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martedì 1 dicembre 2015

La notte dei musei e l'eclissidell'articolo 9

Le tappe del percorso che il governo sta percorrendo per asservire la cultura alla politica dominante. La distruzione della funzione culturale dei musei come epit Il Mulino, n.6/2015
Resta «come elemento dominante del quadro contemporaneo l’esercizio in persona prima e la proposta instancabile di una personalità d’intellettuale, il quale anziché cedere alla continua insidia e alla tradizione delle tante trahisons, assumesse e mantenesse ad ogni costo e in ogni caso la responsabilità dell’intervento mondano dello spirito critico [...] Non posso ricordare senza commozione come Delio Cantimori percepisse con chiarezza di storico delle eresie questo atteggiamento, donandomi nel 1934, al ritorno da un viaggio nella Germania già nazificata la riproduzione del gufo disegnato dal Dürer, con questo commento: Mon seul crime est d’y voir claire la nuit». Così annotava Carlo Ludovico Ragghianti – storico dell’arte, ma anche presidente del Cln toscano e capo del governo provvisorio che liberò Firenze – ridando alle stampe, nel 1972, il suo Profilo della critica d’arte in Italia scritto esattamente trent’anni prima».

Fa una certa impressione rileggere questa pagina nell’Italia del 2015: perché certo siamo lontanissimi dalla tragedia degli anni Quaranta del secolo scorso, e tuttavia il riemergere di pulsioni e riforme di marca chiaramente autoritaria si intreccia con un esplicito disprezzo verso le voci del dissenso, specie se espresse da professori – additati di nuovo come «gufi», che hanno appunto il torto di veder chiaro nella notte. È proprio per questo che credo sia necessario fissare lo sguardo in quella che appare come la notte dei musei italiani: perché nella riforma varata dal governo Renzi le ombre prevalgono nettamente sulle luci. Se lo farò «in prima persona», per riprendere le parole di Ragghianti, è perché avverto la pesante responsabilità di aver contribuito ad avviare il processo che ha portato a questa infausta conclusione.

Sono stato infatti tra i primi – se non il primo – ad aver posto la questione dell’autonomia dei musei in seno alla commissione per la riforma del ministero per i Beni culturali nominata dal ministro Massimo Bray. Nella relazione finale licenziata da quell’organismo il 31 ottobre 2013 si rinviene una traccia di quella approfondita discussione:

«Con riferimento agli Istituti culturali operanti sul territorio, è emersa con forza l’idea di conferire ad essi un’ampia autonomia tecnico-scientifica e gestionale, prendendo spunto anche dall’assetto delle strutture periferiche dell’amministrazione francese che si occupano di beni culturali: ciò nella convinzione che le strutture operanti sul territorio siano i migliori presidi della tutela e della conservazione del patrimonio culturale e che vadano salvaguardate al massimo le capacità dei corpi tecnici, spesso sacrificate nelle amministrazioni pubbliche italiane. Con particolare riferimento ai Musei, è auspicabile che la loro autonomia si estenda, quanto più possibile, anche alla definizione degli orari di apertura e dei prezzi dei biglietti. Ovviamente, la maggiore autonomia deve essere affiancata da una maggiore trasparenza: ad esempio, tutti i Musei dovrebbero realizzare un report annuale che dia una panoramica delle attività svolte e mostri come le risorse siano state impiegate, rendendo anche disponibili gli elenchi delle acquisizioni, l’illustrazione delle mostre, delle attività educative, didattiche e di ricerca».

