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giovedì 10 dicembre 2015

Ecco il Natale made in China “Compagni, festeggiate”

Succede in Cina, ma è uno specchio per guardare il consumismo occidentale. La Repubblica, 8 dicembre 2015 (m.p.r.)


In Cina la parola del 2015 è “troppo”. A votarla, i media di Stato: troppo smog, troppa corruzione, troppo divario tra ricchi e poveri, troppi tonfi in Borsa. Ad essere “troppo”, per la propaganda, è anche un fenomeno fino a ieri ignoto, specchio di tutti gli altri “troppi”: il Natale occidentale. I cinesi delle metropoli lo chiamano, onestamente, Festival del regalo. In dicembre lo celebrano come prologo consumista ai loro festeggiamenti intimi, quelli per il Festival di primavera, il capodanno lunare, tra fine gennaio e i primi di febbraio. È un affare miliardario, ma oggi, per la prima volta dopo trent’anni, c’è un problema: Pechino prende atto che l’Occidente, per il suo Natale, può spendere sempre meno. Non c’entrano gli attriti tra Mao e Santa Claus, la minaccia è una catastrofe economica.

Europa e Usa hanno delocalizzato in Cina l’intera coreografia natalizia: abeti in plastica e palle di vetro, luminarie e addobbi, giocattoli e gadget, perfino i presepi, amorevolmente impacchettati nella nazione che perseguita i cattolici fedeli al Vaticano. Tutto ciò che ha fatto del Natale il più importante evento commerciale globale, esce dalle fabbriche low cost seminate tra il Guangdong e lo Zhejiang. La diagnosi del premier Li Keqiang però è impietosa: iper-produzione. Traduzione: montagne di prodotti natalizi invenduti sommergono in questi giorni migliaia di aziende e magazzini cinesi, paralizzano la megalopoli-mercato di Yiwu, o giacciono nelle navi al largo di Guangzhou, in attesa di commesse last minute che non partono più. Dopo l’allarme, anche l’ordine è partito dall’alto: «Ex compagni, festeggiate». 

L’invito del partito-Stato è una sorprendente tregua nella guerra contro «corruzione, vizi, eccessi ed eccentricità ». Se l’Occidente non compra più il suo Natale made in China, tocca ai cinesi riciclarlo in patria, smaltendo le scorte di renne elettroniche e cappucci rossi sintetici nel nome della crescita nazionale. Il cinese medio è sorpreso dall’improvviso via libera ideologico all’occidentalizzazione della vita collettiva: città e villaggi si trasformano in cloni dei mercatini dell’Avvento scandinavi. A Pechino e a Shanghai, nei quartieri diplomatici e nelle ex concessioni straniere, l’ultima moda è bere vin brulé e divorare salsicce nel gelo, tra le bancarelle inghiottite dalle polveri sottili che vendono cosette ben presentate al ritmo di Jingle Bells

Nel fine settimana, nonostante l’emergenza smog, i negozi della capitale sono stati presi d’assalto da 11 milioni di neo-consumatori fedeli al partito, stimolati da 15 mila giganteschi abeti elettrici e 170 chilometri di luminarie, alimentate dalle centrali a carbone. I media del governo rivelano che in dicembre oltre 13 mila ristoranti cinesi serviranno pranzi natalizi e cenoni “Western Menu”, tra i 60 e i 900 dollari a testa: mega-tacchini Usa che cancellano le vecchie anatre cinesi. L’auto-smaltimento natalizio, secondo gli analisti finanziari, può valere «lo zero virgola che manca a centrare il 7% di crescita del Pil nazionale». Per le banche di Stato il fedele neo consumatore metropolitano, che in un mese spende poco meno del doppio del suo stipendio per le offerte natalizie, è il cliente che salva i bilanci. Le concessionarie d’auto cinesi devono a Babbo Natale due milioni di nuove vetture, il salvagente delle delocalizzate case germaniche e giapponesi.

Se il Natale è un prodotto invenduto che la Cina non riesce più a esportare, diventa automaticamente una merce locale «da assorbire all’interno» e 3 mila studentesse si presentano alla selezione per 40 “babbesse natalesse” al centro commerciale Shing Kong Place, per offrire ai clienti cubetti di ottimo, finto panettone cinese. Un abete infiocchettato e un pacco colorato in ogni casa della Cina: non è un miracolo, nessuno sa bene perché, ma quest’anno tocca al capitalismo riciclato del Natale occidentale salvare la stabilità del «socialismo con caratteristiche cinesi».
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