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domenica 1 novembre 2015

Modello Expo, il salto di qualità del renzismo

«Mostro Marino. Dopo Prodi e Letta, il premier miete un'altra vittima senza apparire. Per «il nuovo Pd» rovesciare governi fuori dalle aule e senza dibattito pubblico è ormai una prassi. Un partito post-democratico, e anzi, tout court, antidemocratico». Il manifesto,  1° novembre 2015, con postilla

Venerdì, a Roma, il pro­getto ren­ziano di mano­mis­sione della nostra demo­cra­zia ha com­piuto un nuovo salto di qua­lità. O, forse meglio, ha rive­lato – nell’ordalia rap­pre­sen­tata sul grande pal­co­sce­nico di Roma capi­tale – la pro­pria natura com­piu­ta­mente post-democratica e anzi tout court anti-democratica.

Di Igna­zio Marino sin­daco si può pen­sare tutto il male pos­si­bile: molte sue poli­ti­che sono state discu­ti­bili e anti-sociali (in pri­mis la que­stione della casa), alcuni suoi com­por­ta­menti incom­pren­si­bili, la sua inge­nuità (o super­fi­cia­lità) imper­do­na­bile, la sua ina­de­gua­tezza evi­dente. E l’accettazione nella sua squa­dra di uno come Ste­fano Espo­sito insopportabile.

Ma la fero­cia con cui il Pd, su man­dato del suo Capo, ha posto fine alla legi­sla­tura in Cam­pi­do­glio supera e offu­sca tutti gli altri aspetti. Sosti­tuendo all’Aula il Notaio. Al dibat­tito pub­blico la mano­vra di cor­ri­doio e il reclu­ta­mento sub­dolo dei sicari (arte in cui Mat­teo Renzi eccelle, aven­dola già spe­ri­men­tata prima con Romano Prodi e poi con Enrico Letta).

E col­pendo così non tanto, e comun­que non solo, «quel» Sin­daco (che pure a molti voleri del Pd era stato fin troppo fedele), ma il prin­ci­pio car­dine della Demo­cra­zia in quanto tale. O di quel poco che ne resta, e che richie­de­rebbe comun­que che la nascita e la caduta degli ese­cu­tivi – nazio­nali e locali – avve­nisse nell’ambito degli isti­tuti rap­pre­sen­ta­tivi costi­tu­zio­nal­mente sta­bi­liti in cui si eser­cita la sovra­nità popo­lare. Con un voto palese, di cui ognuno si assume in modo tra­spa­rente e moti­vato, la responsabilità.

Così non è stato.

In siste­ma­tica e osten­tata con­ti­nuità con la pra­tica seguita dal governo Renzi in que­sti mesi di legi­sla­zione coatta (a colpi di fidu­cia e di mani­po­la­zione delle Com­mis­sioni) e con la sua riforma costi­tu­zio­nale di stampo burocratico-populistico, la sede della Rap­pre­sen­tanza è stata mar­gi­na­liz­zata e umi­liata. Svuo­tata di ruolo e poteri. Sosti­tuita dalla retta che dal ver­tice dell’Esecutivo — fatto coin­ci­dere con la lea­der­ship del par­tito a voca­zione tota­liz­zante e a con­si­stenza dis­sol­vente – pre­ci­pita, senza intoppi, fino ai piani bassi della cucina quo­ti­diana, dele­gata alle buro­cra­zie guar­diane, reclu­tate al di fuori di ogni vali­da­zione elet­to­rale, in base a cri­teri di fedeltà (o, forse meglio, di asservimento).

Nella sta­gione impe­gna­tiva — per com­piti da svol­gere e affari da sfrut­tare – del Giu­bi­leo la Capi­tale sarà ammi­ni­strata e «gover­nata» da un dream team (o night­mare team?) non di rap­pre­sen­tanti del popolo ma di fidu­ciari del Capo, chia­mati con logica emer­gen­ziale a «gestire l’impresa» in nome non tanto del bene pub­blico ma dell’efficienza.

Della com­po­si­zione del team già se ne parla: oltre all’inossidabile Sabella, il pre­fetto ren­ziano Fran­ce­sco Paolo Tronca, fre­sco della Milano di Expo e Marco Ret­ti­ghieri, ex super­ma­na­ger di Ital­ferr, uomo Tav, quello che ha sosti­tuito come diret­tore gene­rale costru­zioni dell’Expo Angelo Paris dopo il suo arre­sto per cor­ru­zione e tur­ba­tiva d’asta…

Un bel pezzo della «Milano da man­giare» – del «para­digma Expo» – tra­pian­tata a Roma, a far da matrice del nuovo corso della Capi­tale, ma anche — s’intende – del Paese.

