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domenica 29 novembre 2015

Cambiamenti climatici e consumo di suolo

Carlo Petrini  teme, giustamente, che la mancanza di una legge nazionale a difesa dei terreni agricoli  sia un pesante contrbuto dell'Italia al degrado dell'ambiente. E necessario approvare la legge sul consumo di suolo in discussione al Parlamento? Abbiamo intervistato in proposito Vezio De Lucia.

Oggi si apre a Parigi la Conferenza mondiale sui cambiamenti di clima. Si parlerà molto di energie alternative, di risparmio energetico, di riduzione dei fattori inquinanti, di green economy e così via. I rappresentanti degli Stati si barcameneranno tra l’esigenza di dover contribuire alla riduzione di un rischio di catastrofe e quella di non ridurre il Pil, che sembra essere il totem della religione dominante. C’è grande attesa per i risultati, e una forte pressione che nasce dalle manifestazioni popolari in corso nelle strade e nelle piazze di tutti i continenti. 

C’è invece chi denuncia già i limiti della conferenza, della sua stessa impostazione. Carlo Petrini, sul manifesto di oggi, rivendica il ruolo dell’agricoltura riprendendo una problematica sviluppata qualche giorno fa da Piero Bevilacqua. Petrini pone la questione del consumo di suolo. Egli scrive: “In Italia ancora manca una legge nazionale a difesa dei terreni agricoli sempre più invasi dalla cementificazione. Se continuiamo così oltre al dissesto idrogeologico avremo un deserto di cemento”.


 Vezio De Lucia è tra quelli che nel 2005 contribuirono a porre la questione promuovendo la sessione della Scuola di eddyburg dedicata al tema dello sprawl: l’insensato consumo di suolo provocato dalla sua utilizzazione edilizia al di là di ogni ragionevole utilità. Gli chiediamo di esprimere il suo parere odierno sull’argomento. 

Ma innanzitutto gli domandiamo: Che cosa è successo da allora a oggi?
«Ti ricordi, Eddy, che siamo stati fra i primi, proprio tu, Gigi Scano e io, alla fine degli anni Settanta – quando tutt’e tre ci occupavamo di Venezia – a contrastare la saldatura edilizia del triangolo Mestre Padova Treviso evitando altre espansioni nella terraferma veneziana? Da allora, nonostante gli avvertimenti e le preoccupazioni del mondo ambientalista, le cose sono andate sempre peggio. Solo un dato, a Roma, dal 1971, la popolazione è rimasta più o meno la stessa ma la superficie urbanizzata è più che doppia. Quasi niente di buono è venuto dal mondo politico e dai poteri locali. Il tentativo più importante a scala nazionale per contenere e razionalizzare lo sviluppo edilizio fu quello della legge Galasso del 1985. Ma, salvo rare eccezioni ancora in vigore (il piano della costiera Amalfitana e della penisola Sorrentina, approvato con legge regionale), il bilancio è stato deludente. Va ancora peggio con i piani paesaggistici del Codice del paesaggio del 2008: il ministero per i Beni culturali è platealmente assente e solo tre regioni, la Sardegno, la Puglia e la Toscana, dispongono di un piano regolarmente approvato. In questo disastroso panorama giganteggia la figura di Anna Marson che, da assessore all’urbanistica della Regione Toscana nella trascorsa legislatura, ha portato all’approvazione l’unica legge efficace e rigorosa per fermare il consumo del suolo. E mi permetto di ricordare il piano regolatore di Napoli del 2004, il solo piano di una grande città che non prevede zone di espansione e ha sottoposto a tutela il suolo scampato all’apocalisse urbanistica dei decenni precedenti».

Che giudizio dai sull’iniziativa che assunse nel 2012 il ministro dell’Agricoltura Catania?
«Dopo l’ex sottosegretario Giuseppe Galasso, va riconosciuto a Mario Catania, ministro delle risorse agricole del governo Monti, di essere stato il solo esponente del governo italiano a impegnarsi per la difesa dalla cementificazione dei terreni agricoli, come auspicano Carlo Petrini e Piero Bevilacqua. Ma il condivisibile intento di Catania è stato vistosamente contraddetto dalla stesura del progetto di legge governativo, infarcito da tante e inverosimili condizioni e diversivi da convincerci che quell’intento non potrà mai essere realizzato. E con il trascorrere del tempo e dei governi (Monti, Letta, Renzi) il testo è andato sempre più scandalosamente peggiorando».

