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martedì 24 novembre 2015

Chi ha rubato le nostre città?

Nella concentrazione e complessità urbana chi è privo di potere storicamente converge per trasformare la propria debolezza in diritti: oggi le grandi concentrazioni finanziario-immobiliari stanno minando questo vero e proprio pilastro di civiltà. The Guardian, 24 novembre 2015

Sta segnando una svolta per le grandi città, l'acquisizione di immobili urbani da parte di grandi concentrazioni finanziarie nazionali e internazionali iniziata alle prime avvisaglie della crisi nel 2008? Da metà 2013 a metà 2014 questo tipo di acquisizioni ha superato un valore di 600 miliardi di dollari nelle 100 città principali, quasi il doppio un anno dopo, e si calcoli che la cifra comprende soltanto le grandi operazioni (per esempio a New York quelle superiori a 5 milioni di dollari). Vorrei qui discutere alcuni particolari di queste forme emergenti di investimento, e cosa rappresentano. Le città sono da sempre il luogo in cui chi non ha potere va a costruire la storia, la cultura, trasformando la propria assenza di potere in complessità. Se si continua con queste acquisizioni sul larga scala, perderemo del tutto questa caratteristica che ha conferito alle nostre città il loro cosmopolitismo.

Coi ritmi attuali, assistiamo ad una sistematica trasformazione del sistema della proprietà urbana, in grado di alterare lo stesso significato storico delle città. Una trasformazione dai profondi significati democratici, per i diritti e l'eguaglianza. Una città è un sistema complesso ma incompleto: una mescolanza che ha avuto la capacità nella storia e nelle geografie di resistere a fronte di entità assai più possenti organizzate, dalla grande impresa ai governi nazionali. Da Londra, a Pechino, al Cairo, New York, Johannesburg o Bangkok – solo per fare alcuni nomi a caso – tutte sono sopravvissute a tanti dominatori e grandi attività. Sta nel mescolarsi di complessità e non-completezza, il potere di chi non ha potere, la possibilità di affermare: «ci siamo, questa è la nostra città». O per dirla col leggendario slogan delle città sudamericane «Estamos presentes»: non vogliamo soldi, ma solo farvi sapere che questa è la nostra città, anche la nostra città. Chi è senza potere soprattutto nelle città ha lasciato la propria impronta, culturale, economica, sociale: a partire dalla propria zona, ma anche a diffondersi su aree più vaste come accade alla ristorazione «etnica», alla musica, alle cure e via dicendo.

Nulla di tutto ciò potrebbe mai accadere in un quartiere di uffici, indipendentemente dalle densità edilizie: sono spazi privatizzati e controllati, in cui il lavoratore può certo entrare, ma non «fare». E nulla di tutto ciò può avvenire nemmeno in un mondo sempre più militarizzato nei suoi impianti minerari o nelle colture estensive. Solo nelle città esiste la possibilità di trasformare l'assenza di potere in complessità: nessuno può controllare un tale intreccio complesso di persone e relazioni. Chi ha potere non vuole la scocciatura della vicinanza coi poveri, il comportamento standard consiste nel lasciarli al loro destino. In certe città (per esempio negli Usa o in Brasile) c'è una polizia molto violenta, ma questo può anche trasformarsi nel primo passo in un lungo percorso di rivendicazione di alcuni diritti. È nelle città luogo di conflitti, che queste battaglie alla fine sono riuscite. Ma proprio questa possibilità – di fare storia, cultura e tanto altro – oggi viene messa in discussione dalle grandi trasformazioni urbane in corso.

