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lunedì 7 dicembre 2015

Clima, non chiedete miracoli alla conferenza di Parigi

«Dilemmi. Ridurre l’inquinamento nei Paesi sviluppati non cambierà praticamente nulla. Il paradosso è che nei Paesi poveri si tutela l’ambiente aumentando l’utilizzo di fonti fossili: meglio bruciare il petrolio che intossicarsi in casa con la legna». Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2015 (m.p.r.)


La narrazione ha il sapore del déjà vu. Un rituale che si ripete ogni anno dal 1992. Parliamo della conferenza sul clima che si è aperta da poco a Parigi. Per molti è "l'ultima chance di salvare il Pianeta" (come a Copenhagen nel 2009). Dopo, ha detto il presidente francese François Hollande, «sarà troppo tardi». I numeri ci raccontano però una cosa diversa: stando ad una analisi del Mit, se gli impegni volontari presi dalla maggior parte dei Paesi che partecipano alla conferenza saranno rispettati - e i dubbi sono legittimi non essendo previsti meccanismi sanzionatori per le inadempienze - la riduzione della temperatura del Pianeta al termine di questo secolo sarà dell'ordine dei due decimi di grado. Ma i costi complessivi saranno dell'ordine di centinaia di miliardi di dollari all’anno.

L'aspettativa salvifica nei confronti del summit si aggiunge ai numerosi miti di cui si alimenta il dibattito sui cambiamenti climatici ma che non trovano riscontro negli stessi documenti dell'Ipcc, l'organismo delle Nazioni Unite che di questi cambiamenti si occupa. Al centro dei più recenti negoziati sul clima vi è l'obiettivo di contenere l'aumento di temperatura rispetto ai livelli pre-industriali entro i 2 °C (oggi siamo a circa + 0,9 °C). È questa una soglia da non oltrepassare per nessuna ragione? La scelta sembra essere arbitraria. Nel più recente rapporto dell’Ipcc, le evidenze disponibili sugli impatti dei cambiamenti climatici vengono sintetizzate in un grafico che evidenzia come fino ad un aumento di 2-2,5 °C gli effetti positivi del riscaldamento sono grosso modo equivalenti a quelli negativi.

La ricaduta complessiva di tale aumento di temperatura può essere paragonata a quella di un anno di recessione economica: lo stesso livello di benessere che, in assenza del riscaldamento, sarebbe raggiunto nel 2100, verrebbe raggiunto l'anno successivo. Nel lungo periodo, certo, le conseguenze negative avrebbero il sopravvento. Ma, se guardiamo al presente, il problema ambientale più rilevante è, ancora sulla base dei dati forniti dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, quello dell'inquinamento atmosferico all'interno delle abitazioni dei Paesi più poveri. Inquinamento dovuto non all'eccessivo uso, ma alla indisponibilità di fonti fossili, e al ricorso a combustibili "naturali" (legna ecc.). Il problema interessa quasi 3 miliardi di persone, causa 4,3 milioni morti premature per anno, soprattutto bambini (la concentrazione di polveri sottili nelle abitazioni dei Paesi poveri è di circa 1.000 microgrammi/metro cubo, venti volte superiore a quella che si registra nell'atmosfera di una città dell'Europa occidentale). Per costoro un maggior consumo di combustibili fossili avrebbe immediate ricadute positive.

Questo è il dilemma. La riduzione dei consumi dei "ricchi" non potrebbe modificare, se non in misura molto modesta, le emissioni previste per questo secolo. Il peso dell'Europa sul totale della CO2 emessa a livello mondiale è già diminuito dal 20% del 1990 al 10% attuale e si ridurrà al 7% nel 2030. Circa tre quarti delle emissioni nei prossimi decenni verranno da Paesi a basso reddito. Imporre ad essi drastici tagli significa ostacolare quel processo di miglioramento delle condizioni economiche che ha portato negli ultimi tre decenni a straordinari risultati in termini di riduzione della povertà, della mortalità infantile, di incremento della speranza di vita e della capacità di difendersi da eventi climatici estremi. Il benessere è più correlato al reddito che non al clima: Norvegia e Israele sono caratterizzati da climi diversi ma da analoghe condizioni di vita.

Le politiche attuate finora non hanno avuto né purtroppo avranno effetti apprezzabili sull'evoluzione del clima (solo l'1,5% dell'energia mondiale proviene da solare ed eolico). Come sottolinea l'Economist, sarebbe quindi auspicabile una drastica riduzione dei sussidi che i governi destinano a fonti alternative poco efficienti, carbone e prodotti petroliferi (sussidiati in molti Paesi). Una parte delle risorse così risparmiate potrebbe andare ad attività di ricerca nel settore energetico per sviluppare forme di produzione che siano a minor contenuto di carbonio, meno costose e altrettanto affidabili di quelle oggi garantite dalle fonti fossili.

Un prezzo che può valer la pena pagare per evitare un grave rischio che potrebbe emergere nei prossimi secoli. Una strategia ancora diversa è quella auspicata dal premio nobel Paul Krugman e da William Nordhaus, il primo economista ad occuparsi di cambiamenti climatici: concentrarsi sulla fonte principale di emissioni, il carbone, che tuttavia ha il vantaggio di avere ridotti costi di abbattimento delle emissioni. Gli interessi dei due maggiori produttori di carbone, Usa e Cina, rendono questa strada molto difficile. Una “carbon tax” proporzionata alle emissioni, altra strada raccomandata dalla maggior parte degli economisti perché poco manipolabile dagli interessi costituiti, avrebbe tra i suoi effetti positivi anche quello di orientare le tecnologie verso quelle che generano i costi più bassi per ogni tonnellata di inquinamento prodotta.
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