Non si tratta di un testo felice, né particolarmente incisivo: eppure basta a chiarire due punti fondamentali. Il primo è che l’autonomia era stata pensata innanzitutto in termini tecnico-scientifici, il secondo è che essa avrebbe dovuto riguardare non solo i musei ma tutti gli istituti culturali (a partire dalle biblioteche e dagli archivi). La mia personale idea era che tali istituti non recidessero il cordone ombelicale che li lega al contesto ambientale e culturale – perché è questo sistema di nessi il vero capolavoro della nostra tradizione –, ma che le comunità scientifiche lì residenti acquistassero finalmente una autonomia culturale sostanziale: e cioè la possibilità (giuridica e finanziaria) di costruire e attuare un progetto culturale fondato sulla produzione della conoscenza (attraverso la ricerca) e sulla sua redistribuzione (attraverso la didattica, la divulgazione, l’apertura più radicale possibile ai cittadini).

In ogni caso, la relazione ammoniva a tenere conto dei «problemi cronici nei quali versano le gestioni attuali delle Soprintendenze italiane», tra i quali veniva citata al primo posto l’«insufficienza delle risorse»: qualunque riforma a costo zero (o addirittura con l’ambizione di tagliare ulteriormente le risorse di un sistema ridotto allo stremo) avrebbe potuto determinare la crisi irreversibile e finale del sistema della tutela pubblica. Che è quel che è poi puntualmente successo.

Oltre a questo irredimibile peccato originale, gli errori fatali della cosiddetta riforma Franceschini (disposta dal Dpcm 171 del 29 agosto 2014, dettagliata dal Dm del 23 dicembre 2014 e in corso di applicazione durante il corrente 2015) sono, a mio avviso, tre. Il primo è la separazione radicale, e direi violenta, tra tutela e valorizzazione: la prima lasciata alle soprintendenze, la seconda prospettata come unica mission dei musei.

Ciò deriva dall’interpretazione, oggettivamente eversiva, della valorizzazione non come finalizzata all’aumento della cultura (come vuole – recependo il dettato costituzionale e le sentenze della Corte costituzionale – il Codice dei Beni culturali) ma invece come messa a reddito del patrimonio. Da qui l’idea di non occuparsi di luoghi improduttivi (implicitamente destinati all’estinzione: gli archivi e le biblioteche), e quella di sfilare venti supermusei (sette di prima classe, tredici di seconda) su cui concentrare risorse e attenzione. Errore nell’errore, la creazione di Poli regionali museali in cui gettare alla rinfusa tutto ciò che avanza (musei veri e propri, siti archeologici, monumenti), con l’unico criterio, brutalmente burocratico, della bigliettazione: se si paga è «valorizzazione», e dunque si va nel calderone dei Poli; se non si paga è tutela, e dunque si rimane nelle soprintendenze.

