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giovedì 19 novembre 2015

Isis e migranti, effetti collaterali del cinismo dell’Occidente

«Così procede l'Europa, seguendo il fallimento della politica statunitense come un cagnolino addomesticato – così procede, sonnambula come tante volte in passato, verso nuove guerre e nuovi esodi». Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2015



Gli attentati del 13 novembre a Parigi sono stati perpetrati da assassini che hanno storie e provenienze diverse, e sono tuttavia legati da esperienze comuni di foreign fighters, attratti dalla propaganda e dalle guerre dell’Isis. Molti di essi, intervistati, dicono di appartenere alla “generazione della guerra al terrorismo”: guerra scatenata da noi, cui gli affiliati dell’Isis comincerebbero a rispondere spargendo sangue fin dentro l’Europa. Sempre dal loro punto di vista, a una guerra che ha ucciso migliaia di civili non si può che rispondere con una guerra contro i civili europei. 
L’Europa reagisce: “Siamo in guerra”. Un annuncio ovvio, la guerra è in corso da 14 anni. Quel che conta è capire come mai quest’ultima ha fallito e come combattere l’Isis. L’Europa reagisce anche con più controlli alle frontiere, e pure questo sarebbe ovvio se non tendesse a mescolare rifugiati, richiedenti asilo e aspiranti kamikaze, politica della migrazione e strategia antiterrorista.

L’unica guerra

è contro i migranti

Alcuni sostengono che fin dal naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 siamo alle prese, non solo in Europa, con una “guerra ai migranti”. Ma le fughe di massa e le migliaia di morti in mare e su terra sono il danno collaterale di una serie di guerre che l'Occidente ha scatenato per ragioni geopolitiche in Afghanistan, Iraq, Libia, e prima ancora in ex Jugoslavia: regioni dove ha provocato, e presentato come soluzione, non la pacificazione che pretendeva ma il tracollo delle strutture statali e la loro settarizzazione, etnica o religiosa. L'Occidente ha acuito i conflitti appoggiando l'Arabia Saudita: è il caso dello Yemen. In altri casi i profughi sono vittime di dittature che l'Unione favorisce. La dittatura dell'Eritrea viene addirittura finanziata dall'Unione (e così per i paesi del “processo di Khartoum” di cui si è parlato al vertice europeo di La Valletta) nella speranza che il despota Afewerki trattenga i propri fuggitivi, in galera o nei campi. 

E qui che il discorso geostrategico e la semantica dei rifugiati si congiungono. Il nome più corretto da dare a chi approda in Europa non dovrebbe più essere quello di migranti, o ancor meno migranti illegali, ma di rifugiati: la percentuale dei cittadini aventi diritto a protezione, sugli arrivi illegali via mare in Europa, è stata quest'anno del 75 per cento, secondo l'Economist, soprattutto dalla Siria e altri Paesi in guerra o sotto dittatura. Ma dovremmo chiamarli col nome che ha dato loro James A. Paul, ex direttore esecutivo del Global Policy Forum a New York. I siriani, gli iracheni, i libici, gli afghani, sono regime change refugees, rifugiati nati dalla cosiddetta esportazione della democrazia che ha caratterizzato il disordine unipolare a guida Usa nel dopo-guerra fredda. È un'espressione che i governi occidentali non useranno mai perché – spiega James Paul– “l’aggressiva bestia nazionalista dell'establishment dei Paesi ricchi non è disposta a imparare la lezione, e a prevedere la vampa di ritorno scatenata da futuri interventi militari”. 

La strategia militare del regime change in Afghanistan, Iraq, Libia, ha prodotto caos e Stati falliti, finendo col dar vita e forza all'Isis. Ma l'esperimento è ricominciato tale e quale con la grande illusione delle primavere arabe, illusione che a partire dal 2011 ha ingenerato la campagna per abbattere in Siria Bashar al Assad, mentre l'Isis e le forze siriane di al Qaeda hanno anzi ricevuto finanziamenti Usa. La campagna in Afghanistan è stata condotta con l'aiuto del Pakistan, quella in Siria con l'aiuto dell'Arabia Saudita e Qatar: sono gli Stati principali da cui provengono – fin dall'11 settembre 2001– i dirigenti sia di al Qaeda, sia dell'Isis. Anche nello Yemen, la preoccupazione statunitense è stata di spalleggiare l'Arabia Saudita, in funzione anti-iraniana. Il 28 settembre, due giorni prima di intervenire militarmente in Siria, Vladimir Putin ha detto all'assemblea dell'Onu: “Chiedo a tutti coloro che hanno creato questa  situazione: vi rendete almeno  conto ora di cosa avete fatto? Temo che la domanda non riceverà risposta, perché i responsabili non hanno mai abbandonato la loro politica, basata sull'arroganza, l'eccezionalismo e l'impunità”. È difficile dargli torto. Ancora non sappiamo l'esito della sua campagna in Siria. Ma l'egemonia Usa e il suo disordine unipolare sono falliti, lasciando in eredità caos e disperate fughe di popoli.

