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mercoledì 25 novembre 2015

Il governo si vende le ferrovie

«Avviata la procedura che tiene presente la complessità di gestione Fs e la necessità di aumentare gli obblighi di servizio pubblico, esordisce Delrio. Però coi tagli degli ultimi anni, il servizio ha sofferto: sacrificati pendolari e lunghe percorrenze». Il manifesto, 24 novembre 2015 (m.p.r.)

Roma.  Il governo mette in vendita il 40% delle Ferrovie: la privatizzazione, che segue quella di Poste e precede quella di Enav, è stata decisa ieri dal consiglio dei ministri, che ha varato un Dpcm ora atteso alle camere. Il provvedimento è stato illustrato dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio, e ha subito suscitato le preoccupazioni dei sindacati e dei partiti di opposizione, con alcune perplessità espresse anche da componenti del Pd. Non è ancora pienamente chiaro - nonostante le rassicurazioni offerte da Delrio - il destino di Rfi (la rete), che il governo punta comunque a scorporare (e quindi almeno in parte a quotare?), mentre l’indebolimento del pubblico fa temere per i già disastratissimi servizi pendolari.

«Viene avviata la procedura che tiene presente la complessità della gestione delle Fs e la necessità di aumentare gli obblighi di servizio pubblico», ha esordito Delrio. Va detto però che con i tagli degli ultimi anni, il servizio pubblico ha al contrario sofferto: sacrificati i pendolari e le lunghe percorrenze (basti pensare ai treni notte), la gran parte degli investimenti si sono diretti invece verso i convogli ad alta velocità e con biglietti piuttosto cari per i viaggiatori. «L’alienazione di Ferrovie non potrà andare oltre il 40% - ha spiegato Delrio - È un avvio di percorso che tiene presenti alcune questioni: l’infrastruttura ferroviaria dovrà rimanere pubblica, dovrà essere garantito l’accesso a tutti in maniera uguale». «Nel processo parziale di privatizzazione di Fs si manterrà un'attenzione particolare all'azionariato diffuso e alla partecipazione dei dipendenti del gruppo Ferrovie dello Stato, gruppo che produrrà anche quest'anno ottimi risultati». 

Il valore stimato dell’azienda è di 45 miliardi di euro, e i proventi della privatizzazione dovrebbero andare a coprire il debito pubblico. Non è ancora chiaro, però, quanto punti a incassare il governo: Palazzo Chigi in una nota ha spiegato infatti che la privatizzazione «potrà procedere in più fasi» e alla richiesta di una cifra attesa, Delrio ha risposto con un ermetico: «Adesso ci penseremo». I conti dell’azienda, d’altro canto, ultimamente vanno piuttosto bene: nel 2014, il gruppo Ferrovie dello Stato ha realizzato quasi 8,4 miliardi di ricavi operativi (303 milioni il risultato netto). Il 2015 appare promettente: nel primo semestre i ricavi hanno sfiorato i 4,2 miliardi di euro, mentre l’utile è aumentato del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2014, raggiungendo i 292 milioni. 

Un’azienda "risanata" dopo svariati anni di debito, che però adesso, almeno a sentire i più critici, potrebbe esporsi a un pericolo di «svendita» delle proprie azioni. È ad esempio il timore di Franco Nasso, segretario della Filt Cgil: «Da quanto si può capire dagli annunci - dice - la privatizzazione non darà risorse al trasporto regionale, anzi finirà per limitare fortemente la capacità industriale di Trenitalia, limitandosi a fare un incasso dalla vendita che, viste le condizioni e la fretta, potrebbe sostanzialmente consistere in una svendita». Secondo la Cgil c’è «un problema di mancata corrispondenza tra le aspettative degli utenti del trasporto regionale e il servizio offerto. Le ragioni sono dovute principalmente ai tagli operati da tutti gli ultimi governi su questo fondamentale servizio universale che, per essere erogato, ha bisogno del contributo pubblico». E abbiamo tutti sotto gli occhi le immagini (alcuni lo vivono sulla propria pelle) di treni congelati in inverno e simili a saune in estate; la folla e i ritardi, i bagni in condizioni pietose. 

«Questa privatizzazione acefala è una stupidaggine gigantesca che farà solo danni al Paese, ai cittadini italiani e ai lavoratori delle Ferrovie. Non abbiamo elementi di chiarezza e il ministro non ha ritenuto di spiegarci nulla nonostante le reiterate richieste di incontro», rincara il segretario Fit Cisl Giovanni Luciano. «Siamo d’accordo su massimo il 40% delle quote e l’azionariato diffuso compresi i dipendenti. Per il resto pensiamo che, laddove non vi siano chiarimenti, occorrerà mobilitarsi». «Privatizzazione sbagliata, mera operazione di cassa», taglia netto anche la Uiltrasporti. Nel Pd è Marco Filippi, capogruppo in Commissione Lavori pubblici del Senato, a chiedere che «si eviti che la vendita sia solo un’operazione economico/finanziaria». 

Contro «la svendita del patrimonio dello Stato per tappare i buchi del bilancio» si pronuncia il M5S, che chiede al contrario di «potenziare il trasporto pubblico locale». Disco rosso anche da Stefano Fassina, di Sinistra italiana: «La privatizzazione di Fs vuol dire ulteriore drammatico disinvestimento e peggioramento per i servizi di trasporto per i pendolari. Noi ci opporremo». In uscita, infine, gli attuali vertici, divisi proprio sulla privatizzazione: l’amministratore delegato Michele Mario Elia difende l’unicità del gruppo, mentre il presidente Marcello Messori è favorevole allo scorporo di Rfi. Tra i successori in pole, Renato Mazzoncini, ad di Busitalia.
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