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venerdì 27 novembre 2015

Il fardello coloniale della libertà

«Avrei voluto parlare di come quella triade abbia perso buona parte del suo valore quando i loro propinatori nel XIX secolo hanno rivolto i loro interessi verso gli altri continenti; e dimenticando Liberté, Fraternitè, Egalité, hanno brutalmente sfruttato le popolazioni che li abitavano da millenni. Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2015 (m.p.r.)

Una settimana fa sono stata invitata da Radio 3 a partecipare alla serata organizzata a Villa Medici per la sera del 25 in solidarietà con la Francia per quanto di orrendo era avvenuto il 13 novembre a Parigi, scegliendo di intervenire per circa cinque minuti con una poesia o altro. Avevo qualche dubbio a partecipare che mi è stato contestato affermando che sarei stata libera, assolutamente libera, di leggere quello che volevo. Così infatti è stato. Con un inconveniente. Che mi sono trovata come un alieno o forse è meglio dire come l’uomo di Neanderthal che si aggira nella foresta in cerca di un habitat. La colpa è certo mia che ho frainteso il significato della serata durante la quale sono state lette delle bellissime poesie e brani di libri con meravigliose descrizioni della bellezza di Parigi e l’incanto della Francia, o sul legame che gli italiani sentono per un paese che è stato l’epicentro della meravigliosa triade Liberté, Fraternité, Egalité

Io invece avrei voluto parlare di come quella triade abbia perso buona parte del suo valore quando i loro propinatori nel XIX secolo hanno rivolto i loro interessi verso gli altri continenti; e dimenticando Liberté, Fraternitè, Egalité, hanno brutalmente sfruttato le popolazioni che li abitavano da millenni. A volte in maniera orrenda e inaccettabile, come è accaduto al Belgio sotto il regno di Leopoldo II che ancora oggi una imponente statua celebra nel centro di Bruxelles: il Re (era alto quasi due metri) ritto sul piedistallo, e aggrappati alle sue gambe gli indigeni in adorazione. Dimenticando che nel convegno che si era svolto a Vienna dal novembre del 1884 al febbraio del 1885, al quale avevano partecipato i principali paesi europei più Turchia e Stati Uniti, si era decisa la spartizione di buona parte dell’Africa. Ma il giovane Leopoldo II, non pago di avere ottenuto il bacino del Congo, un territorio vasto quanto l’Europa esclusa la Russia, si impadronì di lì a poco anche del Sudan orientale e delle provincie del Kasai e del Buluba, in tutto quasi dieci milioni di chilometri quadrati. Ma attenzione: l’intera colonia fu dichiarata “Proprietà dello Stato”, ossia del Re. 

Un privato dominio al di fuori di ogni controllo dove la popolazione era schiava nel vero senso del termine. E quando lo sviluppo dell’industria automobilistica rese molto redditizio il caucciù per le gomme, quel territorio ricco delle foreste che lo produceva, divenne una fonte inesauribile di arricchimento per Leopoldo II; e una tragedia immane per indigeni, comprese donne e bambini. Indigeni che venivano condotti al lavoro legati uni gli altri. E se a fine giornata non raccoglievano la quantità richiesta di caucciù, gli venivano amputati un braccio o una gamba e alle donne le mammelle. 

Ne parlarono a suo tempo Mark Twain ne Il soliloquio di Re Leopoldo pubblicato nel 1905 sotto lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens Arthur, e Conan Doyle in The crime of the Congo (Il crimine del Congo) pubblicato nel 1908. E nel 1998 con un documentatissimo libro ricco di fotografie Adam Hochschild: King Leopold’s ghosts (Gli spettri del Congo Rizzoli 2001). Nel giro di 23 anni (dal 1886 al 1908) la popolazione era stata ridotta a un quinto. E le fotografie dei cadaveri accumulati in pile uno sugli altri per spaventare gli indigeni e costringerli al lavoro coatto sembrano sinistramente anticipare di alcuni decenni quelle che saranno le montagne di corpi che si presenteranno di fronte alle truppe alleate quando nell’aprile del 1945 verranno spalancati i cancelli di Auschwitz, Birkenau o Mathausen.
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