di 200 euro per famiglia. A ottobre 2014 le mamme di Roma inscenarono la plateale protesta dei passeggini sul piazzale del Campidoglio contro il “caro terzo figlio”, ma non servì a calmierare le rette. Il commissario Tronca non sta cedendo alle critiche dei partiti e dice: «Il progetto va avanti, il Comune risparmia e si creeranno posti di lavoro».

La statalizzazione delle materne comunali e la cessione della gestione dei nidi è storia delle ultime quattro stagioni italiane, riguarda le grandi città del Centro-Nord e gli indebitamenti progressivi dei Comuni gestori. Nella primavera del 2012 Piero Fassino scelse di passare al privato sociale dieci dei 54 asili di proprietà del Comune di Torino e rivendette la decisione come un’illuminata fusione dei servizi pubblico-privati: «Il sistema misto di gestione del welfare a Torino è un gioiello», disse. La verità è che nel 2012 l’amministrazione sforò il patto di stabilità e perse la possibilità di stabilizzare 340 educatrici. Le dirottò sul privato, tutelandole sul piano contrattuale e controllando l’applicazione delle tariffe. E così, nel 2012, quando a Torino si contavano 83 scuole dell’infanzia comunali e 50 statali, iniziò una seconda conversione: quest’anno ne saranno statalizzate altre cinque.

A Bologna gli asili gestiti dal Comune sono il 66 per cento. Palazzo d’Accursio spende ogni anno 38 milioni di euro, le rette coprono solo il 13% dei costi e a settembre 926 bambini (su 2.441) resteranno fuori. A Firenze, la scorsa primavera, altri due asili comunali sono passati alle coop. «Ci mancano 65 insegnanti sulla materna e 31 educatori», si giustificò il sindaco Dario Nardella. Ribellioni di sindacati e genitori per la privatizzazione italiana dei nido si sono registrate a Biella, Teramo, l’altroieri a Perugia. Questa richiesta impellente di posti ed educatori si scontra con la lacuna della Buona scuola che — per mancanza di fondi — ha chiuso le porte all’assunzione dei docenti d’infanzia. Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd e autrice della legge 0-6 anni per la continuità didattica, dice: «Valutiamo la possibilità di finanziare i Comuni e non più le Regioni, consentendo ai nidi pubblici di allargarsi». A giorni sarà pronto il bando del concorso per l’assunzione docenti, che comprende le scuole dell’infanzia. Se non ci sarà preselezione anche a questo livello — come ha chiesto il Pd — i vincitori del nuovo bando entreranno in cattedra nel 2017, mentre il prossimo settembre il ruolo potrebbe andare alle Gae più alte in graduatoria e ai duemila idonei del concorso 2012.

postilla

Segno dei tempi la privatizzazione degli asili e delle scuole per la prima infanzia. Segno della miseria intellettuale e umana che ottenebra le menti dei nostri governanti Ma segno anche dell’incredibile “ritorno al passato” che ne nasconde la maschera rinnovatrice, buona solo per gli stolti.

Incredibile, poi, che il segnale forte venga da Roma, la città che fu governata dal sindaco Ernesto Nathan negli anni tra il 1907 e il 1912. Fu allora che a Roma s’istituirono i primi 150 asili comunali. Nathan era un sindaco che si poneva  l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle masse che la veloce urbanizzazione aveva condotto nella città e al tempo stesso di tagliare le unghie alla speculazione edilizia. Nell’Italia di Renzi e delle teste di paglia che lo sopportano si fa esattamente il contrario, senza mediazioni.

Se le istituzioni del regno renziano  eliminano gli essenziali elementi del welfare conquistato nel corso di un secolo sarebbe bello se altre realtà sociali si impadronissero delle conquiste del passato per difenderne la sopravvivenza. Non è forse cosí che Syriza e Podemos acquistarono il consenso popolare che li portò alla vittoria elettorale?


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