Hai dato un giudizio molto critico della legge attualmente in discussione in Parlamento. Quali sono le ragioni essenziali?
«In primo luogo, l’effettiva entrata in vigore delle norme di contenimento del consumo del suolo è subordinata a un malinteso rispetto del pluralismo istituzionale perseguito attraverso complicati meccanismi procedurali a cascata: Stato, Regioni, Comuni. Meccanismi che non hanno mai funzionato in altri campi, figuriamoci quando sotto tiro sono gli interessi di potentissimi settori dell’economia finanziaria e immobiliare. Non è difficile prevedere che, ove approvata, la legge non sarà applicata proprio dove sarebbe più necessaria e urgente (dal Lazio in giù), oppure – il che è lo stesso – sarà applicata quando non ci sarà più suolo da sottrarre all’edificazione.

«Ma il peggio è che, alla fine, la tutela del paesaggio agrario e dello spazio aperto è solo un fragile paravento al riparo del quale prendono corpo operazioni che addirittura favoriscono la speculazione immobiliare. Infatti, all’originario progetto di legge sono stati aggiunti due argomenti assolutamente estranei, anzi in contrasto con l’obiettivo del contenimento dell’uso del suolo, vere e proprie invasioni nel campo della legislazione urbanistica: i compendi agricoli neorurali e la rigenerazione delle aree urbane degradate. 

«I compendi agricoli sono il machiavello per la trasformazione dell’edilizia rurale in altre attività (amministrative, servizi ludico-ricreativi, turistico-ricettivi, medici, eccetera). Una legge che nasce per promuovere e tutelare l’agricoltura, il paesaggio e l’ambiente consente quindi la distruzione dell’attività agricola e dei relativi manufatti. Complimenti. 

«Ancora più inquietante l’altra novità, in materia di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate, introdotta poco prima della presentazione del provvedimento in aula (avvenuta circa un mese fa). Si tratta di una delega al governo a emanare uno o più decreti legislativi volti a semplificare le procedure per gli interventi di rigenerazione delle aree urbane degradate. Una delega in bianco, sostanzialmente priva di principi e criteri direttivi, modello Sblocca Italia. Senza alcun rapporto con l’ordinaria disciplina urbanistica. E in questa circostanza, incredibilmente, sono del tutto ignorate le Regioni e i relativi poteri in materia di urbanistica, che andavano bene come pretesto per ritardare l’entrata in vigore delle norme per contrastare il consumo del suolo.
 
«Approdato in aula, sembra che il progetto di legge che impropriamente continuiamo a chiamare Catania sia stato messo su un binario morto. Molto meglio così. Almeno gli esponenti del governo, a cominciare da Matteo Renzi (che voleva la legge approvata prima della conclusione dell’Expo di Milano) non potranno continuare a vantarsi di essere impegnati a difendere il paesaggio e il suolo agricolo». 

Che fare adesso? 
«Certo, se la politica è asservita all’economia e alla finanza, l’urbanistica – che è una voce della politica – è inevitabilmente screditata. Ma abbiamo la schiena dritta e andiamo avanti. Primo, denunciando l’imbroglio della legge Catania, non consentendo che ci mandino altro fumo negli occhi (come ha scritto Stefano Fatarella). Poi lavorando per far conoscere la legge toscana 65/2014 (quella di Anna Marson) perché sia proposta in altre regioni. A scala nazionale, più passa il tempo, più mi pare confermata la qualità del disegno di legge  proposto da eddyburg nel giugno 2013  che il nuovo gruppo parlamentare  Sinistra Italiana e il movimento 5 Stelle dovrebbero far proprio. Coraggio».

Riferimenti

Un'analisi puntuale dell'errore rappresentato dalla legge in discussione è nell'articolo di Vezio De Lucia Il progetto di legge del governo non ferma il consumo del suolo, rilancia la speculazione; nella postilla altri link utili. La critica all'innovazione dei compendi agricoli è nell'articolo di Maria Cristina Gibelli, Neologismi in libertà: «compendi neorurali periurbani» . 

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