Una nuova fase

Sarebbe facile spiegare l'ascesa degli investimenti nelle città dopo il 2008 come «semplice proseguimento» di qualcosa già in corso da tempo. Dopo tutto anche a fine anni '80 si era assistito a una rapida crescita di acquisizioni nazionali e internazionali di uffici e alberghi, specie a New York e Londra. Nel mio La Città Globale parlavo dei tantissimi fabbricati nella City di Londra di proprietà internazionale proprio in quell'epoca. Finanziarie giapponesi o olandesi che stabilivano una solida base dentro la City per poi entrare nei mercati europei. Ma se guardiamo a quel che accade oggi si notano notevoli differenze, sino a definire una fase totalmente nuova nei caratteri e nel progetto strategico di queste acquisizioni (per inciso non vedrei invece grandi differenze fra investimenti locali e internazionali: in entrambi i casi si tratta di grossissime operazioni, ed è quel che conta). Spiccano quattro caratteristiche:

• La rapida impennata del numero di acquisizioni, anche là dove di investimenti del genere ce ne erano da sempre, specie a New York e Londra. Nel mondo sono un centinaio le città oggetto di queste operazioni: dal 2013 al 2014 crescita del 248% a Amsterdam/Randstadt, del 180% a Madrid e 475% a Nanchino. Mentre il tasso di crescita era relativamente inferiore per le grandi città rispetto alla regione: 68,5% per New York, 37,6% per Londra, 160,8% per Pechino.

• La quantità di nuove realizzazioni. La rapida crescita a fine anni '80 e '90 era degli investimenti su edifici esistenti: i grandi magazzini Harrods a Londra, o Sachs sulla Fifth Avenue, o il Rockefeller Center a New York. Nel periodo dopo il 2008, gran parte delle acquisizioni ha significato demolire e ricostruire con edilizia a maggiori volumi e di lusso, specie appartamenti di lusso.

• L'affermazione del mega-progetto ingombrante che devasta il tessuto urbano: vie e piazze minori, arterie commerciali di negozi e uffici tradizionali, e così via. Il mega-progetto incrementa le densità ma di fatto rende l'ambiente meno urbano, confermando l'idea secondo cui la densità edilizia non è la componente chiave di una città.

• Il pignoramento di immobili acquistati da famiglie a redditi bassi. Ha raggiunto proporzioni catastrofiche negli Usa, dove i dati della Federal Reserve mostrano oltre 14 milioni di casi del genere dal 2006 al 2014. Ciò significa moltissimo suolo urbano non sfruttato, o poco sfruttato, di cui almeno una parte si presta alla «riqualificazione».

Un ulteriore carattere che colpisce, di questo periodo, è l'acquisizione di isolati industriali dismessi o sottoutilizzati, edificati o meno a scopo di trasformazione. Qui le cifre si possono fare davvero elevate. C'è l'esempio Atlantic Yards, una vasta superficie di New York acquistata da una compagnia cinese per cinque miliardi di dollari. Occupata da attività produttive, servizi, quartieri, studi d'arte già espulsi da Manhattan per far posto ad altre trasformazioni. Un tessuto caratteristicamente urbano destinato ad essere spazzato via e sostituito da un formidabile complesso di quattordici torri di lusso, con l'effetto di cancellare ogni carattere di città. Una specie di spazio «gated» che contiene moltissime persone; nulla a che vedere con i densi intrecci che siamo abituati a chiamare «urbani». E si tratta di un genere di trasformazione in corso in tantissime città – spesso con recinti soltanto virtuali, a volte anche fisicamente definiti. E tutti, direi, coi medesimi effetti di de-urbanizzazione.

Dimensioni e tipo degli investimenti si possono ben riassumere nella mole delle spese. Quell'investimento globale di 600 miliardi di dollari da metà 2013 a metà 2014, e di quasi il doppio l'anno successivo, era solo per acquistare immobili esistenti. Ovvero senza le trasformazioni, che sono un'altra partita. La proliferazione del gigantismo urbano nasce e si sviluppa dalle privatizzazioni e deregolamentazione degli anni'90 in tutto il mondo, e da allora prosegue senza particolari discontinuità. Con l'effetto generali di diminuire la quantità di immobili di proprietà pubblica, e di far impennare quelli della grande proprietà privata. Contemporaneamente restringendo e appiattendo quanto accessibile al pubblico. Là dove prima c'era un edificio della pubblica amministrazione che si occupava di varie faccende o di interagire coi cittadini di un quartiere, oggi magari c'è la sede centrale di un'impresa, un complesso ad appartamenti di lusso, un centro commerciale chiuso.

