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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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DAI MEDIA

venerdì 6 novembre 2015

Processo alla Tav al Tribunale dei popoli

«Diritti. Grandi opere e territorio, lobby e democrazia. Il modello "coloniale" di decidere e costruire. I tre capi d’accusa di una sessione del Tribunale dedicata alla Torino-Lione». Il manifesto, 5 novembre 2015 (m.p.r.)


La ses­sione del Tri­bu­nale per­ma­nente dei popoli dedi­cata a Tav, grandi opere e diritti fon­da­men­tali dei cit­ta­dini e delle comu­nità locali che ini­zia oggi a Torino è un evento impor­tante, anche oltre il caso con­creto. Il tema cen­trale è, ovvia­mente, la nuova linea fer­ro­via­ria ad alta velo­cità Torino-Lione: un’opera ciclo­pica deva­stante, di grande impatto ambien­tale, di con­cla­mata inu­ti­lità tra­spor­ti­stica, inso­ste­ni­bile in ter­mini di spesa pub­blica, giu­sti­fi­cata solo da una cul­tura svi­lup­pi­sta ormai ana­cro­ni­stica, da inte­ressi eco­no­mici lob­bi­stici di breve periodo e dalla dispe­ra­zione di un sistema poli­tico ed eco­no­mico inca­pace di dare alla crisi vie di uscita razionali.

Un’opera inol­tre – sarà que­sto il punto prin­ci­pale dell’analisi del Tri­bu­nale dei popoli – decisa in modo auto­ri­ta­rio, pro­vo­cando un movi­mento di oppo­si­zione pro­fon­da­mente radi­cato e capace di mani­fe­sta­zioni con decine di migliaia di per­sone. Orbene que­sto movi­mento, in tutte le sue arti­co­la­zioni (anche isti­tu­zio­nali), è stato siste­ma­ti­ca­mente escluso da ogni con­fronto reale e da ogni deci­sione. Esat­ta­mente come sta avve­nendo in diverse loca­lità della Fran­cia, del Regno Unito, della Spa­gna, della Ger­ma­nia, della Roma­nia e dell’Italia (per limi­tarsi alle realtà che saranno esa­mi­nate dal Tribunale).

L’esclusione delle comu­nità locali da deci­sioni cru­ciali riguar­danti il loro habi­tat, la loro salute, le stesse pro­spet­tive di vita attuali e delle gene­ra­zioni future, è avve­nuta e avviene in Val Susa in un modo esem­plare di un sistema che si ripete con sostan­ziale iden­tità per tutte le grandi opere inu­tili e impo­ste e che si arti­cola in tre fasi fondamentali:

la siste­ma­tica estro­mis­sione dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni inte­res­sate dalle deci­sioni e dal con­trollo sulla effet­tiva uti­lità e sull’iter delle opere, rea­liz­zata esclu­dendo, di fatto e/o mediante prov­ve­di­menti legi­sla­tivi e ammi­ni­stra­tivi ad hoc (come la “legge obiet­tivo” o il decreto “sblocca Ita­lia”), ogni pro­ce­dura di infor­ma­zione, con­sul­ta­zione e con­fronto e/o adot­tando pro­ce­dure di con­sul­ta­zione pura­mente appa­renti (come quelle adom­brate con la costi­tu­zione, nel 2006, di un Osser­va­to­rio pre­sto rive­la­tosi un organo pro­pa­gan­di­stico a favore del Tav o con il nuovo tavolo pro­po­sto ai sin­daci della Valle, nei giorni scorsi, dal mini­stro delle infra­strut­ture Del Rio, fina­liz­zato a discu­tere di tutto, ma non della uti­lità della nuova linea…);

