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martedì 17 novembre 2015

Siamo in guerra, ma cambiare si può

Ciò che si può, quindi si deve fare perché cessino gli sterminii che stanno distruggendo l’umanità. La strada del terrore diffuso non è l’unica percorribile, benché abbia giù una lunga storia


Domenica 15 novembre ci volevano i primi commenti sul manifesto di Samir Amin, di Tommaso di Francesco e Giuliana Sgrena, i dati forniti da Antonio Mazzeo sul crescente impegno militare della Francia in Africa, utili a fornire all'osservatore sgomento davanti all'attualità parigina un sistema di coordinate per non abbandonarsi all'angoscia della "guerra al terrorismo" proclamata dagli USA ormai 14 anni fa, e ora di nuovo sulla bocca di politici europei e della 'intellighenzia" rappresentata da Eugenio Scalfari. Non sanno costoro che questa strategia ha provocato finora solo altro terrore e molte altre centinaia di migliaia di morti nel mondo? Perseverare mi sembra diabolico, significa giocare col fuoco accettandola provocazione dei terroristi.

Se si vuole veramente spezzare la spirale della violenza a livello globale che ha chiuso il vecchio e aperto il nuovo millennio bisogna cambiare non solo politica, ma anche la nostra economia che crea e approfondisce le diseguaglianze e le contrapposizioni nel mondo. È dalla fine del mondo bipolare (1989/90) che il capitalismo occidentale ha intensificato la sua ingerenza bellica nei paesi dell'ex "Terzo mondo" per assicurarsi il controllo sulle zone medio-orientali e quelle asiatiche dell'ex-URSS con le principali risorse naturali. E già prima, durante gli anni '80, la guerra Iraq-Iran, quando gli USA sostenevano un Saddam Hussein, fu una guerra "nostra", condotta per procura. L'attualità è vecchia.

E dalla prima Guerra del Golfo (1991) all'attentato alle Torri gemelli (2001) hanno smantellato il sistema di garanzie e di Diritti umani dell'ONU, istituito dopo la Seconda Guerra mondiale, e da allora i conflitti armati in cui interviene la Nato alla "periferia" non si contano piú.

Lo sconvolgimento politico e territoriale del Medio Oriente non ha prodotto solo ecatombe di morti civili, ma anche i crescenti flussi di profughi disperati da guerra e fame, di cui solo una minima parte chiede finora umilmente ingresso nel nostro benessere europeo, costruito sulle loro risorse. Ma la distruzione delle esistenti strutture statali, politiche e sociali in Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen - non ancora del tutto riuscita in Siria, per non parlare di altri focolai e conflitti africani alimentati dall'occidente - ha anche creato il terreno di coltura per ogni tipo di estremismo ideologico o religioso in popolazioni giovani di disoccupati e disperati, privi di ogni prospettiva di vita decente. Terreno propizio anche per le più svariate formazioni paramilitari, tra cui i cosiddetti "Islamisti", sostenuti dagli stati arabi più reazionari, a loro volta alleati con le nazioni occidentali che gli vendono anche le armi in cambio di petrolio.

Anche nella nostra ricca Europa la politica neoliberale ha accentuato le diseguaglianze e minato le garanzie democratiche, creando una, se non già due generazioni di giovani prive di prospettive di vita attiva. E tra questi si trovano anche i giovani immigrati di seconda o terza generazione, particolarmente numerosi in nazioni con un forte passato coloniale, come Francia, Inghilterra o Belgio. Altro fertile terreno per il nichilismo politico e il fanatismo religioso: ed è già da tempo che giovani attentatori portano l'assassinio di civili innocenti dalla periferia fin nei centri del nostro mondo benestante, dove "noi" abbiamo invece il diritto-dovere di divertirci, come ribadiscono i giornali.

Ma ora l''Europa e le sue singoli nazioni si trovano in penose difficoltà di fronte al grande problema dei crescenti numeri di profughi dell' ex Terzo mondo, proprio perché hanno preferito per decenni di ignorare il carattere strutturale del fenomeno.

Se non si riesce ad invertire la rotta - impostando grandi programmi di investimenti pubblici nella formazione e per creare lavoro vero, oltre a riorganizzare il lavoro complessivo distribuendolo tra tutti, in modo da poter assorbire anche qualche milione di profughi, che del resto sono necessari per mantenere l'economia europea almeno ai livelli attuali anche nei prossimi decenni - non ci resterà che la "guerra contro il terrore", sia in Medio Oriente che in patria.

Il Presidente socialista Hollande annuncia questo in magna pompa da Versailles, cantando la Marseillese, e lo stato d'emergenza dovrà durare almeno tre mesi. E chiede il sostegno dell'Europa, ovvero della Nato.

Eppure si potrebbe anche dedurre dalla storia recente che l'Europa - che ha già mille altri problemi - farebbe bene a mettere fine al suo impegno militare "out of area" nel resto del mondo, anche perché ormai i suoi interessi non sempre coincidono ancora con quelli degli USA. A venticinque anni dalla cessazione della storica funzione antisovietica della Nato, per cui era nata, sarebbe ora di metterne seriamente in questione la ragion d'essere. Altrimenti le stragi parigine non saranno che un ulteriore sanguinosa tappa in una "guerra" invincibile da ambe le parti, a cui seguiranno altre guerre.
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