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giovedì 3 dicembre 2015

Il turismo a Venezia. Serve prospettiva

«Vista dall’alto e senza illusioni, la Venezia verso la quale stiamo andando è un città la cui vita dipende in modo quasi esclusivo dal turismo. Il quadro del domani ci mostra che le sue case si sono svuotate di residenti per riempirsi di visitatori di pochi giorni». La Nuova Venezia, 2 dicembre 2015 (m.p.r.)


Come dei gitanti che attraversano un bosco, noi veneziani rischiamo di perdere l’orientamento se non alziamo frequentemente lo sguardo al di sopra del singolo albero o dell’intoppo sul sentiero che ci costringe a una deviazione. Combattiamo, almeno quelli di noi che si preoccupano per il bene comune, contro la vendita dell’ennesimo palazzo che si vuole trasformare in albergo, contro l’ingresso delle navi da crociera in laguna, contro il proliferare dei B&B in calli e campielli. Ma intanto la città si trasforma. Il suo futuro viene disegnato passo passo, in modo impercettibile ma che la coinvolge tutta. Come il gitante che si addentra nel bosco rischiamo di perdere l’orientamento e, mentre riusciamo ad aggirare un pericolo visibile, stiamo per finire dentro una selva senza uscita.

Occorre perciò sollevarsi al di sopra delle chiome degli alberi e gettare uno sguardo d’insieme. Vista dall’alto e senza illusioni, la Venezia verso la quale stiamo andando è un città la cui vita dipende in modo quasi esclusivo dal turismo. Il quadro del domani ci mostra che le sue case si sono svuotate di residenti per riempirsi di visitatori di pochi giorni, che pagano affitti elevati ad alcune agenzie internazionali. Gli operatori turistici gestiscono i commerci: vendono i loro gruppi di visitatori a ristoranti (spesso gestiti da altri gruppi), contrattano i prezzi delle serenate con i gondolieri, le percentuali di mediazione con le fabbriche di vetro di Murano, fissano i costi giornalieri dei B&B. 

Gli abitanti si sono ancora ridotti di numero e di qualità. Sono persone che lavorano al servizio del turismo: non vi è posto in città per altre professioni, dato che il turismo ha scacciato tutte le aziende. I veneziani che hanno preso una laurea sono andati ad abitare in terraferma, ma neppure troppo vicino perché i dintorni immediati della laguna sono diventati dei centri alberghieri al servizio del turismo di massa (non di quello d’élite, che ha da tempo abbandonato una città dove va troppa gente). È diventata un museo a pagamento, residuo di tempi antichi con qualche curiosità da mostrare, qualche storia ben confezionata da raccontare, qualche mito stanco da perpetuare: Casanova, i dogi, la battaglia di Lepanto. 

Quella verso cui vorremmo andare è tutta un’altra cosa. È una città gelosa del suo passato, della sua storia e della sua bellezza. Contro l’invasione turistica ha imposto dei limiti precisi, perché si è resa ben conto che tale invasione potrebbe sfigurarla del tutto. Gli abitanti hanno difeso il loro modo di vivere e di pensare contro l’assalto del pensiero di massa e contro le tentazioni di facile ma illusoria ricchezza. Hanno sviluppato le Università e favorito la residenza di studenti e docenti, i quali percorrono ancora la laguna sulle mascarete a remi per fare ginnastica e godere i paesaggi ora che le barche a motore non creano più il folle moto ondoso d’un tempo. La zona ex industriale di Marghera, grazie a un’intelligente politica d’incentivi nazionali, si è trasformata in un centro di ricerca e produzione di tecnologie avanzate, che fa da traino all’economia italiana e dà lavoro a migliaia di veneziani, molti dei quali abitano nel centro storico, lavorano in casa e si portano nei centri aziendali attraverso comodi mezzi di trasporto acqueo. 

La presenza di residenti ha fatto ritornare i negozi di vicinato. Quando occorre, da cittadini del mondo prendono aerei da e per Stoccolma, Parigi, New York e Pechino. Così auto protetti, gli abitanti hanno dato vita a una civiltà che è diventata un modello per altri centri in tutto il mondo, nei quali ora il rapporto tra le persone e l’ambiente storico e naturale viene posto in primo piano. Viste dall’alto, le due prospettive si chiarificano a vicenda. E forse i nostri sforzi per creare una Venezia migliore troveranno incoraggiamento nella coscienza di lavorare per un fine chiaro, desiderabile e non utopistico ma del tutto realistico, se la natura dell’uomo non cambierà nel corso degli anni. Perché l’uomo ha bisogno di esistere e muoversi in un paesaggio familiare e amichevole sia dal punto di vista geografico sia da quello storico e sociale. 

Paolo Lanapoppi é Vicepresidente di Italia Nostra, sezione di Venezia
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