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lunedì 28 dicembre 2015

L'talia nella pentola dello smog

Due articoli  (di Caterina Pasolini e di Michele Serra) fra i tanti che raccontano l'emergenza del giorno; un evento che andrebbe commentato, per gettare una goccia di buonsenso in un oceano di confusione: lo faremo domani. La Repubblica, 28 dicembre 2015


SMOG, LE TRE GIORNATE DI MILANO
DELRIO: “ECCO IL PIANO DEL GOVERNO”
di Caterina Pasolini


Auto ferme dalle 10 alle 16 fino a mercoledì. Targhe alterne a Roma Grillo e i Verdi all’attacco. Galletti: “Giù i biglietti dei mezzi pubblici”

L’aria inquinata assedia le città e surriscalda la politica, con lo smog sempre più al centro dello scontro aperto tra governo e opposizione. Se oggi fino a mercoledì sarà blocco totale del traffico a Milano e in 11 comuni lombardi, Roma si limita alle targhe alterne tra le proteste di Grillo che parla di «governo spocchioso indifferente ai morti» e dei Verdi che minacciano di denunciare il prefetto Tronca e che parlano di «omicidio di stato».

«Si sarebbero potuto salvare 25 mila vite se i limiti di legge del pm10 e del No2 fossero stati rispettati. Questo è un omicidio di Stato», accusa Angelo Bonelli dei Verdi. Rincara la dose Beppe Grillo parlando dei 68mila morti in più del 2015 previsti dall’Istat: «Lo smog sta rendendo le città italiane sempre più simili a Pechino. Adesso si vieta la circolazione alle auto, tra poco sarà vietata la circolazione delle persone, come in Cina. L’inquinamento ci avvelena e il premier e i ministri spocchiosi non si rendono conto di quello che accade nel paese» accusa il leader dei cinquestelle.

Alle accuse risponde il ministro dell’ambiente Gianluca Galletti. «Davanti all’emergenza smog, che per gli effetti climatici si ripresenterà in futuro in modo frequente, la a risposta deve essere coordinata e di sistema. Non in ordine sparso». Così ha convocato mercoledì una riunione con sindaci e governatori in modo da confrontare le misure adottate e trovare un unico modo per procedere. «Proporrò ai sindaci di abbassare il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici per invogliare la gente a lasciare a casa l’auto».

Il governo sotto accusa ribatte insistendo che nella legge di stabilità ci sono già misure antinquinamento. A dirlo, sulla sua pagina Facebook, il ministro alle infrastrutture e trasporti Graziano Delrio: «Possono contribuire all’abbassamento delle emissioni le riqualificazioni energetiche nell’edilizia per le quali sono previste detrazioni del 65%, gli stanziamenti di 60 milioni per invitare a trasportare le merci sui treni, gli altri 91 miloni destinati alla mobilità ciclabile inserite nella legge di stabilità».

E mentre il governo annuncia riunioni e interventi, il prefetto di Roma Tronca viene accusato dai Verdi di fare il «promoter dei commercianti» non bloccando il traffico e minacciano di denunciarlo in procura. «È il responsabile della salute dei cittadini. Se i provvedimenti presi risulteranno inadeguati possono configurarsi precise responsabilità penali », aggiungono al Codacons. Oggi nella capitale non viaggeranno i veicoli con la targa dispari nella fascia verde dalle 7.30 alle 12.30 e dalle 16.340 alle 20.30. Domani toccherà alle pari stare ferme. Per invitare i romani ad usare i mezzi pubblici il biglietto varrà per tutto il giorno.

LA RIMOZIONE DEL CIELO
di Michele Serra

La Milano felix dell’ultimo paio d’anni, ordinata, sicura di sé, lustra di Expo e con il suo skyline nuovo fiammante, soccombe come ogni altra città alla mefitica nube di polveri che la avvolge.

I nuovi grattacieli, in pieno giorno, immergono le loro vette in un cielo opaco, che le ingoia e le cancella. Osservati dal piano stradale, è come assistere a un tuffo al contrario; un tuffo nel mare ignoto che ci sovrasta. Non è più lo smog nerastro e unto che massacrava i colletti delle camicie negli anni Sessanta e Settanta, quando il carbone delle caldaie e i fumi delle fabbriche spalmavano sulla città una patina buia, catramosa. È una moltitudine subdola di particole che l’assenza di vento aggrega in una specie di aerosol permanente, che solo il vento e la pioggia possono lavare via. Con metafora non scientifica, ma credo efficace, potremmo dire che lo smog è passato da uno stadio primitivo, basico, da rivoluzione industriale, a una più raffinata formula postmoderna. Meno visibile (se non dopo una lunga siccità) ma non per questo meno perniciosa.Non c’è certezza dei morti effettivi, caso per caso, città per città; ma che di particolato ci si ammali e si muoia, sì. Secondo l’Oms (dati del 2008) circa due milioni di umani ogni anno, nel mondo, muoiono a causa di quello che si respira nelle città dove abitano.

