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sabato 5 dicembre 2015

Se il carcere cancella la costituzione

Sull'episodio più vergognoso del giorno un  commento di Adriano Prosperi e una nota di Maria Novella De Luca. La Repubblica, 5 dicembre 2015




SE IL CARCERE CANCELLA LA COSTITUZIONE
di Adriano Prosperi


Un dialogo  con un graduato (un brigadiere) delle forze della polizia carceraria. Gli ha chiesto: «Brigadiere, perché non hai fermato il tuo collega che mi stava picchiando?». Gli è stato risposto: «In questo carcere la Costituzione non c’entra niente». E anche: « Se la Costituzione fosse applicata alla lettera questo carcere sarebbe chiuso da vent’anni».

La cosa stupefacente non è che un detenuto sia stato picchiato. Né che ci siano state quella domanda e quella risposta. La cosa fra tutte più singolare è proprio il nostro stupore. Davvero riusciamo a stupirci? Davvero non sapevamo che ci sono dei luoghi dove la Costituzione non vale? E non sapevamo forse che fra quei luoghi ci sono proprio quelli che si richiamano alla Giustizia? Gli uomini che picchiano ne recano il nome sulla loro divisa. Il loro ministero di riferimento è quello che si chiamava di Grazia e Giustizia. La Grazia se n’è uscita alla chetichella. Ma la parola Giustizia è ancora lì. Non solo: quei luoghi sono governati in nome della Costituzione. La Costituzione è come un cielo che ci copre tutti. Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me, diceva Kant. La Costituzione nasce dalla volontà di sostituire all’illusoria volta di un cielo che, come diceva una canzone di Jacques Brel, “n’existe pas”, la protezione effettiva di un orizzonte comune, quella di princìpi e regole validi dovunque si estendano i confini dello Stato sovrano. È la coscienza di essere coperti da questo cielo che ci fa muovere negli spazi della vita quotidiana.

Ma ora, questo scambio di parole affiora in superficie dal fondo di un carcere e ci sbatte in faccia una verità che abbiamo finto ostinatamente di non conoscere: nelle nostre carceri la Costituzione non esiste. Ma davvero si può dare uno spazio pubblico, addirittura un luogo della giustizia dove la Costituzione non vale? Quando questo accade, è come se sulle mura della casa comune si aprisse una crepa. La crepa, trascurata, si allarga. Come in un celebre racconto di E.A.Poe, minaccia la rovina finale dell’edificio.

Sottrarre una parte dello Stato alle regole costituzionali è un reato. La legge deve punirlo. Ma quando nella comune coscienza si installa la certezza che esiste uno spazio — quello carcerario — dove la Costituzione non vale, quando lo si sa e lo si dice apertamente in difesa di una pratica di vessazioni e torture nelle nostre piccole Guantanamo, allora vuol dire che la crepa sta intaccando le fondamenta. Quel brigadiere ha detto che se la Costituzione valesse in quei luoghi, le carceri sarebbero state chiuse da tempo. Con quel brigadiere siamo in disaccordo totale per le cose che non ha fatto: doveva impedire che il detenuto venisse picchiato e non lo ha fatto. Ma siamo d’accordo con lui su quello che ha detto. Se la Costituzione è in vigore, quelle carceri debbono essere chiuse. Dovevano esserlo da decenni.

È un ritardo da colmare. Rachid Assarag, quali che siano le sue colpe, resterà nella storia italiana per aver smascherato una lunga, non più tollerabile ipocrisia collettiva.


BOTTE IN CARCERE
INDAGA IL MINISTERO
di Maria Novella De Luca

Orlando invia gli ispettori negli istituti coinvolti dalle registrazioni del detenuto ora ricoverato a Torino Manconi: “Abusi anche a Napoli”. Il sindacato: “Tutto da verificare, polizia penitenziaria è istituzione sana”

Le registrazioni di Rachid Assarag sono diventate un caso. Quelle voci che testimoniano botte e sevizie ai detenuti in diverse carceri italiane, violenze definite addirittura «educative» dagli agenti di custodia, hanno spinto ieri il ministro della Giustizia Andrea Orlando a chiedere al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) di inviare gli ispettori nei diversi istituti di pena dove gli abusi sarebbero avvenuti. Gli audio raccolti di nascosto da Rachid Assarag, detenuto marocchino condannato per stupro, che ha registrato decine di conversazioni con le guardie che lo picchiavano in cella, hanno fatto tornare in primo piano il dramma della violenza nelle carceri.

Rachid Assarag, detenuto dal 2009, ha già cambiato undici istituti di pena. Dopo aver subito le prime violenze nel penitenziario di Parma («fui picchiato da quattro agenti con la stampella a cui mi appoggiavo per camminare») Rachid prova a denunciare l’accaduto. Ma la risposta è il silenzio. Così trasferito di prigione in prigione, Rachid inizia a registrare di nascosto ogni abuso che lo riguarda. Gli audio, resi pubblici dall’associazione “A buon diritto”, di cui è presidente Luigi Manconi e pubblicati ieri da Repubblica. it, sono agghiaccianti. «Brigadiere — chiede Rachid — perché non hai fermato l’agente che mi picchiava?». «Fermarlo? No, io vengo e ti do altre botte», la risposta. E poi: «Il detenuto — afferma il cosiddetto “brigadiere” nella prigione di Prato — quando esce da qui è più delinquente di prima, perché è l’istituzione carcere che non funziona ». Ma c’è di peggio. Come quando lo stesso interlocutore afferma che per i detenuti le botte sono «educative » e, accusato dall’abile Rachid di non rispettare la Costituzione, risponde: «Se la Costituzione fosse applicata alla lettera questo carcere sarebbe chiuso da vent’anni. Qui tutto è illegale...».

Commenta Fabio Anselmo, legale di Assarag. « I fatti sono gravissimi. In alcuni casi di parla anche delle morti dei detenuti. Rachid sa di aver sbagliato, ma si chiede perché il carcere debba infliggergli anche una ulteriore pena. Le sue registrazioni comunque sono già state ammesse da due giudici a Firenze e a Parma».

Scettico invece sulle prove degli abusi subiti da Rachid, Donato Capece, segretario del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria. «Non so come sia possibile che un detenuto tenga con sé un registratore. Sarà necessario verificare tutto, ma deve essere chiaro che la polizia penitenziaria è una istituzione sana».

Conferma al contrario il racconto del detenuto marocchino Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna. «Sapevamo delle sue denunce, informammo il sostituto procuratore di Parma che si attivò. E in quel carcere, allora, il clima era sicuramente di intimidazione». Avverte Luigi Manconi: «Il caso di Rachid non è isolato. Noi continuiamo a ricevere segnalazioni di violenze e abusi. E tra queste le più preoccupanti arrivano da Poggioreale, dove in due padiglioni già noti, Milano e Napoli, sembra che accadono fatti su cui si dovrebbe indagare». Intanto Rachid ormai in sedia a rotelle, dopo aver perso 18 kg per lo sciopero della fame iniziato un mese fa, è stato ricoverato nel Centro clinico del carcere di Torino.
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