Naturalmente, essendo la riforma fatta a costo zero – e anzi contenendo la ratifica del permanente ridimensionamento della pianta organica del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (Mibact) da 25.500 a 19.050 unità di personale – la maggior attenzione attribuita alla valorizzazione si traduce, automaticamente, nello strangolamento della funzione di tutela. Sui miseri 377 storici dell’arte che oggi lavorano nel Mibact, ben 240 lavoreranno nei musei. Il che significa, per esempio, che un solo storico dell’arte dovrà occuparsi di
tutte le Marche,
in tre dovranno
tutelare Milano,
Como, Bergamo, Lecco, Lodi,
Monza-Brianza,
Pavia, Sondrio e Varese, in due Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli, in sette tutta la Campania di De Luca, e ancora in tre Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara. L’Istituto nazionale per la Grafica avrà tanti storici dell’arte (nove) quanti le soprintendenze di Roma, Napoli e Firenze (con Prato e Pistoia) messe insieme; a Venezia quattordici storici dell’arte per i musei, mentre per città e Laguna solo quattro; a Caserta cinque saranno chiusi nella Reggia, e uno difenderà il territorio. Commentando questo quadro desolante, Salvatore Settis ha detto che «sembra quasi che si voglia distinguere una bad company (le soprintendenze e la cura del territorio, contro cui si schierava il premier Renzi quando era sindaco di Firenze) e una good company che sono i musei, intesi come “valorizzazione”. E le bad companies sono fatte per essere liquidate». Alcuni dati di fatto certificano che la percezione di Settis è esatta: la ratio della cosiddetta riforma Franceschini si capisce fino in fondo quando la si legga insieme agli altri principali provvedimenti presi, in materia, dallo stesso governo Renzi. Citiamo soltanto, e nel modo più corsivo, lo Sblocca Italia firmato da Maurizio Lupi (che allarga a dismisura la possibilità di derogare alle leggi e alle procedure di tutela per realizzare infrastrutture, e in generale per cementificare; e che estromette il Mibact dalla scelta degli immobili pubblici da alienare, prefigurando la vendita di parte almeno del patrimonio culturale monumentale pubblico), la legge delega Madia (che introduce il gravissimo silenzio-assenso tra amministrazioni: il quale, in presenza di una struttura di tutela a bella posta debilitata fino al collasso, sarà il vero cavallo di Troia del sacco di ciò che resta del paesaggio italiano; e che prevede la confluenza delle soprintendenze in uffici territoriali dello Stato diretti dai prefetti, facendo così saltare ogni contrappeso tecnico al potere esecutivo), l’annunciato rilassamento della legislazione sull’esportazione delle opere d’arte. Fedele al suo programma «culturale» («padroni in casa propria»: che dopo esser stato il motto della Legge Obiettivo di Berlusconi nel 2001, è il claim ufficiale dello Sblocca Italia) Matteo Renzi sta riportando indietro le lancette della tutela del patrimonio e del paesaggio: fino alla drammatica fase che non solo precede l’articolo 9 della Costituzione repubblicana, ma anche le Leggi Bottai del 1939 e perfino la Legge Rosadi del 1909.

Il secondo errore radicale è aver scommesso tutto non sulle comunità scientifiche dei musei, ma sulla figura monocratica del direttore. Un errore che deriva da uno stato di fatto (per le ragioni appena dette, quelle comunità scientifiche di fatto non esistono: e anche in alcuni dei venti supermusei lo staff si riduce letteralmente a due funzionari), ma anche da una prospettiva culturale neoautoritaria: la stessa che modifica la Costituzione e la legge elettorale invocando mani libere per l’esecutivo, che verticalizza la scuola esaltando i presidi, che assolve da ogni vincolo sociale il datore di lavoro.

Se, almeno, quei direttori fossero stati scelti in modo serio e trasparente la riforma avrebbe segnato un punto sul campo. Ma così non è stato: al di là della propaganda governativa (e con il massimo rispetto dei nuovi direttori, cui non si può che augurare ogni bene), i risultati sono stati oggettivamente modesti. La «grande levatura scientifica internazionale», sbandierata da Dario Franceschini sulla prima pagina di un’«Unità» decisamente postgramsciana, semplicemente non esiste. Sono stati promossi a direttori di grandi, e a volte grandissimi musei, storici dell’arte che erano curatori di sezioni di musei di secondo o terzo ordine: nemmeno uno dei nuovi nominati ha avuto esperienze lontanamente comparabili alle responsabilità che si accinge ad assumere. In due casi estremi – attestati entrambi in Campania: la Reggia di Caserta e il Museo archeologico nazionale di Napoli – sono state scelte figure professionali dalle competenze remotissime, e francamente incomparabili alle enormi responsabilità in gioco. Con questa selezione, insomma, lo Stato italiano ha fatto una scommessa, scegliendo di affidare direzioni a persone non ritenute mature per una direzione nelle stesse istituzioni in cui finora lavoravano.

