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lunedì 9 novembre 2015

Luciano Gallino. Il sapere dalla parte degli sfruttati

Articoli di Paolo Griseri e Guido Crainz su un uomo che è ancora tra noi. Per cambiare la società, non per aggiustarla. La Repubblica, 9 novembre 2015





UN INTELLETTUALE RARO CHE ALLA PURA ANALISI 
UNIVA SEMPRE L’EMPATIA PER I “VINTI”
di Guido Crainz

Un intellettuale raro, Luciano Gallino. Raro per l’arco complessivo del suo percorso, da quel luogo magico che è stata la Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta sino al ruolo svolto nei grandi campi del sapere sociologico; dall’Università di una città- simbolo dell’Italia industriale come Torino alle esperienze internazionali, e sino ai puntuali interventi connessi all’attualità. Un intellettuale raro per l’intreccio stretto fra ricerca scientifica e impegno civile, nel suo rigoroso seguire il delinearsi di un mondo e il suo dissolversi: con un’attenzione costante sia alle nervature interne di esso che alle ricadute umane dei processi che lo attraversavano.

Si riflette infatti nelle sue ricerche il definirsi del mondo industriale in Italia, il suo tardivo ed intenso espandersi, il suo specifico profilo; e poi il suo progressivo rimodellarsi ( Il lavoro e il suo doppio) e incrinarsi ( La scomparsa dell’Italia industriale) sino al suo radicale trasformarsi nell’era della globalizzazione. Senza rimuovere i drammi umani e le lacerazioni che quella dissoluzione ha provocato e provoca; con un’intensa attenzione ai nessi fra Globalizzazione e diseguaglianze, a Il costo umano della flessibilità o ai profili de L’impresa irresponsabile. Con l’analisi attenta delle forme e delle modalità complesse del lavoro, delle trasformazioni tecniche e al tempo stesso delle dimensioni umane che entravano in gioco.

È sufficiente scorrere alcuni titoli dei suoi libri per cogliere la ricchezza di un percorso e questo rinvia ad un altro suo tratto: alieno dalle più rigide ideologie del marxismo di scuola quando esso sembrava imperante, e alieno dalle liquidazioni altrettanto ideologiche di patrimoni conoscitivi quando quelle liquidazioni sono dilagate. Si legge con passione un libro-intervista di tre anni fa, La lotta di classe dopo la lotta di classe. Con la riflessione sull’attuale ridefinirsi delle classi sociali, in una puntuale contestazione di chi ne nega l’esistenza; e con la delineazione di una lotta di classe (economica, sociale, culturale) condotta oggi dalle classi dominanti contro le classi lavoratrici e le classi medie. Con l’analisi non dello scomparire ma del progressivo estendersi - oltre la fabbrica e anche oltre il lavoro - di forme molteplici di dominio quotidiano. 

Con l’analisi delle tragedie indotte non solo dai processi economici ma anche dal Dramma di una società disgregata, per citare un articolo pubblicato nel marzo del 2010 su questo giornale: una riflessione su quelle lacerazioni indotte dalla crisi di cui testimoniavano i drammi, e i suicidi, di imprenditori e di operai del Nord-Est. «Per resistere a un simile carico di rabbie e scoramento», scriveva, sarebbero necessarie coesioni sociali oggi quasi dissolte. Sarebbero necessari “gruppi di sostegno” che un tempo esistevano: «Certamente ne esistono ancora, ma forse non abbastanza». Era un’analisi e al tempo stesso un richiamo a responsabilità collettive: come tutti i suoi scritti.


IL RIFORMISTA RIGOROSO CHE CI HA RACCONTATO
LE METAMORFOSI D’ITALIA
di Paolo Griseri 

Di Luciano Gallino, scomparso ieri all’età di 88 anni, mancherà la testimonianza rigorosa e appassionata, la serietà d’analisi che consentiva a tutti coloro che si occupano della società italiana di avere uno sguardo non preconfezionato sui mutamenti dell’ultimo mezzo secolo. Soprattutto mancherà il suo essere punto di riferimento, quasi una cartina di tornasole del mutare delle posizioni altrui: il suo mite radicalismo d’indagine aveva finito per farlo passare, negli ultimi anni, come un intellettuale no global mentre era semplicemente il coerente sostenitore di un riformismo rigoroso e non cortigiano. Dunque un riformismo autentico.

