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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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DAI MEDIA

mercoledì 4 novembre 2015

Roma, a sinistra l’indignazione è effimera

Una riflessione profonda e accorata sulle ragioni per cui l'indignazione non si trasforma in azione conseguente, e sul cambiamento di prospettiva che è necessario assumere. Il manifesto, 4 novembre 2015


Da quando è ini­ziato il caso Marino ricevo tele­fo­nate e mes­saggi, da com­pa­gni e amici, il cui con­te­nuto è pres­sap­poco que­sto: «Fac­ciamo qual­cosa, non pos­siamo assi­stere alla morte della demo­cra­zia». Ma que­sto sen­ti­mento auten­tico di mal­con­tento, o di disa­gio, o di fru­stra­zione, non arriva oltre una sana quanto legit­tima indi­gna­zione «tra­sfor­mando la spon­ta­neità in orga­niz­za­zione, la folla in massa cosciente, il dis­senso in pro­po­sta poli­tica alter­na­tiva», come ha ben scritto Angelo d’Orsi (il mani­fe­sto, 1 novembre).

Essa, quando c’è - e non sem­pre c’è - appare un fuoco di paglia, una levata di scudi senza alcun esito poli­tico. Tant’è che molti di que­sti com­pa­gni e amici, finiti i cla­mori dello scan­dalo, tor­nano quasi subito alle loro occu­pa­zioni quo­ti­diane (come se le scon­fitte non pesas­sero, o fos­simo ormai abi­tuati ad esse come a un feno­meno naturale).

Al netto dei tanti errori di Marino (sui quali è inu­tile tor­nare), resta il fatto che la persona-sindaco Marino è stata let­te­ral­mente mas­sa­crata nella sua dignità di per­sona e desti­tuita di ogni ragione poli­tica, da cui l’indignazione feroce, e pur­troppo effi­mera, di tante per­sone. Di fronte a que­sti tra­gici (nel senso di tra­ge­dia greca) fatti a me ven­gono in mente le parole di Ingrao, scritte nel libro di Gof­fredo Bet­tini (Un sen­ti­mento tenace, Impri­ma­tur): 

«Io sento peno­sa­mente la sof­fe­renza altrui: dei più deboli, o più esat­ta­mente dei più offesi. Ma la sento per­ché pesa a me: per così dire, mi dà fasti­dio, mi fa star male. Quindi, in un certo senso, non è un agire per gli altri: è un agire per me. Per­ché alcune sof­fe­renze degli altri mi sono insop­por­ta­bili. Que­sto epi­so­dio può dire la ragione per cui io rimango incol­lato alla poli­tica, per­sino sotto l’aspetto tat­tico. Non sono sicuro che ciò si possa rap­pre­sen­tare come una moti­va­zione morale. C’entrano gli “altri”, in quanto la loro con­di­zione mi “turba”, e senza gli “altri” non esi­sto (nem­meno sarei nato)».

C’è, in quelle parole, il senso vero della poli­tica. Forse le per­sone (di sini­stra) non sof­frono più il dolore guar­dando le ingiu­sti­zie, i soprusi, lo scar­di­na­mento delle regole, l’abuso di potere, l’ineguaglianza sociale, la sof­fe­renza dei poveri e degli oppressi, come ad esem­pio, nel caso degli immi­grati. La poli­tica (anche quella buona) oggi ci invita sem­mai a guar­dare oltre: come rico­struire un’unità a sini­stra, come con­tra­stare o bat­tere l’avversario di turno. Detto in altri ter­mini, le per­sone sem­brano con­tare assai poco. Ma dav­vero siamo sicuri che non biso­gne­rebbe invece fare un passo indie­tro e ricon­si­de­rare quel senso di indi­gna­zione e di radi­ca­lità pro­fonda con­te­nuta nelle parole di Ingrao che pos­sono appa­rire ai pro­fes­sio­ni­sti della poli­tica, moti­va­zioni per­so­nali e per­fino moralistiche?

Le alchi­mie poli­ti­che per dare vita a nuovi sog­getti, o a un nuovo sog­getto della poli­tica o a nuove for­ma­zioni, si sono tutte sem­pre sgre­to­late nell’arco di pochi mesi dalla loro nascita e tanto più si mol­ti­pli­cano, tanto più espo­nen­zial­mente si dis­sol­vono. Forse non è la strada giu­sta, forse non siamo pazienti, forse non siamo così deci­sa­mente con­vinti che que­sto non è il migliore dei mondi, forse l’ingiustizia ai danni degli altri non ci pro­voca quella sof­fe­renza di cui par­lava Ingrao, forse c’è qual­cosa che ancora non riu­sciamo a capire e ad ela­bo­rare poli­ti­ca­mente. Se tante per­sone si sono recate a vedere l’Expo par­tendo da paesi lon­tani, sacri­fi­can­dosi a file inter­mi­na­bili per assi­stere a qual­che foto­gra­fia o a qual­che docu­men­ta­rio che pote­vano tran­quil­la­mente essere con­su­mati a casa pro­pria davanti alla Tv, qual­che motivo ci sarà pure.

Forza e potere dei mass-media, dirà qual­cuno, ma non basta a spie­gare il movi­mento di oltre 20 milioni di visi­ta­tori in fila, quando a pro­te­stare per la defe­ne­stra­zione del Sin­daco, sulla piazza del Cam­pi­do­glio, non ce n’era più di qual­che migliaio.

In que­sto toc­chiamo con mano la potenza dell’egemonia del capi­tale e dei poteri forti. Un’egemonia che disin­canta alcuni e che con­duce altri sulla strada della rivolta popu­li­sta con­tro un sistema che ormai non tutela i più svan­tag­giati e che offre spet­ta­coli effi­meri a quel ceto medio che crede ancora di poter con­ser­vare i vec­chi pri­vi­legi. 

Chi ha cuore e capa­cità di pen­sare una nuova sini­stra deve ripar­tire da una revi­sione pro­fonda di alcune cate­go­rie sto­ri­che come, ad esem­pio, quella diven­tata astratta e gene­rica di popolo, fran­tu­mato, quest’ultimo, in un ven­ta­glio ampio di nuovi ceti sfrut­tati a vario titolo. Il rife­ri­mento deve essere alla per­sona offren­dole la pos­si­bi­lità di eman­ci­parsi e di capire come le sue esi­genze pos­sono con­vi­vere e anzi acqui­stare senso solo se messe a con­fronto con quelle dell’altro. Per­ché spesso accade, quando si tenta di creare una nuovo for­ma­zione poli­tica, che la per­sona venga ine­vi­ta­bil­mente oscu­rata in nome di vec­chie stra­te­gie e astute tat­ti­che che pro­du­cono ulte­riore disaf­fe­zione e disin­canto. Anche se non sof­fia più il vento della sto­ria, come afferma Cas­sano, si può andare a remi, se però si cono­sce la rotta e si ha la pazienza di remare e di stare insieme sulla stessa barca.
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