Ed è que­sto il secondo anello della cer­chia­tura della botte ren­ziana. O, se si pre­fe­ri­sce, il pas­sag­gio con cui si chiude il cer­chio del muta­mento di para­digma della poli­tica ita­liana: que­sto uti­lizzo del «modello Expo», costruito come esem­pio «di suc­cesso», gene­rato e poi cer­ti­fi­cato dal mer­cato, e (per que­sto) proposto/imposto come forma vin­cente di gover­nance da imi­tare e generalizzare.

L’operazione era stata favo­rita, non so quanto con­sa­pe­vol­mente, dall’infelice ester­na­zione di Raf­faele Can­tone, in cui si con­trap­po­neva Milano come «capi­tale morale» a una Roma «senza anti­corpi»: infe­lice per­ché sem­bra for­te­mente «irri­tuale», per usare un eufe­mi­smo, e comun­que molto inop­por­tuno, che colui che dovrebbe sor­ve­gliare e garan­tire il rispetto della lega­lità prima, durante e dopo un’opera ad alto rischio come l’Expo, bea­ti­fi­chi la città che l’ha orga­niz­zato e ospi­tato e, reci­pro­ca­mente, che ne venga bea­ti­fi­cato, pro­prio alla vigi­lia di un periodo in cui la magi­stra­tura dovrebbe essere lasciata asso­lu­ta­mente libera di pro­ce­dere a tutte le pro­prie veri­fi­che e in cui l’Agenzia che egli dirige dovrebbe ope­rare come mai da ter­tium super par­tes (che suc­ce­derà, per esem­pio, se le inchie­ste in corso su cor­ru­zione, pecu­lato, truffa, ecc. doves­sero con­clu­dersi con ver­detti di col­pe­vo­lezza: la dovremmo chia­mare «Mafia Capi­tale Morale»?).

Ma tant’è: il cli­ché coniato da Can­tone è entrato alla velo­cità della luce a far parte del dispo­si­tivo nar­ra­tivo ren­ziano sulle mera­vi­glie del rina­sci­mento ita­liano. E su come que­sto possa tanto più age­vol­mente e soprat­tutto velo­ce­mente dispie­garsi quanto più si eli­mi­nano gli osta­coli della vec­chia, acci­diosa e fasti­diosa demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva (quella, appunto, che pro­duce i Marino), e si adot­tano, in alter­na­tiva, le linee degli exe­cu­tive di turno, magari arruo­lando in squa­dra le stesse «auto­rità indi­pen­denti» che dovreb­bero eser­ci­tare i controlli.

Per­so­nal­mente mi ha tur­bato la quasi con­tem­po­ra­nea dichia­ra­zione di Can­tone sulla pro­pria inten­zione di abban­do­nare l’Associazione nazio­nale magi­strati, rea di aver mosso (caute) cri­ti­che al governo… E anche que­sto è uno scatto – se volete pic­colo, ma inquie­tante – nella chiu­sura della gab­bia che ci sta stringendo.

postilla

Revelli dice, giustamente, che «la Capi­tale sarà ammi­ni­strata e "gover­nata" non dai rap­pre­sen­tanti del popolo ma da fidu­ciari del Capo». Non è una logica nuova né per il Capo, né per la storia. Il Capo pratica questa logica in tutti i suoi atti che riguardano l'ordinamento dello Stato: dalla scuola agli ospedali, dai ministeri alle istituzioni una volta elettive. Sta realizzando una struttura piramidale, in cui gli occupanti dei posti di comando (dal capo ai capetti ai capettini ai sottocapettini) siano collegati tra loro dall'investitura (dall'alto verso il basso) e dalla fedeltà (dal basso verso l'alto). Si chiama, nei libri di storia, "regime feudale". Questo  modello di regime non  è di per sé molto solido. Spesso è stato consolidato da un elemento soprannaturale, oggi da due elementi: il ricatto (almeno in Italia) e l'Unione europea, a sua volta sottordinata ai Mercati. Ma l'elemento che garantisce di più la solidità dell'edificio è l'ideologia. Quella dominante ha annullato tutte le atre, e una ideologia differente, ampiamente condivisa, fatica molto a formarsi.
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