De-urbanizzazione

Uno dei punti di vista privilegiati sulle forme geografiche globali dello sviluppo economico sono i luoghi in cui si genera la ricchezza. Che si sono spostati più verso le aree urbane che l'agricoltura estensiva o le attività estrattive, anche se queste si sono allargate e rese brutalmente efficienti. Questa sorta di riorganizzazione dei processi di acquisizione e controllo degli immobili urbani non riguarda semplicemente certi investimenti ad elevato valore aggiunto, ma anche i terreni dove stanno modeste abitazioni o uffici pubblici. Assistiamo a inspiegabili enormi acquisizioni private di interi settori urbani da alcuni anni. I cui meccanismi di produzione di ricchezza sono assai complessi nonostante la brutalità delle azioni di cui si compongono. Un aspetto chiave è il passaggio da una proprietà piccola frammentata a grandi concentrazioni, e dal pubblico al privato. Avviene poco alla volta, per parti grandi o meno grandi, e per molti versi si tratta di pratiche correnti del mercato urbano e relative trasformazioni. Quello che cambia oggi è la dimensione dei processi, sino ad alterare lo stesso significato storico delle città. Ciò che era piccolo e/o pubblico diventa grande e privato. La tendenza è passare da piccoli lotti intersecati da vie e piccoli slarghi, verso trasformazioni che cancellano il tessuto, di dimensioni gigantesche. Si privatizza, si de-urbanizza la città pur aggiungendo densità edilizia.

Le grandi città sono complesse e incompiute, ciò ha storicamente consentito di accogliere diversità personali, culturali, politiche.La città mescola, è una frontiera dove attori di provenienze diverse si possono incontrare secondo regole non prestabilite, dove si incrociano anche quelli dotati di potere con chi di potere non ne ha affatto. Ciò le rende anche spazio dell'innovazione, importante o meno importante, specie da parte di chi non ha potere: anche se il potere poi non lo acquisisce produce parti componenti della città, lascia una eredità che arricchisce il cosmopolitismo, in modi impossibili altrove. L'ambiente urbano complesso e incompiuto dà forma a soggetti e soggettività, supera alcune differenze religiose, etniche, razziali, di classe.

Esistono momenti nella vita di una città in cui tutto dipende dall'urbano, spazio e tempo, come nell'ora di punta. Mentre oggi le città globali invece di accogliere genti da diverse culture e provenienze, respingono la diversità. I nuovi padroni, spesso residenti solo a tempo parziale, sono di certo internazionali: ma ciò non vuol dire che rappresentino culture e tradizioni diverse. Rappresentano invece la nuova cultura globalizzata di chi ce l'ha fatta: sono assurdamente omogenei, senza alcuna differenza rispetto al luogo di nascita o lingua. Non è il genere di contesto urbano prodotto storicamente dalle grandi città miste: è una corporation globale.

Gran parte delle trasformazioni significano inevitabilmente espulsione di ciò che c'era prima. Sin dalle più lontane origini, che siano tremila o cento anni fa, le città hanno continuato a reinventarsi, si sono alternati sempre vincitori e vinti. Le storie urbane traboccano dei racconti di persone povere magari relativamente emarginate, ceti subalterni che progrediscono, le città da sempre ospitano grande varietà. Con le grandi acquisizioni odierne si azzera ogni dinamica, nulla si aggiunge in termini di diversità e mescolanza. Viene invece innestato qualcosa di totalmente nuovo, in forma di monotone serie di torri di lusso. Si può anche dire che si innesta una logica tutta sua, irriducibile a diventare parte della città. Resta totalmente autonoma, ci gira del tutto le spalle: e non è molto bello.

Titolo originale: Who owns our cities – and why this urban takeover should concern us all – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
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