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venerdì 6 novembre 2015

Cosa resta dell'Expo

Prospettive pesanti per l’area compromessa dall'evento Expo, se non si uscirà dal collage di interessi immobiliari piccoli e grandi e non si affronterà il tema della città e del territorio nella sua complessità


Conclusosi l'evento EXPO, non si è però ancora smaltita la solenne sbornia di compiaciuta autocelebrazione per l'inatteso successo di pubblico, che in alcuni ha portato a deliri assai sconvenienti (Milano capitale morale e modello per Roma, Giubileo e future EXPO, Sala commissario-consigliere Cassa Depositi e Prestiti-candidato a Sindaco e già che ci siamo “santo subito”, e via sorvolando sui mille lati oscuri delle inchieste e procedimenti giudiziari in corso e sul costo di costruzione di alcuni padiglioni (da 9.000 a 20.000 €/mq) che danno conto dell'orgia di vanagloria che nel suo piccolo (i problemi dell'alimentazione mondiale sono molto più grandi, seri e di lunga lena se si vuole davvero affrontarli) ha saputo essere l'evento semestrale EXPO e il suo successo di pubblico.

Rimangono invece aperti e irrisolti i dubbi sull'utilizzo futuro dell'area, oggi trasformata da area agricola (come ripetutamente previsto nei PRG succedutisi nel tempo: destinazione in sé discutibile, ma che ancor oggi è l'unica atta a garantire all'Ente pubblico l'inedificabilità permanente a causa del carattere intercluso tra autostrade e ferrovie, che ne sconsigliava l'uso edificatorio, soprattutto se residenziale) in area altamente infrastrutturata dall'accessibilità a medio-lungo raggio, ma ancora difficilmente connessa ai tessuti urbani circostanti.

L'ipotesi di realizzarvi un nuovo campus universitario delle Facoltà scientifiche avanzata dal Rettore della Statale deve accompagnarsi ad un progetto sensato di riutilizzo delle aree dismesse a Città Studi da cui (se non si vuole stravolgere la vivibilità dell'ex Città Studi, come già avvenuto a Citylife e Porta Nuova, nonostante l'incensamento che ora ne fa persino l'amministrazione Pisapia e le forze politiche che la sostengono), non si possono ricavare più di 200 Milioni di € a fronte dei 400-500 Milioni di € stimati necessari per il nuovo campus, e bisognerà, quindi, capire come reperire le risorse mancanti.

Purtroppo i costi dell'errata localizzazione dell'evento EXPO, al netto del suo sbandierato successo di pubblico, non saranno così facilmente cancellabili dalla “città normale, con case e negozi” auspicata con tanta insistenza da Gregotti in svariati interventi sui principali quotidiani, che è invece quasi impossibile da realizzarsi in quel contesto localizzativo, se non a scapito della qualità della vita dei suoi abitanti: meglio, o molto meno peggio, pensare di mantenervi funzioni strategiche di livello metropolitano-regionale. A qualcuno potrà non piacere, ma è il costo ineliminabile dell'eredità del dopo Expo e dell'inconsulta trasformazione d'uso di quell'area interclusa.

Come uscirne?: non subendo il ricatto di chi dice ormai la frittata è fatta e qualcuno la deve mangiare! Se qualcuno deve risponderne è Fondazione Fiera che è ente di nomina pubblica, anche se di diritto privato (un po' come le Fondazioni bancarie altro ben noto bubbone corruttivo), e che deve essere richiamata alla propria responsabilità verso la città rinunciando all'enorme aspettativa immobiliaristica che pensava di aver incamerato col riuso del “dopo Expo”, avendone comprato le aree a prezzo agricolo dai proprietari originari con lo straordinario surplus di rendita ottenuto dalla vendita della vecchia sede a Citylife. Riportando quota edificatoria virtualmente sostenibile a non oltre 0,20 mq/mq e "perequandola" sul vasto plateau di aree pubbliche dismesse a dimensione metropolitana (a partire dagli ex scali Fs e dalle ex caserme in dismissione a Milano, ma anche su quelle industriali dismesse sulla direttrice da Rho a Sesto S.G.), sull'area del “dopo EXPO” potrebbero così permanentemente rimanere le funzioni di indirizzo pubblico delle politiche agroalimentari ed altre attività di interesse pubblico, un nuovo polo delle facoltà scientifiche dell'Università Statale, altre attività di innovazione e ricerca, facendone il nuovo Centro Direzionale metropolitano, e non funzioni residenziali, qui particolarmente inadatte.

Comune e grandi proprietà fondiarie (oggi non più agrarie, ma per lo più aree industriali, infrastrutturali e a pubblici servizi – vedi ex caserme e/o ospedali, ecc. - dismesse o dismettibili) si trovano, invece comunemente interessati a massimizzarne di volta in volta lo sfruttamento della rendita fondiaria derivante dal riuso delle aree centrali dismesse (come appunto aveva già fatto Fondazione Fiera all'epoca dei Sindaci Albertini e Moratti e degli assessori all'urbanistica ciellini Lupi e Masseroli) per finanziare gli investimenti nei propri obiettivi societari o istituzionali, il cui esito urbanistico-insediativo viene ritenuto secondario, residuale e spesso del tutto incontrollato.
Negli Accordi di Programma attualmente in corso di definizione con FS e Ministero della Difesa sul riuso di ex scali ed ex caserme, bisognerebbe, invece, far collocare i parchi territoriali e gli spazi per grandi funzioni urbane su aree di altre proprietà che si ritenga utile di non far edificare a case o negozi (come, ad esempio, oggi più d'uno propone sulle aree del dopo Expo pur di uscire in fretta dai guai di indebitamento), le quali in contraccambio acquisirebbero di una quota virtuale dell'indice edificatorio delle aree di FS e Ministero Difesa.

Invece, in questa urbanistica à la carte che è la sommatoria di PII e Accordi di Programma praticata dal machiavellismo perverso della dirigenza dell'urbanistica milanese passata indenne sotto Amministrazioni comunali di centro-destra prima e di centro-sinistra poi, non si allarga l'orizzonte al quadro complessivo della città (che è quello che dovrebbe “governare” il Piano di Governo del Territorio-PGT) e si continua, invece, senza alcune visione generale di quali altre aree potrebbero essere coinvolte in una logica di perequazione soprattutto nella localizzazione dei parchi urbani e grandi servizi territoriali (tanto sbandierata da urbanisti e amministratori di tendenza, ma quasi mai realmente praticata).

Senza di ciò, il prossimo PGT si troverebbe costretto in una visione monca e prefigurata dalla conclusione di accordi raggiunti su interessi parziali sia di FS sia dell'Amministrazione Comunale (e non della Città, in quanto tale). A meno che, come spesso è capitato, il nuovo PGT sia la riapertura a tutto campo di uno spazio per gli interessi particolaristici diffusi che non hanno avuto dimensione e forza per accreditarsi prima nei PII e Accordi di Programma o quelli ereditati dall'indebitamento delle acquisizioni fondiarie e e dell'esito gestionale del dopo EXPO. Temo sia la prospettiva più realistica e attendibile che ci attende una volta diradatisi i fumi autocelebrativi della sbornia da dopo Expo.

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