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domenica 1 novembre 2015

I falsi anticorpi di Cantone

Grandi opere. Il Commissario anticorruzione ha esaltato l’Expo, ma ha dimenticato la mafia negli appalti. Il manifesto, 31 ottobre 2015


Cri­mi­no­gena. Que­sto è il giu­di­zio che Raf­faele Can­tone ha recen­te­mente dato alla legge «Obiet­tivo del 2001» con cui sono stati per­pe­trati gradi scempi ambien­tali e urba­ni­stici. Nono­stante que­sto pesante giu­di­zio quella legge è ancora in vigore: Mat­teo Renzi si guarda bene dall’abrogarla. Sono state sol­tanto accan­to­nate alcune opere inu­tili, ma le pro­ce­dure sem­pli­fi­cate fanno ancora gola. Siamo dun­que in un paese che lascia in vita una legge cri­mi­no­gena e in una città che ha con­tri­buito per numero e qua­lità a riem­pire le patrie galere.

Appena dieci giorni fa a Milano sono stati arre­stati il vice­pre­si­dente della Giunta regio­nale e vari altri galan­tuo­mini. Tutto mira­co­lo­sa­mente supe­rato. Raf­faele Can­tone ha affer­mato durante una ceri­mo­nia di esal­ta­zione di Expo 2015 che Milano ha riat­ti­vato gli anti­corpi con­tro la cor­ru­zione. Evi­den­te­mente l’uso spre­giu­di­cato della reto­rica è una coperta buona a nascon­dere la realtà, com­presi gli arre­sti del mag­gio 2014 quando fu sgo­mi­nata la cupola che gover­nava gli appalti Expo.

Ma è dav­vero così? Expo è la leva su cui risor­gerà Milano e l’Italia? Per costruire la grande fiera sono stati spesi 14 miliardi di euro, come ha dimo­strato Roberto Perotti. A que­sta folle cifra dob­biamo aggiun­gere un gigan­te­sco soste­gno pub­blico: abbiamo infatti assi­stito a quo­ti­diane rubri­che sulle tele­vi­sioni e sui quo­ti­diani, inne­ga­bili spinte alla visita. Saranno rag­giunti i 20 milioni di visi­ta­tori. Se divi­diamo quel numero per le somme spese, ogni visi­ta­tore ci è costato 750 euro. Una somma ragio­ne­vole o era pos­si­bile – come pure ipo­tizzò qual­cuno — orien­tare l’esposizione dedi­cata al cibo verso le cen­ti­naia di luo­ghi straor­di­nari d’Italia in cui avven­gono le pro­du­zioni di qua­lità tanto decan­tate a parole? Si tratta spesso di luo­ghi mar­gi­nali, abban­do­nati da anni di assenza di pro­getti, dove i pro­dut­tori fanno fatica a man­te­nere le quote di mer­cato. Una Expo decen­trata che avrebbe fatto cono­scere al mondo la straor­di­na­rietà del pae­sag­gio ita­liano e rivi­ta­liz­zato le aree mar­gi­nali, for­nito occa­sioni di svi­luppo ad imprese vere.

Vinse il para­digma della con­cen­tra­zione soste­nuto dall’agguerrita classe diri­gente mila­nese. Grande quar­tiere di espo­si­zione, grandi for­ni­ture di cemento e asfalto (sono stati urba­niz­zati 105 ettari di ter­reni agri­coli), gradi affari. Ter­reni pagati a peso d’oro; alber­ghi pieni, valori immo­bi­liari in rialzo per la feli­cità della grande pro­prietà edilizia.

Milano ha dun­que bene­fi­ciato dell’effetto dro­gato dalla spesa di 14 miliardi, ma come esso possa rap­pre­sen­tare un modello per il paese è dif­fi­cile da com­pren­dere. Tra due giorni, appena spente le luci, reste­ranno tutti i pro­blemi sul tap­peto. Per­ché in Ita­lia non si inve­ste più nelle città e man­cano pro­grammi di lungo periodo. Durante i sei mesi di mani­fe­sta­zione, ad esem­pio, si poteva almeno ragio­nare sul futuro delle aree Expo. Nulla. Hanno taciuto comune e regione. Si espri­mono solo i diri­genti della Con­fin­du­stria lom­barda che pro­pon­gono sulle pagine del Cor­riere della Sera la rea­liz­za­zione di una città della scienza e della ricerca — ovvia­mente a carico dei con­tri­buenti — e sopra­tutto «tempi bre­vis­simi» per le decisioni.


E così tor­niamo al punto di par­tenza. Forse Raf­faele Can­tone voleva sol­tanto magni­fi­care il modello isti­tu­zio­nale del Com­mis­sa­rio straor­di­na­rio, e cioè di una figura in grado di svol­gere la regia di ope­ra­zioni com­plesse e garan­tire effi­cienza. Siamo sem­pre den­tro al cul­tura degli anni ’90, altro che anti­corpi. La crisi dei governi delle città è sotto gli occhi di tutti ma l’unica strada da per­cor­rere è quella di resti­tuire ai comuni le risorse per gover­nare: la strada della straor­di­na­rietà è solo una peri­co­losa scor­cia­toia. Non c’è infatti chi non veda che in que­sto modo si crea una for­bice mici­diale: le opere rite­nute impor­tanti ver­ranno affi­date a figure straor­di­na­rie sle­gate dal con­trollo demo­cra­tico men­tre l’ordinarietà, come la man­canza di acqua nella città di Mes­sina, sarà lasciata sulle spalle di sin­daci senza risorse e auto­no­mia. La inne­ga­bile crisi del modello demo­cra­tico non si affronta con la cul­tura della straor­di­na­rietà. E’ più impor­tante chiu­dere tutte le leggi di deroga, ad ini­ziare dalla «cri­mi­no­gena» legge Obiettivo.
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