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lunedì 2 novembre 2015

Roma senza Caudo

Le amare riflessioni personali del portavoce di una singolare struttura di collaborazione tra le reti e i gruppi impegnati nella difesa del territorio romano (cartinregola). Il racconto appassionato di un'esperienza di governo terminata troppo presto, e di qualche retroscena interessante.


Come portavoce di Carteinregola – ma quello che sto scrivendo è a titolo personale - ho passato gli ultimi quattro mesi della consiliatura Alemanno in Campidoglio, a fare un presidio contro delibere urbanistiche che, come ho dolorosamente constatato insieme ai miei compagni di avventura, godevano dell’appoggio anche della stragrande maggioranza dell’opposizione del Partito Democratico. Siamo riusciti a fermare tanti progetti – anche una delibera poi finita sotto la lente della magistratura - praticamente da soli. E Giovanni Caudo è stato uno dei pochi che spesso mi ha aiutato a capire quali conseguenze quelle delibere potevano avere sulla città.

Per questo, quando è stato nominato assessore alla Trasformazione Urbana, ho pensato che fosse la volta buona per “cambiare davvero”. Uno slogan da campagna elettorale, che, con la sua nomina, per me diventava una prospettiva concreta per la vita e il futuro dei cittadini di Roma.

Infatti il primo segnale che ha lanciato è stato il coronamento di una delle nostre più grandi battaglie: la cancellazione della cosiddetta “delibera degli ambiti di riserva”, che avrebbe riversato nell’Agro romano una volumetria complessiva di 20 milioni di metri cubi di case, dove sarebbero andati a vivere altri disperati delle “tre ore di vita al giorno per andare e tornare dal posto di lavoro”. Una delibera dell’amministrazione Alemanno che però si inseriva nella pratica delle “eruzioni cementizie lontano da tutto, con enormi costi per il Comune, ampiamente incentivata anche dalle amministrazioni Rutelli e Veltroni. 

E nella frequente continuità tra la politica urbanistica del centrosinistra del “Modello Roma” e del centrodestra di Alemanno, si possono trovare forse le ragioni di un consociativismo che abbiamo percepito chiaramente durante il nostro presidio, e anche di una frequente ostilità tra pezzi del Partito Democratico capitolino e l’Assessore Giovanni Caudo. A rileggere oggi i giornali, fin dai primi mesi dopo il suo insediamento – sto preparando una cronologia ragionata dell’”era Marino” – ritroviamo varie dichiarazioni di esponenti PD che attaccano l’assessore, accusandolo di inerzia per le - a loro dire - poche delibere portate in Aula e insinuando maliziosamente che il suo mestiere di “professore” lo renda poco adatto ad affrontare le necessità pratiche della città. E più volte è stata data per imminente la sua sostituzione.

In realtà il grande difetto del “professore” è stato l’aver preso di petto da subito la situazione, passando al setaccio gli atti ereditati, fermando tanti progetti di dubbio interesse pubblico – come il progetto Water Front di Ostia e pacchi di delibere urbanistiche dell’ex Sindaco Alemanno - e soprattutto avviando – per primo e in beata solitudine – molti provvedimenti che diventeranno d’attualità dopo lo scoppio di Mafia Capitale, a partire dalla riorganizzazione degli uffici e dalla rotazione dei dirigenti, che gli procura una notevole serie di nemici, nell’amministrazione e soprattutto nei partiti.

E l’aria nuova all’urbanistica scatena anche reazioni negative da parte del mondo dell’edilizia, il “motore economico della Capitale”, che lo accusa di dare il colpo di grazia a un settore già falcidiato dalla crisi per i rallentamenti dovuti alla riorganizzazione della macchina amministrativa. Si agita la minaccia ricorrente di una manifestazione contro l’assessore, con tanto di betoniere sotto le sue finestre, che alla fine non si farà mai. E i nuovi schemi di convenzione, quelli a cui il suo staff lavora per mesi, per porre fine a tanti disastri sparpagliati nella città - interi quartieri fatti e finiti senza strade, servizi, persino fognature - dovranno superare una lunga corsa a ostacoli, soprattutto da “fuoco amico”, prima di arrivare all’approvazione.

Ma anche con i comitati cittadini spesso si creano conflitti. Ho seguito molti incontri e assemblee che Caudo ha tenuto nei territori, in parte per conservare il più possibile le tracce del suo lavoro (che ho sempre pensato che potesse essere interrotto da un momento all’altro) ma soprattutto per capire come si poteva favorire il dialogo tra delle istituzioni che cercavano di risolvere i problemi e una cittadinanza diffidente, segnata da anni di promesse non mantenute. E se è possibile che l’assessore non abbia sempre risposto adeguatamente a delle giuste vertenze, o che ci siano stati errori e inefficienze, molto spesso ho avuto l’impressione che la distanza tra un’amministrazione alle prese con una complessità creata da situazioni stratificate da anni, e le enormi aspettative dei cittadini, fosse comunque incolmabile.

