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giovedì 19 novembre 2015

Il ritusle del razzismo

L' insegnamento che bisogna trarre dall'aggressione  razzista a Milano.  Il nostro mondo è intriso dalla paura, ma «alla paura si risponde solo con la buona politica della ragione». la Repubblica, 14 novermbre 2015

NATHAN Graff, accoltellato a Milano in una via abitata per lo più da membri della comunità ebraica, non corre pericolo di vita: e questa è l’unica buona notizia. Chi l’ha aggredito voleva ucciderlo, su questo non ci sono dubbi. Varie coltellate e la presenza di un complice in macchina depongono sul carattere proditorio e premeditato dell’aggressione. E il ricorso al coltello come arma ci mette davanti a una scelta dall’evidente ascendenza culturale e rituale. Pochi dubbi restano sul movente razzistico.

Ozioso chiederci se si è trattato di un razzismo antico, europeo e nazifascista, o se è un razzismo nuovo, di derivazione pseudoislamica. Ma niente vieta che le due strade si intreccino. La modalità dell’aggressione fa pensare che siamo davanti a un’eco europea della “Intifada dei coltelli”. O altro ancora. Ma intanto una cosa è certa: la paura strisciante di un ritorno in forme nuove dello spettro antico dell’odio per l’ebreo ha da oggi un motivo di più. E c’è da meditare sulle contraddizioni della vita e della storia quando si vede che quella paura è un fiume fatto di tanti rivoli, una corrente sotterranea che si affaccia allo scoperto. 

Ha trovato alimento perfino in Israele, nella propaganda del premier Benjamin Netanyahu e nel suo progetto di superfortezza israeliana: suo è stato l’invito agli ebrei d’Europa a lasciarsi alle spalle il continente della Shoah e a ritirarsi in Israele. E intanto la sua politica alimenta l’odio dell’Intifada, con un corto circuito infernale.

Ma parliamo d’Europa visto che il caso nasce a Milano, la nostra città più europea. Devono andarse gli ebrei dall’Europa? Josef Schuster, presidente della comunità ebraica tedesca (una delle più numerose al mondo, circa 200.000 sopravvissuti e rimpatriati), ha ribattuto a Netanyahu garantendo sulla sicurezza di cui godono i suoi rappresentati. Ma gli è scappata una frase che ha meravigliato lui stesso: «Meglio portare un altro copricapo, non la kippah». «Non l’avrei immaginato cinque anni fa — ha detto poi — ed è già un poco spaventoso». 

Di fatto c’è, preesiste un’inquietudine, che di tanti episodi diversi finisce col formare un’unica nuvola nera, di paura e di insicurezza. Sfuma nel passato lontano la memoria della Shoah. Si scopre adesso con stupore e delusione che la storia della liberazione di Auschwitz fu tutt’altro che quell’avvio liberatorio di un mondo diverso che abbiamo spesso immaginato. Se c’era qualche illusione in proposito, è stata dispersa dall’inchiesta del giornalista americano Eric Lichtblau (I nazisti della porta accanto, Bollati Boringhieri). 

Quella che avrebbe dovuto essere una svolta netta e definitiva fu in realtà tutt’altro: fu un paesaggio di nazisti riciclati e ricercati dall’apparato militar-scientifico americano della guerra fredda e di ebrei spregiati e trascurati, lasciati a lungo a marcire negli stessi lager. E intanto rimaneva vivo un pregiudizio antisemita anche tra i vincitori, come un virus non debellato, pronto a riprendere forza. Oggi si combatte la paura con rimedi solo apparenti, come le leggi contro il reato di negazionismo fatte per rassicurare le comunità ebraiche. È accaduto anche in Italia con un’operazione della cui sensatezza ed efficacia si è molto dubitato. Un placebo contro la paura, appunto.

Alla paura si risponde solo con la buona politica della ragione. Ci si vuole spaventare ma, come ha detto Renzo Gattegna presidente dell’unione delle comnità ebraiche italiane, si deve andare avanti: si rafforzino le misure di sicurezza ma senza cedere alla volontà di seminare il terrore che ha partorito questa aggressione, forse connessa alla prossima visita in Italia del presidente iraniano Hassan Rohani. E intanto ci si aspetta chiarezza sugli autori: che sembrano davvero corpi estranei in una città come Milano, ombre materializzatesi in un contesto di serena vita civile.

Naturalmente il desiderio di allontanare da noi il male non deve farci ombra. Il mare dell’ingiustizia e della violenza del mondo cresce di continuo. Davanti alle porte di ferro dell’Europa si schiacciano moltitudini di migranti, uomini donne e bambini: quanti anni ci vorranno per lasciarli entrare? La non-politica degli Stati nazionali nei loro confronti ha fatto sbottare perfino il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. In queste condizioni si può riaffacciare lo spettro del solito capro espiatorio, l’ebreo. Bisogna dunque che all’aggressione che isola e colpisce un uomo solo per terrorizzarne mille si risponda con una di quelle reazioni collettive che dissipano le ombre e spazzano il cielo dalle nuvole nere vecchie e nuove. L’Europa ne ha trovato la strada quando ha riscoperto nella sua eredità storica i valori di libertà e di solidarietà che le appartengono, veri fondamenti di una costruzione unitaria continuamente a rischio di crollo per il nazionalismo dei governi e per la cieca violenza sociale dei poteri finanziari. È accaduto davanti all’attentato a Charlie Ebdo, quando l’aggressione del terrorismo islamico ha ricevuto la risposta di una Parigi risorta a vera capitale d’Europa, e ora messa di nuovo davanti a una prova durissima. Ed è accaduto quando la cancelliera Merkel ha dato un grande e imprevedibile colpo di timone alla società tedesca stimolandone la virtù dell’accoglienza. Queste sono le risposte giuste ai mostri della paura, sempre in agguato nella società impoverita e frammentata, carica di rancore e di violenza, che il neoliberismo ci ha cucito addosso in questi nostri anni.
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