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mercoledì 25 novembre 2015

La sfida tra PD e Cinquestelle

Un'intelligente analisi di ciò che si muove sul teatrino della politica italiana,  tra destra, "sinistra" e il rampante M5S. Con due commenti in postilla. La Repubblica, 25 novembre 2015


LA FORBICE tra Pd e Movimento 5Stelle si restringe. Come ha evidenziato Ilvo Diamanti, in un eventuale ballottaggio, la vittoria dell’uno o dell’altro dipende dallo spostamento di appena un 2% di elettori. Come è possibile che il partito fondato da Beppe Grillo abbia guadagnato tanti consensi da sfiorare la maggioranza assoluta, e sia considerato una vera alternativa di governo?

L’avanzata grillina dipende tra tre fattori che si intersecano. Il primo riguarda la debolezza dell’offerta politica di destra. Il declino di Berlusconi, unito all’ascesa di un personaggio irruento e tranchant come Salvini, disorientano l’elettorato moderato- conservatore. Di fronte alla ripetitività di slogan vecchi vent’anni da parte del Cavaliere e di dichiarazioni reboanti quanto irrealistiche e velleitarie da parte del leader leghista, gli elettori orientati a destra tenderanno ad astenersi. Non tutti, ovviamente, ma una certa quota rimarrà alla finestra per vedere se si ripresenta una offerta politica degna di interesse ( e del loro voto). Quindi esiste oggi un elettorato fluttuante in cerca di casa. Matteo Renzi ha puntato molto sullo scongelamento del blocco moderato ma ha dimenticato l’ostilità profonda, prodotta da vent’anni di scontri all’arma bianca, che il mondo di destra nutre nei confronti della sinistra. E Renzi è il leader del più grande partito della sinistra italiana, piaccia o non piaccia ai dissidenti e scissionisti vari. Il segretario democrat si è sempre proclamato membro della famiglia socialista e appartenente al mondo della sinistra tanto da portare il partito ad aderire al Pse. Agli occhi di grandissima parte dell’elettorato moderato continua ad essere l’avversario di sempre. La rottamazione, la rottura dei tabù della sinistra storica, un certo adeguamento a idee e proposte di stampo neoconservatore, non bastano a smuovere coloro che si sono attestati da sempre sull’altra sponda.

L’obiettivo strategico di Renzi — attrarre gli elettori del fronte avversario — rischia quindi di infrangersi contro l’indisponibilità a muoversi dei moderati. Anche perché molti di quelli che vengono definiti moderati in realtà non lo sono per nulla: oltre ad essere animati da una avversione radicale nei confronti della sinistra, sono anche attraversati da pulsioni anti- istituzionali e da un sentimento di estraneità e alterità rispetto al sistema. Non altrimenti si spiegherebbe l’impennata di consensi ad un capopopolo come Salvini. Allora è possibile che questo elettorato senta più vicino un partito come i 5Stelle, fuori dagli schemi e contro tutto. E questo è il secondo punto: la capacità del M5S di attrarre consensi da ogni parte, anche da destra.

Ma c’è un terzo aspetto che può costituire il vero salto di qualità del partito di Grillo: propio il fatto che non è più il partito di Grillo. La cancellazione del suo nome dal simbolo può essere semplice cosmesi, ma può anche indicare il passaggio verso una vera e propria istituzionalizzazione, in cui le sorti del partito non dipendono più dal capo bensì emergono da un processo decisionale interno più complesso e articolato, animato da vari leader. Questa trasformazione non è senza costi, però. Dato che lo porterà ad essere più simile ad un partito tradizionale scontenterà il suo elettorato più arrabbiato e antipolitico. Ma nello scontro finale con il Pd anche costoro finiranno per scegliere il “ movimento”. Così come faranno quelli di destra, in odio alla sinistra.

Infine, il M5S gode di un vantaggio inarrivabile rispetto agli avversari su temi che coinvolgono molto i cittadini ( al di là del picco di questi giorni sulla sicurezza, destinato a calare passata l’emozione): l’onestà e l’affidabilità della classe politica. Su questo il M5S non teme confronti: la destra ha uno strascico infinito di guai con la giustizia da non essere nemmeno presa in considerazione, e il Pd ha molti fronti aperti e sta pasticciando troppo ( a partire dal caso De Luca) per ergersi in autorità morale.

L’indisponibilità degli elettori di destra a votare per il Pd nonostante Renzi, pur di attrarli, abbia scontentato una parte suo elettorato tradizionale, e la capacità di un M5S istituzionalizzato di intercettare domande pressanti e ampiamente condivise sulla legalità e l’onestà, rendono lo “ scontro finale” tra Partito democratico e Movimento 5 stelle molto più incerto del passato.

postilla

Due commenti all'intelligente (come al solito) contributo di Ignazi. (1) È proprio vero che  nei discorsi correnti le etichette prevalgono sulle idee, e le apparenze (o meglio, i camuffamenti) sulla realtà. È proprio giusto parlare di "teatrino della politica", se dove si parla di politica, anche da pulpiti egregi,  Matteo Renzi può ancora essere considerato uomo di sinistra. Non si comprende che cosa debba ancora fare per apparire agli elettori di destra  come un personaggio affidabile, dopo tutto ciò che ha fatto "di destra".  (2) Non stupisce tanto, ahimè, che dallo scenario disegnato da Ignazi manchi del tutto una sinistra "vera". Infatti quella di cui danno conto le cronache (e che si manifesta nel "teatrino") è la sinistra dilaniata tra personalismi, interessi di poltrona, rancori, fedeltà a rassicuranti gusci, o quella incerta, dubbiosa, ambigua che "turbila e non appare". 

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