Quando le terne di idonei composte dalla commissione sono state rese note (con quasi due mesi di ritardo dall’annuncio dei risultati finali) è stato evidente che – nonostante la presenza, fra i cinque commissari, di due autorevoli rappresentanti della comunità scientifica internazionale – la scelta era stata ideologicamente orientata. Laddove l’ideologia era la aprioristica determinazione ad escludere (con una sola eccezione su venti) tutti i funzionari interni del ministero: arrivando fino a non comprendere nella terna degli Uffizi chi li aveva diretti per nove anni. Ma, forse, il dato più
impressionante
è il ricorrere de-
gli stessi nomi,
giudicati idonei
per musei radi-
calmente diversi tra loro: la terna degli Uffizi e quella della Galleria Borghese si sovrappongono per due terzi, e lo stesso accade per i Musei archeologici di Taranto e Reggio Calabria. E la commissione ha giudicato gli stessi candidati buoni indifferentemente per musei radicalmente diversi (l’Accademia di Venezia e Brera; Brera e la Gnam di Roma; Torino e Urbino; e addirittura l’Estense di Modena, Barberini a Roma, il Bargello di Firenze e la Galleria Nazionale dell’Umbria...). Questo impressionante valzer di nomi che tornano buoni per tutte le posizioni indica due cose. La prima è che le candidature giudicate potabili anche con la manica larga della commissione erano incredibilmente poche, e che dunque il bando si è risolto in un fallimento che ha messo i selezionatori con le spalle al muro.

La seconda è che la competenza scientifica, semplicemente, non conta: la figura di direttore di museo si avvia a diventare un po’ come quella del curatore nell’arte contemporanea. Si è direttori a prescindere da cosa si dirige. Ma, ammesso che la cosa abbia senso in America o in Inghilterra, non ne ha per nulla in Italia: dove le collezioni hanno storie individualissime che non le rendono intercambiabili tra loro.

Questo esito sconcertante è il traguardo di una serie di passi falsi. Uno è aver emesso il bando prima di aver reso ben chiari e fermi i poteri sostanziali dei direttori, i finanziamenti dei musei, i rapporti futuri con gli onnivori concessionari for profit che di fatto da vent’anni tengono in pugno i grandi musei: una fretta che ha sconsigliato i veri direttori di museo dal presentare la domanda,

Un altro è aver sommato in un unico bando venti musei diversissimi tra loro, con il bel risultato che la commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte. Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di due ore, un colloquio privato col direttore di due ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee. E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario in un quarto d’ora. Un terzo passo falso è aver attribuito un enorme potere discrezionale, diretto e indiretto, al ministro: la commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente autorevole, ma non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo). In più, le terne prodotte da questa commissione finivano nelle mani del ministro stesso (che da esse sceglieva direttamente i direttori dei sette musei ritenuti più importanti) e del direttore generale dei musei (che riporta direttamente al ministro).

Queste ultime considerazioni introducono a quello che, a mio giudizio, è il terzo errore radicale che ha fatto sprofondare i musei nella notte attuale: che è appunto la lottizzazione politica dei loro organismi scientifici, e dunque la connessa prefigurazione di una loro sostanziale devoluzione agli enti locali attraverso la trasformazione in fondazioni di partecipazione. L’articolo 12 del secondo capo del decreto ministeriale sull’organizzazione dei musei prevede che «il Comitato scientifico è composto dal direttore dell’istituto, che lo presiede, e da un membro designato dal Ministro, un membro designato dal Consiglio superiore “Beni culturali e paesaggistici”, un membro designato dalla Regione e uno dal Comune ove ha sede il museo. I componenti del Comitato sono individuati tra professori universitari di ruolo in settori attinenti all’ambito disciplinare di attività dell’istituto o esperti di particolare e comprovata qualificazione scientifica e professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali».

