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sabato 28 novembre 2015

La democrazia e il suo incerto avvenire

«Da Pericle al mondo globale.Un saggio di Salvadori su come si è ridotta una forma di governo. L’impoverimento riguarda le modalità elettorali ed è dimostrato dalla forza di plutocrazie sovranazionali». La Repubblica, 28 novembre 2015


Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà, di Massimo L. Salvadori (Donzelli, pagg. 507, euro 35)

La democrazia – il potere, la sovranità suprema, il governo del popolo – ha sempre costituito, a partire dal V secolo a. C., quando trovò nell’Atene di Pericle la sua prima grande espressione, un problema: circa il modo di intenderla, la sua possibilità di attuazione, i suoi vantaggi o svantaggi, il suo essere unicamente un mito o anche una realtà. Dal Settecento in avanti non sono poi mai venute meno, e nei modi più aspri, le divisioni che hanno contrapposto i fautori della democrazia diretta ai sostenitori della democrazia rappresentativa. Credo che nessuno meglio di Hans Kelsen abbia chiarito che la democrazia in senso proprio può essere ed è stata soltanto quella diretta degli antichi, ma che quest’ultima è incompatibile e inapplicabile nelle società complesse; che l’unica forma realizzabile di democrazia è la rappre-sentativa, ma che tale forma comporta di necessità il trasferimento della sovranità del popolo ai suoi rappresentanti, titolari della facoltà di elaborare e approvare le leggi, e quindi una sostanziale limitazione e mutazione della natura della democrazia stessa. Il che induce a domandarsi se ciò non significhi ridurre la democrazia unicamente a un mito. Chi guardi alla sostanza di quella che viene definita democrazia rappresentativa, liberaldemocrazia o democrazia liberale non può non rendersi conto di come essa sia altra cosa dal potere sovrano del popolo.

(…) Il principio della sovranità popolare – che ha avuto una forza tanto irresistibile da diventare un dogma politico – non ha mai avuto riscontro nell’esercizio concreto del potere. Dove e quando astrattamente affermato con la maggiore forza, è stato in pratica vanificato; nei regimi liberaldemocratici esso è stato celebrato come ideologia legittimante, ma in concreto soggetto ai limiti impliciti nel trasferimento della sovranità effettiva ai parlamenti e ai governi, lasciando al popolo l’illusione di essere pur sempre sovrano grazie al voto nelle competizioni elettorali.

Ciò che sembra doversi concludere è che la «democrazia» realizzata è consistita e consiste in quel movimento e in quelle lotte degli strati inferiori per la conquista e la difesa dei diritti politici e sociali, nel loro accesso alla rappresentanza parlamentare e alla formazione – mediante i propri partiti – dei governi. (…) Si tratta non della «crazia del demos», ma di sostanziali «atti di crazia». Questo ci dice una concezione realistica della democrazia, la quale ha raggiunto la sua espressione e il suo momento più alto nei sistemi di «democrazia sociale», di cui sono stati esempi «classici» il governo della socialdemocrazia in Svezia e il sistema del welfare, nei quali la libertà per l’insieme della società e una politica orientata ad assicurare la giustizia sociale in un grado mai raggiunto prima e altrove si sono positivamente coniugate.

(…) Oggi il processo di impoverimento graduale della democrazia è giunto al punto per cui: la sovranità del popolo non va oltre il voto di elettori nella loro maggioranza etero-diretti, atomizzati e disorganizzati; il potere economico è tornato in maniera pressoché incontrastata nelle mani dei proprietari e dei ceti superiori; il potere politico – che per gran parte dell’Otto e del Novecento era stato un attributo dei leader dei partiti, degli organizzatori delle masse, dei parlamentari e dei componenti il governo - nei singoli Stati territoriali è infeudato alla plutocrazia sovranazionale o quanto meno influenzato in maniera decisiva da essa; il potere dell’informazione e dei media che orientano politicamente le masse è subalterno a chi ne detiene la proprietà o il controllo; quella che era stata la grande rete sia delle sezioni dei partiti di massa sia dei quotidiani e dei periodici che contribuivano in maniera determinante alla formazione e partecipazione politica degli uomini comuni è largamente smantellata.

Detto tutto ciò, i regimi che continuiamo a definire «democratico-liberali » non sono naturalmente assimilabili a quelli che sopprimono le libertà politiche e civili, il pluralismo culturale e partitico e trasformano il voto tout court in plebisciti a favore del governo. Ma è davvero arduo ritenere che essi abbiano a che fare con «il potere del popolo ». Le elezioni, rimaste formalmente libere (per quanto in alcuni casi palesemente manipolate, anche nei paesi di antica democrazia liberale, come – basti questo unico clamoroso esempio - negli Stati Uniti, dove nelle elezioni presidenziali del 2000 la vittoria venne sottratta ad Al Gore e attribuita a Bush jr.), consentono pur sempre cambiamenti di governo. Il che non è così poco. Sennonché le elezioni vedono le masse relegate a una posizione di passività – con un’inversione di tendenza storica senza precedenti rispetto al moto ascensionale iniziato negli ultimi decenni del XIX secolo - di fronte alla forza di condizionamento e di orientamento di cui sono capaci le élites partitiche ed economiche. Per questo i governi presentano essenzialmente la natura di «governi a legittimazione popolare passiva».

Se la democrazia possa o meno riconquistarsi un avvenire, sia pure nei limiti intrinseci alla democrazia liberale, ciò dipenderà dalla capacità o meno della parte del demos oggi umiliata e offesa di dotarsi del necessario vigore e della capacità di iniziativa per incidere con autentica efficacia sui centri non già formali ma sostanziali del potere.

È da dubitarsi che – come credono Wolin e Crouch – la riconquista democratica possa venire principalmente dall’iniziativa di intellettuali, giornalisti e gruppi di volenterosi ben pensanti. Questa iniziativa non è da trascurare e sottovalutare; se ne vedono segni tanto in Europa quanto in America. Ma l’obiettivo può essere conseguito unicamente attraverso la rinascita di solide organizzazioni anzitutto partitiche, in grado di rappresentare, difendere gli strati sociali più deboli e farne valere gli interessi. Quel che si deve ammettere è che il barometro non tende al bello.


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