il con­di­zio­na­mento e lo svia­mento delle valu­ta­zioni delle comu­nità inte­res­sate, dell’opinione pub­blica e talora degli stessi deci­sori poli­tici mediante la ela­bo­ra­zione e la dif­fu­sione di dati inve­ri­tieri sulla satu­ra­zione della linea fer­ro­via­ria sto­rica e sulla con­se­guente neces­sità del nuovo col­le­ga­mento (a fronte dei quali il metodo Volk­swa­gen, recen­te­mente emerso alla ribalta, sem­bra opera di mal­de­stri dilet­tanti) e di pre­vi­sioni prive di ogni seria base scien­ti­fica, ampli­fi­cati in modo mar­tel­lante da organi di stampa spesso con­trol­lati da sog­getti inte­res­sati all’opera;

la per­ma­nente e totale imper­mea­bi­lità a richie­ste, appelli, sol­le­ci­ta­zioni ed espo­sti di isti­tu­zioni ter­ri­to­riali, comi­tati di cit­ta­dini, tec­nici e intel­let­tuali e la paral­lela gestione della pro­te­sta e dell’opposizione come pro­blemi di ordine pub­blico deman­dati al con­trollo mili­tare del ter­ri­to­rio (finan­che con truppe dell’esercito già uti­liz­zate in mis­sioni all’estero) e all’intervento mas­sic­cio degli appa­rati repres­sivi, addi­rit­tura con la con­te­sta­zione di fat­ti­spe­cie di ter­ro­ri­smo e la revi­vi­scenza di reati di opi­nione (come acca­duto con rife­ri­mento a Erri De Luca).

Tutto ciò – lo si è già accen­nato e sarà al cen­tro dell’esame del Tri­bu­nale – rea­lizza un vero e pro­prio sistema di governo di pezzi di società che ha a che fare con i diritti fon­da­men­tali delle per­sone e delle comu­nità e di par­te­ci­pa­zione. Di demo­cra­zia si potrebbe dire, se il ter­mine non fosse sem­pre più spesso uti­liz­zato a coper­tura di scelte che vanno in dire­zione esat­ta­mente oppo­sta e di isti­tu­zioni e regimi che tutto sono meno che demo­cra­tici. Per­ché la logica sot­tesa a que­sto sistema è – non sem­bri ecces­sivo il ter­mine – una logica neo­co­lo­niale, fon­data sulla pre­tesa di lobby eco­no­mi­che e finan­zia­rie nazio­nali e sovra­na­zio­nali e delle isti­tu­zioni con esse col­le­gate di disporre senza limiti e senza con­trolli delle risorse del ter­ri­to­rio estro­met­tendo le popo­la­zioni inte­res­sate (con­si­de­rate por­ta­trici di inte­ressi par­ti­co­la­ri­stici e non apprez­za­bili), tra­sfe­rita nel cuore dell’Europa.

Parlo di logica ovvia­mente, essendo ben con­sa­pe­vole che essa si mani­fe­sta in Occi­dente con moda­lità e carat­te­ri­sti­che incom­pa­ra­bili in ter­mini di uso della vio­lenza e di sopraf­fa­zione. Ma il segnale è chiaro. Nelle società con­tem­po­ra­nee, per­corse da derive deci­sio­ni­ste e auto­ri­ta­rie accade che la verità si intra­veda dai mar­gini, dalle peri­fe­rie, da vicende riguar­danti parti limi­tate della società che anti­ci­pano, peral­tro, feno­meni di carat­tere gene­rale. Come hanno dimo­strato – tra le altre – le ricer­che, ormai clas­si­che, di Enzo Tra­verso sul nazi­smo e la sua genesi, la man­cata per­ce­zione e l’omessa ana­lisi di molti segnali pre­mo­ni­tori pur facil­mente avver­ti­bili hanno pro­dotto nel secolo scorso lutti e disa­stri indicibili.

La spe­ranza è che il Tri­bu­nale per­ma­nente dei popoli, da sem­pre in anti­cipo sui tempi, sap­pia, anche in que­sto caso, assu­mere deci­sioni e chiavi di let­ture utili non solo per la Val Susa ma per le pro­spet­tive dell’intera Europa.
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