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venerdì 20 novembre 2015

Il valore sociale della sharing economy

Purtroppo certe parole già al loro apparire iniziano ad essere distorte, vuoi per malafede, vuoi per pura ignoranza, vuoi un po' per entrambe.  Condivisione, spieghiamolo ai nostri ragionieri, è un po' più di una app o di uno slogan. La Repubblica Milano, 20 novembre 2015, postilla (f.b.)

Qualche mese fa scrivevamo su queste pagine che la sharing economy non è solo una app. È molto di più, come ha confermato la terza edizione di “Sharitaly” che si è tenuta la settimana scorsa a Milano e che aveva proprio come sottotitolo “Non solo app. L’economia collaborativa nelle aziende, nelle pubbliche amministrazioni e nel terzo settore”. Scopo di tale manifestazione - promossa da Collaboriamo e da Trailab con il patrocinio del Comune di Milano - è stato quello sia di arricchire il dibattito teorico sulla sharing economy, sia di favorire la crescita concreta dell’economia collaborativa a Milano e in Italia.

La sharing economy viene spesso fatta coincidere con l’innovazione del car sharing e con la rivoluzione di Uber e di Airbnb, ma è molto di più. È vero che l’economia collaborativa è stata favorita dall’innovazione digitale e dalle nuove potenzialità offerte dal web, ma non è solo una questione di app. È vero che è stata stimolata dalla crisi economica, ma non è solo una questione di costi più bassi. È vero che sta cambiando il modo di intendere il rapporto tra possesso e accesso a beni e servizi, ma non è solo una questione economica. È tutto questo assieme e molto di più. La convenienza economica è importante nel breve periodo, ma l’elemento caratterizzante che può renderla un nuovo paradigma vincente nel medio e lungo periodo è quello sociale e relazionale. Collaborazione e condivisione hanno bisogno di fondarsi sulla fiducia. Su questo punto cruciale l’Italia ha una sua specificità che in parte è un vantaggio e in parte un limite.

Uno dei tratti salienti del modello sociale e di welfare dei Paesi dell’Europa mediterranea è la forte solidarietà. La grande propensione al sostegno reciproco e alla collaborazione si esprime però soprattutto all’interno di reti ristrette, in particolare in quella familiare e parentale. Sono molti gli studi e le ricerche che mostrano come i caratteri antropologici della famiglia italiana siano stati e ancor siano in grado di condizionare il modello economico. Rispetto agli altri Paesi sviluppati da noi è da sempre più forte la fiducia data ai contatti più stretti che alla società più ampia e alle istituzioni. In altre parole, nei Paesi mediterranei dominano i legami forti della famiglia e della comunità locale, mentre poco sviluppati sono i cosiddetti “legami deboli” che invece favoriscono l’interazione sociale ampia.

Questo non significa che in Italia la sharing economy non sia destinata a decollare, ma produce due implicazioni. La prima è che, come accaduto anche per altre innovazioni che si sono dovute confrontare in modo non scontato con il modello culturale italiano, può richiedere un po’ più di tempo prima di consolidarsi pienamente. La seconda è che avrà molta più possibilità di successo, come mostrano anche varie esperienze positive di crowdfunding, all’interno delle comunità locali interagendo sinergicamente con il welfare comunitario. Se però c’è un luogo in Italia in cui i legami deboli sono più attivi e dove i processi di innovazione vengono anticipati è Milano. Grazie anche al ruolo del Comune, questa città sta di fatto già diventando un laboratorio di sperimentazione di modelli di produzione collaborativa e di consumo condiviso. Una Milano che sempre meno sembra accontentarsi di essere la capitale finanziaria e sempre più può cogliere la sfida di un’economia diversa, più capace di creare valore sociale.

postilla
Il richiamo ai vincoli familiari e amicali, correttissimo e dovuto, da parte del sociologo, non sottragga però alle implicazioni direttamente economiche (che non escludono certo queste reti) del modello, che tende a fare sistema nei suoi aspetti organizzativi e motivazionali, assai più di quanto non ci dicano certi superficiali commentatori. Basta pensare che il primissimo e principale esempio del car-sharing, pur decantato e apparentemente coccolato dai media, da un lato viene sempre visto claustrofobicamente in ogni implicazione interna e mai accoppiato a tante altre cose con cui invece si intreccia eccome, dall'altro sono addirittura le istituzioni ad ignorarne, platealmente, le potenziali sinergie a vantaggio del cittadino. Due esempi, sempre per restare agli aspetti tecnologici-organizzativi citati in apertura da Rosina: non esiste a tutt'oggi una app unica trasversale, corrispondente magari a un sistema unificato di funzionamento dei vari operatori e mezzi, e neppure si vedono a occhio nudo stimoli istituzionali a promuoverla; last but not least, ci sono voluti anni e anni e anni, perché nella città forse più avanzata anche da questo punto di vista, Milano, qualcuno iniziasse a vagheggiare (vagheggiare, non si è fatto nulla) di qualche incentivo in più per gli operatori dei veicoli elettrici, che sono, quelli sì, un potentissimo stimolo all'innovazione, se accoppiati al sistema della condivisione, per esempio sul versante dei veicoli, ma anche della produzione e distribuzione sostenibile di energia, e così di questo passo. Sul medesimo giornale, nell'edizione nazionale, leggiamo una lunga intervista sulla «promozione del veicolo elettrico» in cui si propone come rivoluzionaria l'idea di mettere delle prese di corrente sulla A1 Milano-Roma, lasciando ovviamente tutto il resto dell'universo identico, auto di proprietà col solo guidatore incluse: quanta strada c'è da fare! (f.b.)

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