Questa certezza del male che riscaldarci, nutrirci, produrre cose provoca all’ambiente e dunque a noi stessi, come è inevitabile che sia genera fatalismi e isterismi in pari misura. Si va dal tipico “non possiamo farci niente, e comunque la vita media è in aumento in tutto il mondo sviluppato”, all’altrettanto tipico “è una vergogna, governo assassino”. Al netto di queste due inutili eppure frequentatissime parti in commedia, quello che davvero colpisce in emergenze come questa, e come in tutte le cosiddette emergenze legate al clima, è che siano appunto considerate emergenze e trattate da emergenze; mentre sono problemi strutturali del pianeta Terra, del suo modello di sviluppo e di vita. Strutturali e dunque quotidiani. Ogni picco che arriva sulle prime pagine dei giornali e sul tavolo dei ministri è sorretto da un ampio contrafforte che si estende, giorno per giorno, lungo i decenni: è quel contrafforte — la “normalità” dello sviluppo e della nostra maniera di vivere — l’evidente matrice di ogni allarme, di ogni provvedimento drastico o pseudo tale, di ogni blocco del traffico.

Il sospetto è che l’artificialità delle nostre vite quotidiane (che raggiunge, nelle città, il suo culmine) produca una vera e propria “rimozione del cielo”, che lasciamo scrutare a meteorologi poi interpellati, quando abbiamo paura o disagio, come aruspici. Perché viviamo, letteralmente, “al riparo”, condizionati in estate, riscaldati in inverno, sempre più ignari della volta celeste che invece, e nonostante noi, ci avvolge, ci fa respirare, raccoglie le nostre deiezioni e si surriscalda.

Mi è capitato parecchie volte, in periodi di prolungata siccità come questo, da quel pendolare città-campagna che sono, di scoprire che amici milanesi non avevano alcuna idea che i fiumi erano in secca e i campi inariditi; fino a che — l’emergenza, appunto — qualche telegiornale decideva che le immagini del Po che sprofonda nel suo limo (o all’opposto preme sugli argini) sono abbastanza suggestive da essere mandate in onda.

A Milano non ci sono neanche gli storni, come a Roma; e pochissimi rapaci (non ne ho mai visto uno), a differenza di Roma che ne è piena. Non si guarda quasi mai il cielo, a Milano, lo si considera dimenticabile anche esteticamente, a dispetto del fin troppo ripetuto passo manzoniano sul cielo di Lombardia “così bello quando è bello”. Ma è il cielo di Lombardia, appunto, che di Milano è molto più vasta e varia, e ha i laghi, i monti, le risaie, i pioppeti, i campi, per altro anche loro in questi giorni oppressi da nebbie grevi e quasi mai pulite. Milano guarda il suo cielo solo quando diventa una specie di enorme palla giallastra, fotografata e filmata da ogni finestra con quel misto di ansia e di sorpresa che è tipico di chi non sa bene cosa fare.

Consolarsi dicendo che Pechino sta peggio è ridicolo e anche piuttosto offensivo, sia per Pechino che per Milano. (Per non parlare di Frosinone, star a sorpresa delle polveri sottili nazionali). Peggio, nella realtà, sta il mondo nel suo insieme, che di summit in summit tenta di mettere una pezza a fenomeni di smisurata inerzia, abitudini indiscusse, pubbliche e private, l’abuso pigro e scellerato dell’automobile, l’intervento politico solo quando la situazione è catastrofica e dunque si può reggere meglio il mugugno di chi non crede agli allarmi e crede solo ai propri porci comodi. Ci vorrebbe il classico salto culturale (in avanti, non indietro, forti di tecnologia e scienza) verso la natura, i boschi, i fiumi, i campi coltivati e quelli incolti, sopra i quali portare lo sguardo al cielo, cercare di avvertire il tempo atmosferico così come di misurare con passo meno corto e sguardo meno avido il tempo cronologico, cogliere le anomalie, riconoscere le stagioni, è un’attività del tutto naturale.

In questo senso i cittadini sono dei veri e propri deprivati. Nelle società urbanizzate non si vede e non si sente più il cielo. Si è in ostaggio dell’allarmismo mediatico (quegli “al lupo! al lupo!” che al lupo non ti fanno credere più), si è più indifesi di fronte a una natura estranea e sconosciuta, o misconosciuta. E conoscendola meno, la si offende più facilmente.


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