La nuova Europa
è peggio della vecchia 


Al “grande gioco” che ha la Siria come epicentro andrebbero aggiunte le questioni geopolitiche interne all'Unione. Fin dalla guerra di Bush jr in Iraq, nel 2003, l'Unione è divisa in due: una vecchia e una nuova Europa. La seconda vede se stessa come vittima della storia ed è priva di complessi su guerra, pace e autoritarismo. Non che la prima sia aperta ai rifugiati. Ma c'è un vasto arco, a Est, che sembra ignaro della Carta Europea dei diritti o delle Convenzioni Onu sui rifugiati, e che con la massima impudenza costruisce muri e impedisce ogni passo avanti sulla questione. Nelle sue chiusure, l’Est dell’Unione si sente più che mai rafforzato, in questi giorni, dagli eventi parigini. Parlo della Polonia in prima linea – visto il peso politico che ha nell'Unione – e della Repubblica Ceca, della Slovacchia, dell'Ungheria, dei Baltici. Aver allargato l'Unione a questi paesi, senza porre condizioni stringenti e ridiscutere i rapporti dell'Europa con la Nato, si sta rivelando una sciagura. La loro opposizione è netta a condividere le responsabilità nella sistemazione dei richiedenti asilo, ad accettare i piani di ricollocazione, a evitare la confusione tra rifugiati e terroristi dell’Isis. Il governo slovacco accetta un siriani, ma a condizione che siano cristiani. Affermazioni simili sono venute dal governo polacco precedente la vittoria di Jarosaw Kaczynski. L'Ungheria costruisce muri e agita lo spauracchio di una società multietnica. Nei paesi baltici è del tutto assente una cultura di pluralismo etnico: in Lettonia la minoranza russa è ufficialmente apolide, privata di diritti civili fondamentali. 
Ma il peggio ce lo ha riservato Donald Tusk, già premier polacco, oggi presidente del Consiglio europeo, che ha pronunciato frasi indegne della carica che ricopre. Il 13 ottobre, in una lettera ai colleghi del Consiglio europeo, ha scritto: “La facilità eccezionale con cui si entra in Europa costituisce uno dei principali pull factor” per  migranti e profughi. Lo stesso argomento fu usato per l'operazione Mare Nostrum: salvava troppe persone e fu affossata per esser sostituita da Frontex, che non fa più proattivamente Search and Rescue. Nella stessa lettera, Tusk ha auspicato un accordo con la Turchia sui rimpatri. È la parola d'ordine del momento (“la Turchia ci salverà, diventerà il nostro partner privilegiato”): questo proprio nel momento il cui Erdogan sta stabilendo un regime liberticida, colpendo i curdi in Siria e Iraq con la scusa di combattere l'Isis in nome della Nato. 
Tusk fa capire che bisognerebbe dare qualcosa a Erdogan: “La Turchia ci sta chiedendo di sostenere la formazione di una safe zone nel Nord della Siria, opzione che Mosca rifiuta”. Dovrebbe rifiutarla anche l'Unione, ma i suoi dirigenti non si pronunciano. In realtà, la safe zone serve solo a controllare e intrappolare i curdi in Siria. Il 22 ottobre, al Congres-so del Partito popolare europeo di Madrid, il Presidente del Consiglio Ue ha rincarato la dose: “Dobbiamo smettere di far finta che il grande flusso di migranti sia qualcosa che noi vogliamo, e che stiamo conducendo una politica intelligente di frontiere aperte. La verità è diversa: abbiamo perso l'abilità di proteggere le nostre frontiere, la nostra apertura non è una scelta cosciente ma è la prova della nostra debolezza”. 
Così procede l'Europa – fingendo di non capire cosa siano la forza e la debolezza, distorcendo parole e cifre, seguendo il fallimento della politica statunitense come un cagnolino addomesticato – così procede, sonnambula come tante volte in passato, verso nuove guerre e nuovi esodi
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