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sabato 10 ottobre 2015

Una disfatta lunga trent’anni

«Si accetti final­mente di aprire una discus­sione seria sugli errori com­messi a sini­stra in que­sti tre decenni (almeno) e sulla muta­zione gene­tica impo­sta alla sini­stra ita­liana. Se dav­vero si avesse a cuore una qual­che rina­scita, sotto que­ste for­che si accet­te­rebbe di passare». Il manifesto, 10 ottobre 2015

Ci siamo final­mente. Mar­tedì il Senato in grande spol­vero voterà senza colpo ferire la pro­pria tra­sfor­ma­zione in una nuova Camera delle Cor­po­ra­zioni. Napo­li­tano, Ver­dini e Barani, padri costi­tuenti, rac­co­glie­ranno meri­tati onori. La legi­sla­tura vivrà una gior­nata pal­pi­tante. Ma se ci si potrà com­muo­vere, dirsi sor­presi invece no, non sarebbe sen­sato. Che si sarebbe arri­vati a que­sto punto si era capito già l’anno scorso, quando il ddl Boschi comin­ciò la navi­ga­zione tra i due rami del par­la­mento meno legit­timo della sto­ria repubblicana.

A rigore il governo avrebbe dovuto veder­sela con l’agguerrita oppo­si­zione ber­lu­sco­niana, quindi subire le con­di­zioni poste dalle mino­ranze interne dello stesso Pd. Ma entrambi gli osta­coli si rive­la­rono ben pre­sto incon­si­stenti. Ancor prima di con­qui­stare palazzo Chigi Renzi si era accor­dato con Ber­lu­sconi sulle «riforme» da varare insieme. Ver­dini aveva con­vinto il cava­liere che quel gio­vane demo­cri­stiano era un conto in banca, la pen­sava allo stesso modo sulla Rina­scita demo­cra­tica del paese, quindi per­ché non soste­nerne l’impresa, tanto più che avrebbe messo al bando la vec­chia guar­dia rossa del Pd?

Quanto a quest’ultima, i solenni pro­clami della prima ora si svi­li­rono ben pre­sto in mano­vre tat­ti­che e in mer­can­teg­gia­menti e mai nulla di serio accadde, nem­meno dopo che il patto del Naza­reno era entrato in sof­fe­renza. Non solo fiorì impo­nente la pra­tica del tra­sfor­mi­smo interno, non sol­tanto il pre­sunto cari­sma del noc­chiero attrasse pro­se­liti anche oltre­con­fine. Gli stessi gene­rali della sedi­cente sini­stra demo­cra­tica cor­sero spon­ta­nea­mente a Canossa nel nome della ditta o della respon­sa­bi­lità, del rea­li­smo o di non importa cosa.

Risul­tato, Renzi ha fatto e disfatto col suo modo arro­gante e stra­fot­tente. Ha irriso e lusin­gato, minac­ciato e blan­dito. E men­tre Ver­dini — l’altro capo del governo, l’austero diarca del nuovo che avanza — lavo­rava per resti­tuir­gli il soste­gno della destra, ha defi­ni­ti­va­mente fritto capi e capetti dell’opposizione interna. La quale si è lasciata tri­tu­rare senza nem­meno accen­nare a una resi­stenza degna del nome. E oggi vive la sua ultima disfatta senza sto­ria, avendo tutto per­duto, anche l’onore.

A qual­cuno forse sarà dispia­ciuto, per este­tica o per umana pie­tas, il crudo mara­mal­deg­giare dei colon­nelli ren­ziani all’indirizzo del vec­chio segre­ta­rio. Ma in poli­tica non c’è spa­zio per la sen­si­bi­lità e gli affetti e su Ber­sani, sim­bolo di que­sta Capo­retto, incombe una colpa molto grave. Ora non è il suo Pd in que­stione, ma la Costi­tu­zione della Repub­blica, costata lacrime e san­gue e migliaia di morti nella guerra con­tro il nazi­fa­sci­smo. Non è la ditta, è il paese, con­se­gnato a un regime per­so­nale (ne sa qual­cosa, buon ultimo, il sin­daco della capi­tale, cen­tri­fu­gato nella mac­china del fango): a un regime auto­ri­ta­rio (dove il pre­si­dente del Con­si­glio sarà effet­ti­va­mente capo del governo e potrà tutto senza l’impaccio di un vero par­la­mento): a un regime orga­nico di classe, para­diso fiscale per chi ha molto, inferno per chi lavora (o non lavora).

