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venerdì 13 novembre 2015

La crisi portoghese e l’Europa. Parla Louçã

Il caso del Portogallo è, insieme a quello della Grecia, molto utile per comprendere che cosa sta accadendo nel nostro  subcontinente  nel suo governo e nelle sue società. Nel male e nel bene.  Intervista  di Valeria Cirillo e Dario Guarascio a Francisco Louçã. Sbilanciamoci.info, 12 novembre 2015


L’impasse politica che sta investendo il paese, il protagonismo del Presidente della Repubblica, il peso dell’austerità e dei vincoli europei. La crisi portoghese come paradigma del corto circuito tra rispetto del vincolo esterno e l’esercizio dei poteri democratici. Intervistiamo Francisco Louçã, economista dell’Università di Lisbona, ex parlamentare e membro del Blocco di Sinistra.

Cosa sta avvenendo in Portogallo e cosa ha di nuovo la situazione attuale?

La novità principale è rappresentata dal cambiamento dei rapporti di forza parlamentari dato dal fatto che il partito di estrema destra – che è stato al governo negli ultimi anni – ha perso oltre un milione di voti – all’incirca il 12% - ed è ora in minoranza in parlamento. E, a quanto pare, non è più nelle condizioni di governare. Questo ha condotto, per la prima volta in quaranta anni, ad una discussione politica tra il partito socialista – partito tradizionale e conforme all’europeismo per come esso è oggi concepito a Bruxelles – ed i partiti della sinistra (il Partito Comunista ed il Blocco di Sinistra). Una discussione per tentare di costruire un’alternativa all’austerità ed alle politiche messe in atto sino ad ora. E questa è una grossa novità.

Come crede reagiranno la Germania e l’Europa di fronte alla possibilità che il Portogallo si doti di un governo contrario al proseguimento dell’agenda dell’austerità?

Wolfgang Schauble e Angela Merkel saranno più cauti questa volta perché vorranno sicuramente evitare un altro caso greco. Anche perché il governo che potrebbe emergere dall’accordo tra i socialisti portoghesi e la sinistra, e questo è importante sottolinearlo, sarebbe decisamente più moderato rispetto a quelli che erano i propositi del primo governo Syriza. Si tratterebbe di un governo principalmente incaricato di assumere delle misure emergenziali tese ad alleviare le sofferenze più acute degli strati bassi della popolazione. Per una questione di realismo politico, la Germania non ha intenzione di scatenare un nuovo conflitto. Credo che accetterebbe di confrontarsi con un governo di tipo socialdemocratico tanto più che non si tratterebbe di un governo di sinistra analogo al primo governo Tsipras. In ogni caso cercheranno, per quanto gli è possibile, di evitare che un tale governo possa nascere continuando a sostenere la necessità di una coalizione unitaria tra centro-destra e centro-sinistra.

Che forme e che intensità stanno assumendo le pressioni esterne sulla dinamica politica portoghese? Vi sono ingerenze analoghe a quelle andate in scena in Grecia durante le fasi più dure del confronto tra Tsipras e la Troika?

Ci sono ingerenze molto forti, ma non siamo ai livelli raggiunti in Grecia. Non abbiamo un intervento di destabilizzazione del sistema bancario ad opera della BCE come quello visto nel paese ellenico. Tuttavia, le pressioni ci sono e sono tutt’altro che nascoste dal momento che la Commissione Europea sta formalmente intimando a al futuro governo – di qualunque governo si dovesse trattare – di non azzardarsi a deviare dal programma prestabilito. Un programma che ha al suo centro una profonda riforma del sistema pensionistico ed un vastissimo piano di privatizzazioni che, tuttavia, non saranno attuabili nei termini indicati da Bruxelles nel caso la coalizione con la sinistra andasse al governo.

Come spiega, in un tale contesto, la scarsa intensità della reazione popolare e, più in generale, del conflitto sociale?

Fino ad ora, l’unica area politica che sta cercando di mobilitare la propria base è la destra. Tuttavia, la manifestazione andata in scena qualche giorno fa per dare sostegno al premier uscente ha visto una bassissima partecipazione. Meno di un migliaio di persone. Per quanto riguarda l’assenza di mobilitazioni popolari, penso che ci siano due spiegazioni fondamentali. In primo luogo, la situazione non è ancora chiara e le persone sono in attesa per comprendere cosa accadrà nelle prossime settimane. Inoltre, la struttura sociale è cambiata molto durante gli anni della Troika e questo ha avuto effetti anche sulla struttura e le dinamiche sociali. La percentuale di coloro che sono coperti da un contratto collettivo di lavoro è, dopo cinque anni di austerità e di riforme strutturali, precipitato ad un livello pari al 5% della forza lavoro totale. Questi lavoratori spesso scelgono di non prendere parte alle mobilitazioni per paura di essere licenziati. Le persone sono molto spaventate, e questa è, dal mio punto di vista, la principale spiegazione dell’assenza di mobilitazioni di massa contro l’austerità. Le persone sono spaventate dal rischio di rimanere senza lavoro.

Pensando a quanto è accaduto la scorsa estate in Grecia ed all’attuale crisi politica portoghese - con il ruolo anomalo esercitato dal Presidente della Repubblica il quale è parso negare la legittimità costituzionale ai partiti che non intendessero riconoscere la primazia degli attuali principi europei, e cioè dei principi dell’austerità - come vede la relazione, sempre più complicata, tra l’Europa e l’esercizio delle prerogative democratiche negli stati membri?

È una questione complicata. Per essere concreti, io penso che l’Europa abbia assunto una configurazione tale per cui al suo interno i governi non possono far altro che imporre austerità, vivendo perennemente nelle condizioni di debitori in difficoltà. Si tratta di un sistema che genera, in modo quasi naturale, politiche di destra e profonde restrizioni degli spazi di democrazia. Lo spettro delle scelte politiche – e in particolar modo delle scelte di politica economica – è fortemente ridotto dai vincoli di bilancio, dall’euro, dall’orientamento dell’OECD e delle altre istituzioni sovranazionali, dal dominio della Germania in Europa – con ciò che questo significa dal punto di vista del comportamento della borghesia europea. Tutti questi elementi stanno agendo in modo combinato contribuendo a produrre una progressiva riduzione della democrazia e della libertà di scelta politica dei popoli europei.

Che ruolo possono giocare, in questo quadro, le costituzioni nazionali? La difesa della democrazia potrebbe passare dalla difesa delle costituzioni nazionali e, in particolare, delle parti delle stesse che riguardano la tutela e l’esercizio dei diritti sociali?

Le costituzioni dei vari stati membri sono molto diverse tra loro. Tuttavia, nel caso portoghese, si tratta di una costituzione relativamente giovane, promulgata subito dopo la rivoluzione e caratterizzata da un forte progressismo. Anche quando è stata in minoranza in parlamento, ad esempio, la sinistra ha potuto sbarrare la strada alle misure maggiormente antipopolari derivanti dai pacchetti di austerità appellandosi alla Corte Costituzionale e sfruttando la forza della Costituzione nazionale. Io penso che questo sia un punto centrale. La costituzione è legata in modo decisivo alle prerogative popolari ed all’esercizio della sovranità. Non vi può essere democrazia senza sovranità. Senza la libertà, da parte del popolo, di assumere posizioni e decisioni politiche che possano anche contrastare con la visione dominante. Difendere tali spazi di democrazia e di sovranità popolare è l’unica strada per combattere la xenophobia, il razzismo e le misure antipopolari e antidemocratiche che sono nell’agenda delle destre. E per combattere a difesa degli interessi di chi è oggi si trova al fondo della scala sociale.
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