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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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DAI MEDIA

giovedì 5 novembre 2015

Lo sfregio romano benzina sull’astensionismo

Ciò che è accaduto e accade a Roma in Comune e al Parlamento è il segno palese che la politica ha svuotato di ragioni  istituzioni. Allora, a che serve votare? Il manifesto, 5 novembre 2015

Davanti ad un notaio s’è cer­ti­fi­cata la fine di un’esperienza poli­tica, senza che ne venisse coin­volta l’istituzione rap­pre­sen­ta­tiva. Nulla di ille­git­timo può essere rile­vato. Il caso di auto-scioglimento del con­si­glio per dimis­sioni della mag­gio­ranza dei con­si­glieri rien­tra tra quelli pre­vi­sti dal testo unico sugli enti locali (art. 141). Così come è indi­cata la pos­si­bi­lità di revo­care le dimis­sioni pre­sen­tate dal sin­daco entro il ter­mine di 20 giorni (art. 53).

Dun­que, entrambi gli atti che hanno carat­te­riz­zato la vicenda romana sono stati pos­si­bili ai sensi di legge. Eppure, per via legale, si è pro­dotto un vul­nus al sistema della rap­pre­sen­tanza democratica.

Non aver coin­volto il con­si­glio comu­nale, non aver espresso il pro­prio dis­senso in quella sede, assu­men­dosi — cia­scun con­si­gliere — la respon­sa­bi­lità poli­tica della pre­sen­ta­zione di una mozione moti­vata di sfi­du­cia, come indi­cato sem­pre dalla stessa legge (art. 52), appare una scelta signi­fi­ca­tiva della con­ce­zione di demo­cra­zia che ormai domina. Non è solo il caso di Roma, bensì un modo di ope­rare che rivela una cul­tura poli­tica del tutto insof­fe­rente al ruolo delle isti­tu­zioni. Una poli­tica che si fa altrove, all’esterno dei palazzi della poli­tica, den­tro le stanze chiuse dei potenti.

Basta riper­cor­rere le più rile­vanti vicende degli ultimi mesi e ci si avvede come tutti i pas­saggi più impor­tanti si siano con­su­mati fuori da ogni regola isti­tu­zio­nale e non nelle sedi pro­prie. Anzi­tutto il cam­bio di governo, deciso dalla dire­zione di un par­tito, senza alcun coin­vol­gi­mento parlamentare.

Ma anche l’accordo per la modi­fica della costi­tu­zione e sulla legge elet­to­rale, prima con­cor­dato in un incon­tro tra due lea­der (Ber­lu­sconi e Renzi) svolto in un luogo riser­vato senza alcuna pub­bli­cità e tra­spa­renza, poi — a seguito delle con­vulse e note vicende — rine­go­ziato tra pochi espo­nenti di un unico par­tito e con l’aiuto di una drap­pello di sena­tori senza partito.

I riflessi di que­sto modo di pro­ce­dere hanno por­tato ad un sostan­ziale svuo­ta­mento dei luo­ghi della rappresentanza.

Si pensi al (non) dibat­tito par­la­men­tare tanto sulla legge elet­to­rale quanto sulla riforma costi­tu­zio­nale: s’è fatto di tutto per evi­tare il con­fronto nel merito. In Par­la­mento, venute meno le con­di­zioni per una discus­sione sulle diverse visioni di demo­cra­zia che pote­vano por­tare a legit­ti­mare le sin­gole pro­po­ste, ci si è limi­tati a inter­pre­tare il rego­la­mento e ad uti­liz­zarlo nel modo più disin­volto (a volte ben oltre il pos­si­bile) al solo fine di con­se­guire il risul­tato (le forze di mag­gio­ranza) ovvero limi­tan­dosi ad urlare alla luna (le forze di opposizione).

Così abbiamo assi­stito ad un ben tri­ste spet­ta­colo: rimo­zioni in massa di par­la­men­tari dalle com­mis­sioni, richie­ste di disci­plina in mate­rie di coscienza, fis­sa­zione di tempi che impe­di­vano alle com­mis­sioni di svol­gere il pro­prio ruolo istrut­to­rio per arri­vare diret­ta­mente in aula senza rela­tori, senza testo base, senza parole medi­tate. In un arena ove l’unico obiet­tivo era quello di sfi­dare la sorte dei numeri, facendo asse­gna­mento sulla pro­pria capa­cità tat­tica, non certo con­fi­dando sulla forza della per­sua­sione e sulla capa­cità di con­se­guire un nobile com­pro­messo par­la­men­tare nel merito delle proposte.

