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lunedì 9 novembre 2015

“La sinistra è brava a dividersi E Renzi mi ricorda molto Craxi”

Piccolo viaggio alle radici del renzismo. Cominciò con Craxi e con Veltroni. Alessandro Ferrucci intervista Marisa Rodano protagonista della lotta per il suffragio universale in Italia. Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2015

Sigaretta tra le mani, capelli grigi, cardigan e camicia, risposte mai immediate ma frutto di una breve riflessione. “Vuole sapere da quando è iniziato tutto questo sconquasso politico e sociale? Dall’avvento del CAF”. Maria Lisa Cinciari Rodano, classe 1921, si accomoda in poltrona circondata dai suoi libri, libri che racchiudono una storia ricca, irripetibile, decisiva in alcune battaglie civili, in particolare per la parità dei sessi; lei che nel 1963 diventò, per il Pci, la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente della Camera.

Lei ha visto, vissuto, partecipato, a buona parte dell vicende del nostro secondo dopoguerra. Secondo lei stiamo ancora pagando il trittico Craxi-Andreotti-Forlani...
«Con loro inizia il processo di degrado della democrazia italiana che poi esploderà con Mani pulite: la crisi dei partiti, il leaderismo, la personalizzazione della politica. I programmi diventati secondari».
C’è chi vede similitudini tra Renzi e Craxi.
«Forse ci sono in alcune scelte, ma lo scopo è ben diverso: l’obiettivo di Renzi è governare, per produrre cambiamento, ma non sempre cambiare significa progredire; non sempre cambiare è meglio, non sempre vuol dire andare a sinistra, magari ci si sposta a destra. Sa qual è il vero problema? Non è chiaro quale società vogliano, in che modo affrontare la questione che metà della popolazione è sotto la soglia di povertà; come ridurre le disparità di reddito e di condizioni di vita».
Sul Fatto di lunedì scorso, Alfredo Reichlin ha parlato di Renzi come di un politico che non costruisce, di un uomo lontano da un'idea di partito...
«Condivido. Ribadisco: oramai la politica è solo scontro tra leader o presunti tali, si è personalizzata, e ciò spiega il perché metà della popolazione non va a votare, metà della popolazione ritiene che la politica non è affare suo, che il voto non conta, non serve; è come se la politica fosse diventata qualcosa di riservato a pochi cittadini».
Deve essere particolarmente doloroso per leiche ha combattuto per il suffragio universale...
«Molto. Mi ricordo la campagna per l’elezione dell’Assemblea Costituente, per far comprendere alle donne (che mai avevano votato) l’importanza dell’urna, di quanto quel gesto poteva condizionare le loro vite e quelle di tutti. E alla fine, nel 1946, l’80 per cento si presentò con la scheda in mano, la stessa percentuale degli uomini. Qualcosa di straordinario. Alcune di noi scoppiarono in lacrime».
Torniamo al CAF: avvertì subito il cambio di marcia?
«Immediatamente. Non appena Craxi propose la cosiddetta “Grande riforma”, con l’obiettivo di arrivare a una legge elettorale maggioritaria per instaurare un sistema di alternanza tra due schieramenti, (tra la Dc e il Psi) allo scopo, come ho già detto, di escludere il Pci. In parte l’idea di Stato che ha Renzi ricorda quella “Grande Riforma” di Craxi. La vada a prendere e vedrà le somiglianze».
Bipolarismo antelitteram.«Esatto, una proposta poi sancita al congresso socialista di Rimini. Da quegli anni iniziarono a finire le ideologie e purtroppo le idealità».
È legata alle ideologie?
«No, sono sempre stata dell’idea che la politica dovesse essere laica, e non discendere dal fatto che uno crede in Dio, o é ateo, è marxista o liberale. No. La politica deve riguardare tutti. Il problema è che la fine delle ideologie si è portata dietro anche l’addio alle idealità, ai progetti, quindi sono finite le prospettive».
Veltroni ha sponsorizzato il bipolarismo.
Mi ricordo il fastidio provato durante il suo discorso a Torino».
Secondo Cacciari da quell’intervento finisce il Pd...
Quel giorno Veltroni sembrò voler dire a proposito della sua militanza nel Pci: “Non c’ero e se c’ero dormivo”. Non si può affermare “non sono mai stato comunista”, se si è militato nel Pci. Si deve avere il coraggio di proporre un’analisi critica degli errori, di che cosa non si è capito; di cercare di valutare gli aspetti positivi e quelli negativi. Così si fa. Non si può buttare via tutto, non si può rifiutare il proprio passato».
Veltroni ha smantellato anche le sezioni, per un partito fluido...
«Quello delle sezioni era un tessuto fondamentale».
Quanto?
Nei primi anni dopo la Liberazione, a Roma, ogni giovedì c’erano assemblee delle sezioni del Pci dove si discuteva degli eventi internazionali della settimana, di quelli nazionali, delle cose da fare, di quelle da evitare, di quello che aveva combinato la Democrazia cristiana, degli argomenti all’ordine del giorno in Parlamento, di quale posizione tenere su di essi in Parlamento».
Una partecipazione di base.
«Sì, e molto viva: e di quella opinione bisognava tener conto».
Un tipo di coinvolgimento che in parte hanno ereditato Grillo e il Movimento.
«Sì, ma il web è una questione un po’ diversa: una cosa è cliccare “mi piace” o scrivere tre parole di commento; altro è partecipare a una discussione viso a viso. Perché cliccare “mi piace” non costa niente, non rischi niente, non ci si mette in gioco veramente, mentre le discussione vis a vis duravano ore, e si creava anche una forma di solidarietà umana importante».
Reichlin si è definito sconfitto come uomo di sinistra.
«C’è una responsabilità grossa in tutti i gruppi della sinistra che non sono mai riusciti ad aggregarsi, e da decenni».
Si riferisce al gruppo del Manifesto?
«Anche prima. In realtà c’è sempre stata questa frantumazione che ha fatto sì che la sinistra non contasse».
Perché questa tendenza?
«Difficile dirlo. Torniamo all’inizio di questa nostra chiacchierata: la politica italiana è diventata di persone, e ognuno la fa in proprio, come singolo, a cominciare da Renzi. È l’interesse di un club, una specie di Rotary».
È stupita di cosa sta accadendo a Roma?
«Molto. Il mio ricordo di Roma è quello legato a un’altra epoca, con il movimento operaio attivo, vivace, presente. Ricordo cos’erano i movimenti, le sezioni delle borgate che si battevano per le fogne, l’illuminazione elettrica, la riparazione delle case, i trasporti. Era una città attiva, con momenti magnifici come nel periodo del sindaco Petroselli».
Anche dalla Roma di quegli anni partì una sorta di rivincita civile contro il terrorismo.
«Non c’è dubbio, l’Estate Romana fu un’esperienza straordinaria, dagli anni bui, la Capitale divenne una vetrina per il mondo».

Quella vetrina adesso è purtroppo a Piazzale Clodio, dove si celebra Mafia-Capitale.
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