Tant’è. Oggi per­lo­meno, a bocce ferme, il qua­dro è lim­pido ed è pos­si­bile un primo con­sun­tivo. Ognuno trarrà le pro­prie con­clu­sioni e non dubi­tiamo che i più, nel circo della poli­tica poli­ti­cante, ragio­ne­ranno in base al pro­prio tor­na­conto. Così i furieri dei pic­coli par­titi, minac­ciati dalla tagliola della nuova legge elet­to­rale. Così, nei par­titi mag­giori, soprat­tutto gli ere­tici, i cri­tici, i peri­cli­tanti. Poi ci sono i molti addetti ai lavori — sta­ti­sti di lungo corso, intel­let­tuali, opi­nio­ni­sti illu­stri — che riflet­te­ranno piut­to­sto, come si dice, «poli­ti­ca­mente». Sui nuovi rap­porti di forza, sugli sce­nari, sulle pro­spet­tive. Che stro­lo­ghe­ranno soprat­tutto sulle chiare e oscure (invero molto oscure) impli­ca­zioni del patto d’acciaio tra Renzi e Ver­dini, sulla sua ragion d’essere, sulle con­se­guenze, i costi e i bene­fici. Sco­prendo adesso, a babbo morto, che in que­sto patto pulsa da sem­pre il cuore nero del governo e fin­gendo forse di allar­mar­sene, o invece com­pia­cen­do­sene per la sua laica, spre­giu­di­cata, post-ideologica con­fi­gu­ra­zione. Noi invece bat­tiamo e sug­ge­riamo un’altra strada, solo in appa­renza impo­li­tica. Una linea di ricerca desueta che ci appare tut­ta­via più feconda e inte­res­sante e istrut­tiva. Non­ché la più auten­ti­ca­mente politica.

Se è vero, come è vero, che il disa­stro della cosid­detta sini­stra interna del Pd — la man­cata resi­stenza allo sfon­da­mento ren­ziano e al pro­getto padro­nale che lo sot­tende — ha pro­dotto con­se­guenze enormi ed è in larga misura la chiave per com­pren­dere quanto sta acca­dendo in que­ste ore. Se è vero, com’è vero, che i rap­porti di forza nel Pd non erano all’inizio della sto­ria nem­meno lon­ta­na­mente quelli attuali e che, in linea di prin­ci­pio, sarebbe stato age­vole per le mino­ranze unite con­trap­porsi e imporre al pre­si­dente del Con­si­glio più miti con­si­gli e una ben diversa com­po­si­zione dell’esecutivo. Allora è giunto il momento di inter­ro­garsi senza reti­cenza sulle scelte com­piute in que­sti due anni dagli espo­nenti della sini­stra demo­cra­tica — tutti, dai capi ai capetti all’ultimo gre­ga­rio: sulle moti­va­zioni che li hanno ispi­rati, di ordine cul­tu­rale, psi­co­lo­gico, morale.

Quando la geo­gra­fia poli­tica di un paese si tra­sforma per effetto di un pro­fondo som­mo­vi­mento cul­tu­rale come quello veri­fi­ca­tosi tra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, le respon­sa­bi­lità sog­get­tive assu­mono un peso pre­pon­de­rante. E grava più che mai l’inconsistenza cul­tu­rale e morale: la subal­ter­nità ideo­lo­gica e la dispo­ni­bi­lità a porsi sul mer­cato. Non ci si inal­beri: non serve a niente né scan­da­liz­zarsi né invo­care tabù. O meglio, serve a lasciare tutto come sta, nell’interesse di chi oggi stra­vince e domani non vorrà più nem­meno pri­gio­nieri. Si accetti dun­que final­mente di aprire una discus­sione seria sugli errori com­messi a sini­stra in que­sti tre decenni (almeno) e sulla muta­zione gene­tica impo­sta alla sini­stra ita­liana. Se dav­vero si avesse a cuore una qual­che rina­scita, sotto que­ste for­che si accet­te­rebbe di passare.
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