D’altronde, anche l’opposizione ha mostrato il pro­prio sban­da­mento. Par­te­ci­pando a que­sta spet­ta­co­la­riz­za­zione anch’essa, a volte, non ha preso troppo sul serio la dignità del Par­la­mento. Un po’ come Marino, anche l’opposizione si “dimet­teva” a giorni alterni. Un giorno un po’ di Aven­tino, il giorno dopo un po’ d’Aula. Non mi sem­bra si sia riu­sciti in tal modo a far chia­ra­mente emer­gere le reali ragioni di una bat­ta­glia poli­tica di con­tra­sto così impor­tante, a tutto van­tag­gio dell’uso reto­rico delle isti­tu­zioni per­se­guito dalla maggioranza.

Due pas­saggi mi sem­brano pos­sano sin­te­tiz­zare — anche in ter­mini meta­fo­rici — lo stato di crisi delle isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive. Da un lato la pre­sen­ta­zione da parte del sena­tore Cal­de­roli di milioni di emen­da­menti incon­sulti ela­bo­rati da un algo­ritmo, dall’altro l’interpretazione disin­volta (a mio parere ille­git­tima) dei rego­la­menti par­la­men­tari che hanno impe­dito la discus­sione su tutto, in par­ti­co­lare con l’invenzione del cosid­detto “can­guro”. Una riforma costi­tu­zio­nale dun­que affi­data ad un metodo di cal­colo e ad un ani­male della fami­glia dei macro­po­didi. Credo ci si sia fatti pren­dere la mano.

Eppure die­tro tutte que­ste for­za­ture c’è una spie­ga­zione: la per­dita del senso delle isti­tu­zioni. Nes­suno sem­bra più cre­dere in esse. La poli­tica si svolge altrove, non pos­siede più forme. La deci­sione è assunta tra pochi, in luo­ghi e con mezzi inde­ter­mi­nati: sms, dia­lo­ghi diretti, mes­saggi indi­retti, affi­da­menti indi­vi­duali o garan­zie pre­state da gruppi d’interesse. Poi, fatta in tal modo la scelta, essa viene divul­gata attra­verso una stra­te­gia ad effetto che non pre­vede pas­saggi isti­tu­zio­nali, bensì mero spet­ta­colo. A que­sto punto, il pas­sag­gio isti­tu­zio­nale, se non può essere evi­tato, diventa però uni­ca­mente un intral­cio, che deve essere gestito con qual­che insof­fe­renza. Sop­por­tato come un “costo” della demo­cra­zia, non certo come sua essenza e valore.

Un atteg­gia­mento psi­co­lo­gico, carat­te­riale e cul­tu­rale, prima ancora che espres­sione di una con­sa­pe­vole stra­te­gia poli­tica poten­zial­mente ever­siva. Il nuovo ceto poli­tico ha costan­te­mente teso ad elu­dere il con­fronto isti­tu­zio­nale, anche quello interno alle istanze di par­tito. Pri­ma­rie “aperte”, per scon­fig­gere le buro­cra­zie e rove­sciare gli equi­li­bri interni; dire­zioni in stree­ming, per par­lare con l’opinione pub­blica, non certo per tes­sere una stra­te­gia con­di­visa entro una comu­nità poli­tica; rap­porti diretti con i poli­tici locali da soste­nere (Pisa­pia e il “modello mila­nese” dell’Expo) ovvero da abban­do­nare (Marino e la man­canza di anti­corpi romani).

I com­por­ta­menti extrai­sti­tu­zio­nali dif­fusi, che carat­te­riz­zano il ritorno della poli­tica oggi, sono stati favo­riti dalle poli­ti­che di ieri. Sono anni che si denun­cia la crisi del Par­la­mento, delle rap­pre­sen­tanze locali, del ruolo isti­tu­zio­nale dei par­titi. Ciò nono­stante, per­lo­più, si è pre­fe­rito caval­care l’insofferenza, rac­co­gliere un facile con­senso sca­gliando pie­tre con­tro i Palazzi della poli­tica, nes­suno volendo rac­co­gliere la sfida com­plessa di un reale cam­bia­mento delle isti­tu­zioni ope­rando al loro interno, nel rispetto delle regole del gioco democratico.

Una sot­to­va­lu­ta­zione imper­do­na­bile che rischia di svuo­tare di ogni ruolo la rap­pre­sen­tanza. Ci si potrebbe alla fine chie­dere per­ché tor­nare a votare per un con­si­glio comu­nale che non conta nulla, nulla decide e nulla può fare. Meglio affi­darsi ad un com­mis­sa­rio pre­fet­ti­zio. In fondo la sto­ria ci ha già detto che esi­ste una “isti­tu­zione” in grado di ope­rare in situa­zioni di emer­genza: il dic­ta­tor com­mis­sa­rio ha sal­vato più di una volta Roma. Poi è arri­vato Giu­lio Cesare e la dit­ta­tura è diven­tata sovrana, ponendo fine alla repubblica.
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