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lunedì 21 dicembre 2015

Ex Scali, la giunta ha un’occasione

Suggerimenti per un riuso corretto (dal punto di vista delle persone) delle grandi aree dismesse. Milano. Non averli seguiti ha comportato una perdita per la città. La Repubblica,  ed. Milano, 20 dicembre 2015


 Considerare la proprietà dei suoli come depositaria di diritti astratti (indici di edificabilità), in assenza di una guida strategica da parte della mano pubblica, porta a esiti devastanti sul fronte del fare città. Tanto più per le grandi aree dimesse. Costellata com’è di straordinarie occasioni perdute, l’esperienza milanese dell’ultimo quarto di secolo è lì a dimostrarlo.

Gli indici volumetrici allora non contano? Tutt’altro; il problema è se hanno una valenza programmatica in senso civile. Ovvero se sono sorretti da un’idea di città e dunque da adeguate simulazioni/prescrizioni sui possibili esiti su tre fronti: coesione sociale, vitalità degli spazi pubblici, architettura dei luoghi. Decenni di sperimentazioni sul recupero delle grandi aree dismesse di Milano mi portano a dire che, se si supera la soglia dei 0,5 mq di superficie lorda di pavimento su 1 mq di superficie territoriale, gli esiti sono inevitabilmente squilibrati: verranno a mancare le dotazioni in termini di verde e servizi necessarie per infondere qualità urbana ai comparti interessati. Si obietterà che, con l’Accordo di Programma che non ha avuto il via libera dal Consiglio comunale, le volumetrie previste dalla Giunta Moratti (1mq/1mq) sono state ridotte del 33%. Il passo avanti è apprezzabile, ma non basta. Vanno ulteriormente riviste le quantità, ma soprattutto è il processo che va governato. Il Comune non può stare alla finestra aspettando solo di incassare gli oneri di urbanizzazione. Deve entrare nel processo come soggetto progettante e come tutore del bene collettivo. Come? Richiedendo la costituzione di una Società di Trasformazione Urbana (STU), sotto il proprio controllo.

Sono in gioco aree la cui proprietà è in capo a un soggetto pubblico come le Ferrovie della Stato. Le Ferrovie hanno goduto di facilitazioni per la realizzazione dei loro impianti: le aree che si liberano sono di proprietà della comunità civile, presente e futura. Anche per la loro posizione, questi vasti spazi si prestano a essere inseriti in un disegno più ampio, volto a rinsaldare parti di città in una logica di riqualificazione estesa. Sinergie e connessioni che devono andare ben aldilà delle aree direttamente investite dalla trasformazione. È l’occasione per fare qualcosa di concreto per le periferie e per dar vita a un vero policentrismo rinsaldando la città compatta. Oltre a ricondurre gli indici nella misura sopra indicata, l’Accordo di Programma deve dunque contenere prescrizioni che guidino gli investitori al conseguimento di obiettivi civili – integrazione, vivibilità, urbanità, sostenibilità e bellezza – da cui può trarre vantaggio la stessa iniziativa privata.

Con il recupero degli scali ferroviari si apre dunque un nuovo capitolo di importanza capitale per la città ambrosiana. A ben vedere, dopo quattro anni di governo, è questo il primo vero banco di prova della Giunta Pisapia. Si vedrà da qui se l’Amministrazione arancione è effettivamente in grado di avviare una stagione progettuale in cui il destino della città tutta venga finalmente posto al centro della strategia politica. Dopo l’euforia vacua che ha connotato la stagione di Expo, è tempo di scelte concrete e sostanziali. Altro che schermaglie sulle primarie: è dopo le decisioni sugli scali (e sulle caserme) che si potrà fare un bilancio vero su cinque anni 
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