Molti comitati speravano che Caudo potesse finalmente “rimettere a posto” tanti torti e deviazioni del passato, compresi quelli che avevano ormai superato il “punto di non ritorno”, e sono rimasti delusi. Altri hanno visto con sospetto qualunque operazione che cercasse di coniugare –  sia purevirtuosamente - vantaggi pubblici con finanziamenti privati, auspicando, forse giustamente, che il Comune offrisse ai cittadini spazi e servizi attingendo solo a risorse pubbliche. Altri ancora hanno giudicato il lavoro dell’assessore dall’angusto punto di vista delle loro richieste specifiche. Ma ci sono stati anche molti comitati di quartiere che hanno impostato un dialogo costruttivo che ha dato frutti.

 Quello che sicuramente è mancato, da parte della città, è una percezione generale di quanto si stava facendo, e delle centinaia di criticità - in certi casi vere emergenze - che si stavano affrontando. E questo anche per la scarsa informazione dei media, che hanno sempre dedicato pagine e pagine alle buche stradali e al gossip politico e ben poche ai problemi reali dei territori.

Ci sono state anche operazioni che io stessa ho trovato discutibili, come l’aver concesso il “pubblico interesse” al progetto dello Stadio della Roma, avallando la costruzione di tre torri per compensare i costi delle opere pubbliche necessarie. Utilizzando, così, a mio avviso, la stessa pratica della “moneta urbanistica” che proprio Caudo aveva rimproverato a chi l’aveva preceduto, che in questo caso secondo lui è giustificata dalla necessità di cogliere le opportunità offerte ai privati dalla legge nazionale per portare a casa un risultato utile a tutta la città. Il limite di questo ragionamento – che ahimè è stato ancora una volta riesumato per la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024 – potremmo vederlo tra qualche mese, quando nella stanza dei bottoni arriveranno i nuovi responsabili designati dalla prossima maggioranza, che non è detto che interpretino il pubblico interesse e la regia pubblica nello stesso modo dell’assessore Caudo.

E dispiace che l’“operazione Stadio della Roma”, anche per l’incombere simbolico di quelle torri, abbia fatto passare in secondo piano i molti risultati raggiunti, i progetti dannosi cancellati, o quelli nuovi messi in cantiere. Come il progetto, abortito per mancanza di tempo e di fondi – grazie ai ritardi del Governo - del “Giubileo di strada e di piazza” che aveva previsto piazzali, parchi e spazi pubblici, come “lascito duraturo” dell’evento religioso straordinario nelle periferie.

Ma non sono stati raccontati alla città neppure i percorsi tracciati per avviare una riflessione collettiva sul futuro di Roma e dei suoi abitanti. Uno di questi - le conferenze urbanistiche – si è concretizzato in 75 incontri presso i Municipi, a cui hanno partecipato più di 2000 persone, che hanno predisposto 15 carte dei valori municipali. Un tentativo di sollevare lo sguardo oltre i problemi contingenti dei territori e disegnare insieme scenari futuri, che avrebbe dovuto poi sfociare in una conferenza urbanistica della città.

Non so quante delle voci critiche, vedendo come è andata a finire, oggi abbiano qualche ripensamento.

Ma, a giudicare dalla folla che è venuta a salutare Caudo giovedì scorso, partecipando a un’iniziativa un po’ improvvisata negli ex stabilimenti militari del Flaminio, mi sembra che l’assessore, un bel pezzo di città, alla fine l’abbia conquistato. In sala c’erano tanti comitati che venivano da molti quartieri anche lontani, associazioni, i suoi collaboratori insieme a funzionari e dipendenti del dipartimento, rappresentanti dell’Acer (sì, i costruttori, quelli medi e piccoli, che gli volevano portare le betoniere sotto l’assessorato), alcuni assessori con cui ha condiviso fino all’ultimo l’impegno per la città – Estella Marino e Francesca Danese – molti presidenti, assessori e consiglieri dei Municipi, e tantissimi cittadini, architetti, urbanisti, studenti. E il clima era autenticamente commosso, perché chi era lì, lo era solo per testimoniare la sua solidarietà e la sua stima a un uomo che di lì a poco non sarebbe più stato assessore. Un riconoscimento che io penso si meriti fino in fondo.

E al Sindaco Marino, vittima delle trame di tanti potentissimi nemici - senz’altro molti nemici anche di Caudo - ma anche di se stesso, non perdono di non aver abbracciato fino in fondo, e fin dall’inizio, il coraggio del suo assessore.

A tutti gli altri non perdono di aver permesso che la città perdesse Giovanni Caudo. E il pensiero che non sia più nel suo ufficio, a lavorare con il suo  staff per cercare con fatica, pazienza e caparbietà, di risolvere qualche insolubile problema, mi fa salire un magone insopportabile.

Anna Maria Bianchi Missaglia è la portavoce del Laboratorio Carteinregola, ma queste riflessioni sono scritte a titolo personale
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