Il coinvolgimento degli enti locali presenta innanzitutto evidenti tratti di incostituzionalità: il patrimonio storico e artistico è «della nazione» (art. 9. Cost.), e dunque non si capisce perché il Comune di Firenze debba influenzare la direzione culturale degli Uffizi più di quello di Milano, o la Regione Veneto determinare quella dell’Accademia di Venezia più della Regione Campania. In Costituente, Concetto Marchesi si batté con la profondità del latinista e la sapienza del giurista, ma soprattutto con l’amara consapevolezza del siciliano: l’approvazione dello statuto autonomo speciale della sua regione (che prevedeva la legislazione esclusiva anche in materia di «conservazione
delle antichità e
delle opere artistiche», e che
ha in effetti poi
determinato un
terribile degrado del patrimonio siciliano) gli faceva temere che la raffica regionalistica avrebbe investito anche questo campo delicato del nostro patrimonio nazionale. E l’Assemblea reagì con «vivi applausi» quando Marchesi paventò il forte rischio che «interessi e irresponsabilità locali abbiano a minacciare un così prezioso patrimonio nazionale». Che è esattamente ciò che sta succedendo. Si badi, non è un caso; Franceschini ha più volte citato come esempio di riferimento il Museo Egizio di Torino, trasformato in fondazione di partecipazione: con gli enti locali, e i privati, rappresentati nel consiglio d’amministrazione. Ed è questo il futuro prossimo che si annuncia: una sostanziale devoluzione agli enti, e alle oligarchie, locali del patrimonio museale che dovrebbe invece rappresentare e articolare l’unità di una nazione fondata sulla cultura come forse nessun’altra in Europa.

Ma c’è un aspetto ancora più grave, ed è l’idea stessa che alla politica – e non alla comunità scientifica – spetti la nomina degli scienziati (in questo caso cultori delle scienze storiche e storico-artistiche), in un processo che rischia di assimilare le direzioni dei musei al consiglio d’amministrazione della Rai. Franceschini non si è accontentato dell’enorme potere diretto che la riforma gli accorda: sul «Corriere del Mezzogiorno» è trapelata la notizia (non smentita) di una sua lettera che chiedeva alla Regione di revocare la nomina dell’ex soprintendente Nicola Spinosa nel consiglio scientifico di Capodimonte, perché reo di essersi pubblicamente pronunciato contro la riforma. E davvero l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è un maccartismo renziano contro gli storici dell’arte non allineati.

Queste modalità di reclutamento rappresentano il culmine della progressiva espulsione dalla gui

da del patrimonio culturale dei tecnici selezionati da altri tecnici sulla base delle regole della comunità scientifica. Un’e

spulsione che mira a evitare che il governo del patrimonio possa essere affidato a personalità d’intellettuali, i quali «anziché cedere alla continua insidia e alla tradizione delle tante trahisons», assumessero e mantenessero «ad ogni

costo e in ogni caso la responsabilità dell’intervento mondano dello spirito critico», come scrive Ragghianti nella pagina con cui ho aperto queste considerazioni. È in questo senso che si deve leggere l’ostentata preferenza per direttori «stranieri». Laddove le perplessità non scaturiscono certo da una visione xenofoba, radicalmente imcompatibile con l’idea stessa di una comunità scientifica che coincide con una république des lettres priva di confini interni. Ma se l’enfasi sugli stranieri si legge nel quadro fin qui delineato, emerge l’idea che la politica – questa politica – preferisca servirsi di figure di «sradicati», nuovi capitani di ventura messi in condizione di render conto solo al potere che li ha nominati. Non è un problema solo italiano, né solo del governo della cultura: in un capitolo de La ribellione delle élite (intitolato Il malessere della democrazia), Christopher Lasch analizza il fenomeno per cui «i membri delle nuove élite si sentono a casa propria soltanto quando si muovono [...] la loro è una visione essenzialmente euristica del mondo, che non è esattamente una prospettiva che possa incoraggiare un’ardente devozione per la democrazia». Ma certo è un’evoluzione che, applicata ai musei italiani, compromette in modo ancora più radicale quella funzione civile del patrimonio culturale basata sull’indipendenza della conoscenza che è tipicadella tradizione italiana e che laCarta costituzionale mette tra i principi fondamentali della comunità nazionale. In questo

senso, la notte dei musei italiani rende ancora più evidente l’eclissi dell’articolo 9 della Costituzione. E la notte si annuncia molto lunga, e molto nera.
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