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domenica 1 novembre 2015

L’architetto Turato, villa Rodella e quel buco al Lido da 36 milioni

Quando a speculare è la pubblica amministrazione. Non per soddisfare bisogni dei cittadini, ma per far quadrare bilanci. Il territorio ci perde sempre, i cittadini due volte: perdono un bene pubblico e si ritrovano con un debito di 36 milioni. E la storia continua. La Nuova Venezia, 1 novembre 2015 (m.p.r.)


Venezia. Non sono spiantati come Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni nel film I soliti ignoti ma restano la banda del buco. Un signor buco, quello del Palacinema del Lido: uno sbancamento ripristinato, un nulla di fatto costato 36 milioni di euro, pagati da voi che state leggendo. Questo vergognoso esempio di spreco è raccontato da Sergio Rizzo e Giancarlo Carnevale, ex preside di architettura, in 8 terrificanti minuti, registrati su Youtube il 3 giugno scorso. Provate ad ascoltarli.

Molto prima, il 27 giugno 2011, l’aveva denunciata Francesco Giavazzi. La vicenda è nota ma il processo Mose può far emergere aspetti nuovi, adesso che il responsabile unico del procedimento, l’architetto Danilo Turato, è davanti ai giudici nell’udienza preliminare. Turato non è indagato per il Palacinema - né lui né altri, stranamente la magistratura non ci ha mai ficcato il naso - ma perché ha diretto i lavori di restauro a Villa Rodella. Pagato non dal proprietario Giancarlo Galan ma da un imprenditore che non aveva neanche le maestranze impegnate nei lavori, Piergiorgio Baita. Il quale con giri diversi si approvvigionava dal Mose. 

Una mano lavava l’altra, come sappiamo.Se la Mantovani non mandava operai a Villa Rodella, di chi erano le maestranze che ci lavoravano, visto che Turato ha solo uno studio professionale ma nella parcella pagata da Baita era tutto compreso? Nessuno l’ha accertato. E nessuno l’accerterà mai, se l’architetto, una volta rinviato a giudizio, dovesse scegliere il rito abbreviato: il procedimento è a porte chiuse. Quando Turato finisce ai domiciliari, il 4 giugno 2014, la sorpresa tra i suoi colleghi è notevole: è un professionista molto considerato, ha diretto per anni la rivista dell’Ordine di Padova, ha firmato progetti importanti (la “Nave de vero” di Marghera è sua). Il nesso con il Palacinema, ripetiamo, non è penale. 

Mentre dirige i lavori di restauro a Villa Rodella, Turato viene indicato dal presidente Galan in una nota all’allora ministro dei beni culturali Francesco Rutelli, come terzo sub-commissario per il nuovo Palazzo del Cinema. L’operazione era partita con 40 milioni anticipati dallo Stato, sui 100 necessari. Guidata da un commissario, Antonio Maffey, e due vice, Raffaele Pace e Fabio De Santis, tutti di nomina ministeriale. Non bastano, Galan sgomita perché vuole un posto. La richiesta è del 26 settembre 2006. La trattativa con Goffredo Bettini, capo di gabinetto di Rutelli, è condotta dall’omologo di Palazzo Balbi, Francesco Dotta, recentemente scomparso. O forse, più probabilmente, dal portavoce di Galan, Franco Miracco, anche se lui dice di no. Nel 2008 l’appalto del Palacinema viene aggiudicato ad un’Ati composta da Sacaim, Gemmo Impianti, Officine Tosoni e due srl, Intini e Picalarga. Nel 2009 Turato diventa responsabile unico del procedimento, per il ritiro del Rup governativo. 

La nomina è del ministero, sempre su proposta di Galan. Condivisa dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari, perché al Comune andava la direzione lavori. Quello che succede dopo ha dell’incredibile. La prima cosa che fa l’Ati di Sacaim Gemmo e soci, è cambiare il progetto dello Studio 5+1 AA Rudy Ricciotti, che aveva un vincolo assoluto. Gli architetti ritirano la firma. Mentre le parti litigano si procede allo sbancamento dell’area. Sparisce un bosco. Il progetto prevede due piani interrati ma nessuno fa un sondaggio per verificare cosa c’è sotto. Salta fuori una discarica di materiali in amianto, interrati chissà quando. Bisogna smaltire l’amianto, che viene spedito tra mille cautele in Germania. Dove, udite udite, lo usano senza problemi come sottofondo per le infrastrutture, perché è pericoloso solo se viene respirato. 

La bonifica si mangia tutti i soldi, superando le clausole del contratto. Il buco viene chiuso e spianato. Bisogna trovare una transazione con Sacaim, Gemmo e soci. Ok, al posto del Palacinema costruiranno un palazzetto più modesto. Ma con quale denaro? Qui si innesta una tremenda storia parallela: per trovare i quattrini, il Comune acquista l’ospedale al mare dall’Usl 12 per 32 milioni, pensando di venderlo con la promessa di una variazione di destinazione d’uso. Ma l’asta va deserta due volte. Cacciari chiama in soccorso l’ingegner Mazzacurati, che lancia nell’affare le aziende del Consorzio Venezia Nuova: Mantovani, Condotte, Mazzi, Thetis, tutti per uno, uno per tutti. 

L’accordo viene perfezionato a pranzo tra Mazzacurati e il successore di Cacciari, Giorgio Orsoni. La variante urbanistica, che prevede anche una mega-darsena, è pronta per essere approvata. E il 28 gennaio 2013, neanche farlo apposta il giorno in cui arrestano Piergiorgio Baita. Orsoni si blocca, il contratto viene rescisso, l’ospedale resta al Comune. Ma il tandem Mazzacurati-Orsoni non demorde: l’osso viene rifilato alla Cassa Depositi e Prestiti, che paga con i soldi del risparmio postale. Si terrà la nuda proprietà, lo “sviluppo” invece è affidato ai privati. Non è sempre così che vanno le cose?
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