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mercoledì 11 novembre 2015

La guerra fredda delle medaglie

«Anche lo sport, come svelarono senza pudore Hitler, Mussolini, i gerarchi sovietici e i tedeschi dell’Est, può essere l’anticipazione della guerra con altri mezzi». La Repubblica, 10 novembre 2015 (m.p.r.)


Mancavano l’accusa di “doping di Stato” e la richiesta di cacciare la Russia dal paradiso a cinque cerchi per riportare le lancette della nuova Guerra Fredda ancora più indietro nel tempo. Agli anni delle virili discobole, delle nuotatrici artefatte della Ddr e del commissario politico del Kbg al seguito delle squadre.

La frontiera mobile e multidimensionale del nuovo confronto globale fra la Russia di Putin e l’Occidente si estende. Si muove ormai dalla Siria al Donbass, dai cieli del nord Europa dove caccia russi fischiano attorno ad aerei Nato ai boicottaggi commerciali. Arriva alla sovraproduzione deliberata del petrolio per far crollare il prezzo del petrolio, fonte principale di ricchezza per i russi, per raggiungere il medagliere olimpico, la corruzione di Sochi 2014 e le colossali code di paglia di tutto il business, politico e commerciale, dello sport.

L’accusa, durissima, avanzata dalla Wada, l’agenzia mondiale creata per contenere la pandemia del doping nello sport e in particolare nell’atletica, diventa quindi involontariamente, ma inesorabilmente, un gesto politico. Va ben oltre il dubbio che un atleta russo o un’atleta americana o cinese si pompassero per vincere medaglie olimpiche, che sarebbe la triste, quanto classica scoperta dell’acqua calda e del verminaio che si nascondono dietro la mistica dello “sport separato dalla politica”.

Parla, in maniera esplicita, di doping sistematico, della “bomba di Stato” di una situazione di regime condonata o favorita dal governo della Federazione Russa, dunque da Putin, attraverso ministri e funzionari del nuovo Kgb ribattezzato Fsb. Un Villaggio Potemkin della superiorità atletica costruito esattamente per le stesse ragioni che, nell’Europa d’oltre muro, spingevano i governi a gestire quei tragici allevamenti di bambini trasformati in atleti e atlete in batteria capaci di portare un incredibile totale di 102 medaglie a una nazione di 16 milioni di abitanti, come la Repubblica Democratica Tedesca nell’ultima Olimpiade alle quale partecipò come tale, Seoul 1988.

La sostanza dell’assalto allo sport olimpico e all’atletica russa in particolare è diretta quindi contro il cuore stesso del “putinismo”, che non pulsa nella forza militare, nello stato dell’economia, nella mitologia putrefatta del Socialismo Reale, ma vive in qualche cosa che ogni cittadino russo, indipendentemente dalla propria condizione sociale o dalle propria opinioni politiche, considera irrinunciabile: l’orgoglio nazionale. Il prestigio della “Ròdina” della madre patria considerata, da sempre, come esposta alle minacce, alle umiliazioni, all’assedio del mondo esterno.

Espellere gli atleti russi dalle competizioni internazionali e soprattutto da quei Giochi Olimpici del 2016 ormai imminenti sarebbe più di una battaglia perduta per Putin. Sarebbe un affronto alla Russia intera che il piccolo zar non potrebbe tollerare per non incrinare la propria leggenda, come i suoi predecessori nei palazzi del Cremlino non poterono subire senza reagire il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca 1980, boicottando Los Angeles 1984. Se non potrebbe essere considerato come un atto di guerra, sarebbe vissuto come una sfida letale all’onore della Patria e aumenterebbe la temperatura di un confronto che ha sempre meno voglia di restare freddo.

I russi, nel racconto epico voluto da Putin, si sentono più che mai assediati e presi dalla storica paranoia della minaccia esterna, dicono i sondaggi. Vedono nell’Ucraina, che pure ha perduto e sta perdendo pezzi di territorio inghiottiti dalla Russia, come il grande avamposto dell’espasionismo neoimperialista americano e dei neonazi tedeschi. La Nato, canta la narrativa degli agit prop putiniani, sta meticolosamente preparando una guerra vera, per mettere definitivamente in ginocchio la Madre Russia.

Obama dispiega nuovi reparti americani in Polonia e nei Paesi Baltici, in realtà poche migliaia di soldati, batterie missilistiche e artiglierie del tutto insufficienti per lanciare qualsiasi azione offensiva, ma simbolicamente rappresentativi del continuo riposizionamento avanzato del “nemico” sulla porta di casa. E Dick Pound, l’avvocato che ha condotto gli 11 mesi di inchiesta sul “doping di Putin” è canadese, dunque sicuramente parte della trama nordamericana, per la paranoia popolare.

In questo grande balzo all’indietro verso il buio a mezzogiorno che ha avuto nel massacro dei turisti russi sul Metrojet l’ultima e atroce conferma della nuova esposizione e quindi vulnerabilità globale della Russia, la decapitazione dell’orgoglio nazionalistico sportivo sarebbe un insulto difficile da accettare per un pubblico russo convinto, come tanti, e non a torto, che in materia di doping sportivo la discriminante non sia fra chi si pompa o non si pompa. Ma tra chi viene scoperto e chi la fa franca. Alimenterebbe la sensazione che il mondo esterno, quello che sta oltre i confini occidentali, stia ricadendo nella dinamica politica del “containment” che guidò la strategia americana nel dopoguerra, del limitare e contenere le ambizioni e l’espansionismo di Mosca a ogni costo, resi allarmanti dall’annessione dell’Ucraina e ora dall’intervento militare per puntellate l’ultimo satellite russo in Medio Oriente, il regime siriano di Bashar al-Assad. È solo sport, sono solo medagliette, son soltanto “pere”, truffe sleali per correre più forte e saltare più in un alto, ma non è vero. Anche lo sport, come svelarono senza pudore Hitler, Mussolini, i gerarchi sovietici e i tedeschi dell’Est, può essere l’anticipazione della guerra con altri mezzi.
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