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domenica 27 dicembre 2015

Revelli: «Con la riforma Rai Renzi il populista è padrone della tv»

Qualche ulteriore pennellata sull'importante tappa del colpo di stato del "populista di governo" di Matteo Renzi.«Operazione di “comando e controllo” sconcertante Berlusconi non avrebbe osato tanto, le piazze si sarebbero ribellate» . Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2015, con postilla

Un attacco violento. L’ennesimo atto di “populismo di governo”, come teorizza in Dentro e contro (Laterza), il suo ultimo saggio. Così Marco Revelli, professore di Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale, descrive la riforma della Rai approvata dal Senato il 22 dicembre.

Come giudica questa riforma della Tv di Stato?
«Difficile trovare una parola giusta. Forse “indecente” è quella che più si addice. È una violenza al sistema mediatico e forse nemmeno Silvio Berlusconi sarebbe arrivato a far tanto, facendo dipendere la tv pubblica direttamente dal governo. Si va al di fuori del quadro democratico».

C’era da aspettarselo?
«Sì, perché segue una serie di ‘editti bulgari’ per far conformare i media all’ottimismo di Stato».

Quali editti?
«Penso a tutte le dichiarazioni di fastidio verso i media ostili a Renzi che sono filtrate, dall’attacco volgare ai ‘professoroni’, quelle voci che non si sono conformate al suo pensiero, alle critiche al Tg3 c h e – io personalmente – ri tenevo conforme, fino alla Leopolda con le graduatorie di insofferenza (alle prime pagine dei quotidiani, tra cui il Fatto, ndr)».

Dalla Leopolda arriva l’amministratore delegato della Rai Antonio Campo Dall’Orto. Cosa si è creato: un’oligarchia o un cerchio magico?
«È stata un’operazione di “comando e controllo” francamente sconcertante. Se confrontiamo gli organigrammi e il modo in cui sono state collocate le diverse figure negli enti e nelle aziende di Stato, allora vediamo che la lda è stata il luiogo dell’accreditamento dell’esecutivo. Sin dalle prime nomine sono stati piazzati gli amici trovati tra quel- li che hanno contribuito alla raccolta fondi o alla scalata del sindaco di Firenze a Palazzo Chigi».

Nel suo ultimo libro lei parla di “populismo di governo”. In che maniera questo si attua con la riforma della Rai?
«La prima cosa che può fare un populista di governo è impadronirsi della televisione pubblica. Come i populismi si usa un linguaggio caldo, emotivo, che sconvolge gli equilibri per indebolire o cancellare i corpi intermedi – sindacati, organizzazioni di categoria... – e instaurare un rapporto diretto tra capo e moltitudine. Lo fanno un po’ tutti, però la differenza di Renzi è che lo fa dall’interno delle istituzioni».

Per lei è un passaggio del “populismo di governo?

«Sì, perché Renzi è molto coerente col suo programma. Lavora a 360 gradi sulla riforma costituzional e sella legge erklettorale, sull’assetto del Parlamento e del suo stesso partito. È la costruzione verticale del potere sotto la sua persona».

In che senso?
«Si guardi ai recenti fatti delle banche, con le figure dei ‘babbi’ e dei legami familiari arrivati da luoghi periferici, dalla Toscana a Roma, è il ritorno dello ‘strapaese’ che domina con strumenti bolsi. Sono circoli magici di amici, amiconi e amiche che rappresentano un mondo provinciale della gestione del potere. Se la Prima Repubblica vedeva in posizioni influenti i capitalisti moderni e dinamici per il loro tempo, e se nella Seconda Repubblica c’era un capitalista di seconda fila al potere, ora abbiamo figure di terza fila».

Che conseguenze avrà la riforma della Tv di Stato?
«La Rai era un baraccone e tale rimarrà con la subalternità al potere e la reticenza a raccontare la realtà. Si va verso una narrazione addomesticata, dettata dall’alto e monocorde. Accadrà ai grandi quotidiani come Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa, se guardiamo alle nuove nomine, e non possiamo aspettarci una contronarrazione da Mediaset. Rimangono poche voci libere».

Cosa sarebbe accaduto se questa riforma fosse stata fatta una decina di anni fa coi governi di Berlusconi?
«Ci sarebbero state tre milioni di persone in piazza, non solo per la Rai, ma per tutto. Repubblica avrebbe fatto dei titoli a tutta pagina, i Ds avrebbero chiamato alla mobilitazione, i sindacati dei giornalisti avrebbero fatto fuoco e fiamme... »

Non ci sono più anticorpi?
«Sono stati messi alla berlina dalla mutazione genetica del Pd. Una parte di quegli anticorpi sono diventati portatori sani della subalternità a ciò che non sarebbe mai stato accettato, e così sono diventati trasmettitori del contagio».

postilla
In verità nel secolo scorso c'è stato in Italia un altro illustre esempio di "populismo di governo". Quella volta fu un romagnolo, anche lui di provincia. La differenza è che allora fu necessaria un'azione violenta, questa volta no. Ma Mussolini non aveva avuto un preparatore come Silvio Berlusconi, nè un ambiente internazionale favorevole come il neoliberismo. 
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