Dal capitalismo dal volto umano di Adriano Olivetti alla girandola impazzita della crisi dei mutui subprime, Luciano Gallino ha conosciuto e analizzato l’intera parabola del rapporto capitale-lavoro nella seconda parte del Novecento. Utilizzando come metro di valutazione le persone che in quei processi venivano rese protagoniste o schiacciate.

Non avrebbe potuto essere diversamente. Ivrea, negli anni Cinquanta e Sessanta, è stata uno dei principali laboratori di analisi sociale e anche scuola di formazione per intellettuali e futuri esponenti della classe dirigente italiana. Lo ha raccontato nell’intervista su Adriano Olivetti riproposta lo scorso anno da Einaudi con il titolo L’impresa responsabile. Quasi una provocazione se si pensa a certe società quotate in Borsa. Ma, all’epoca, una specie di parola d’ordine per gli intellettuali riuniti intorno dall’azienda di Ivrea. La Olivetti di Adriano e la Torino di Gianni Agnelli erano, all’epoca, i due poli possibili della via italiana al capitalismo. Olivetti chiama Gallino nel 1956 a fare da consulente e sembrava una bestemmia, una stravaganza per un capitano d’industria. Le due one company town sistemate a soli 40 chilometri di distanza, rivaleggiavano sul modello di capitalismo che proponevano.

Una competizione vera, a colpi di marketing sociale: ancora alla fine degli anni Settanta ci fu chi osservò che sull’autostrada i cartelli chilometrici verso Torino erano sponsorizzati dalla Fiat e quelli sulla carreggiata opposta, verso Ivrea, dalla Olivetti. Industria di massa che aveva sconvolto la geografia sociale di Torino quella degli Agnelli, città-comunità che realizzava prodotti d’avanguardia quella degli Olivetti. È in questo secondo campo che il giovane Gallino aveva cominciato a studiare il lavoro e le sue conseguenze sulla società, all’ufficio “Studi relazioni sociali”.

È all’Università di Torino che negli anni Settanta inizia il suo percorso di docente e di ricercatore. Arriva in un momento particolare per la storia sociale ma anche per gli studi sociologici. A Torino il punto di riferimento era per tutti Filippo Barbano, uno dei pionieri della sociologia italiana. Erano anni in cui era diventata una scelta quasi obbligata per un intellettuale coniugare studio e verifica sul campo in una città che era diventata inevitabilmente un gigantesco laboratorio sociale. Approfondire i saggi teorici e distribuire questionari davanti ai cancelli delle fabbriche erano le due principali attività dei sociologi.

Gallino non amava le mode intellettuali. Alle narrazioni preferiva i numeri, l’analisi scientifica dei dati, e questo gli ha reso la vita non semplicissima sia negli anni Settanta del Novecento sia in questo primo scorcio del nuovo millennio. Non aveva nemmeno timore di schierarsi. La sua adesione al comitato promotore della lista Tsipras alle elezioni europee è la dimostrazione che il riformista Gallino non era un intellettuale timoroso di sporcarsi le mani. Era invece convinto della necessità di un cambio radicale di sistema, non solo economico ma anche culturale. E per arrivarci non vedeva altra strada se non quella dello studio e della comprensione dei meccanismi sociali. Non amava scorciatoie populiste: «Senza un’adeguata comprensione della crisi del capitalismo e del sistema finanziario, dei suoi sviluppi e degli effetti che l’uno e l’altro hanno prodotto nel tantivo di salvarsi — scriveva — ogni speranza di realizzare una società migliore dell’attuale può essere abbandonata».

Lo studio ma anche la proposta. Il suo piano per creare lavoro e uscire dalla crisi negli anni difficili dello spread alle stelle è stata una delle rare proposte concrete. Quell’idea di prender- si cura dell’Italia, utilizzare gli investimenti pubblici per creare lavoro, ristrutturare scuole e riparare strade è forse il vero testamento del sociologo che sapeva guardare oltre lo stato di cose esistente.


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