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domenica 4 ottobre 2015

Tagliano la sanità pubblica ma si godono quella privata

«A votare sulla dieta della sanità pubblica, infatti, sono le stesse persone che godono di un sistema di assistenza sanitaria integrativa. Una sorta di “mutua privata”, costosa, efficiente e molto distante dalle esperienze di chi frequenta gli ospedali pubblici». Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2015 (m.p.r.)

«Non abbiamo bisogno di dare altre garanzie ai parlamentari, ma di farli diventare sempre più normali». Firmato Matteo Renzi, il 14 febbraio 2013: era ancora rottamatore (e sindaco di Firenze). È passata un po’ di acqua sotto i ponti: il giovane rampante che contestava i privilegi di deputati e senatori si è fatto largo a spallate fino a Palazzo Chigi. Ma i parlamentari, nel frattempo, non sono diventati “più normali” di prima.

Nei giorni in cui lo stesso Renzi, da presidente del Consiglio, annuncia altri due miliardi di tagli al servizio sanitario nazionale, da aggiungere ai 2,3 pattuiti a luglio, può essere utile ricordare quanto sia profonda la differenza tra l’accesso alle cure di un cittadino comune e quello di un onorevole. A votare sulla dieta della sanità pubblica, infatti, sono le stesse persone che godono di un sistema di assistenza sanitaria integrativa. Una sorta di “mutua privata”, costosa, efficiente e molto distante dalle esperienze di chi frequenta gli ospedali pubblici. A scanso di equivoci: il discorso potrebbe essere esteso a diverse categorie professionali che godono dello stesso beneficio, a cominciare dai giornalisti. Un privilegio resta un privilegio. Diventa meno sopportabile, però, quando riguarda le persone che decidono le politiche pubbliche. 

Cure per tutti: anche conviventi gay 
Funziona così: una parte del corposo stipendio dei parlamentari serve a coprire l’iscrizione all’Asi. La quota è proporzionale all’indennità degli onorevoli. È molto alta, quindi: 526,66 euro al mese per i deputati e 540,27 per i senatori. In compenso, il piccolo sacrificio - rispetto alla busta paga, che tra le varie voci è vicina agli 11 mila euro - consente di farsi rimborsare quasi per intero (il 90 per cento) qualsiasi tipo di prestazione, dal ricovero ospedaliero fino alle lenti a contatto. Deputati e senatori sono iscritti d’ufficio al fondo integrativo (per rinunciare devono fare richiesta) e possono estendere la copertura a coniugi, figli e semplici conviventi con un sovrapprezzo di 50 euro al mese. 

La legge sulle unioni civili viene rimandata di continuo, le coppie gay per lo Stato italiano non esistono, ma in Parlamento – e solo in Parlamento – quest’ingiustizia è sanata: dal 2013 gli onorevoli omosessuali possono  mettere al riparo i propri compagni dalle incertezze della sanità pubblica. Il fondo riguarda anche e soprattutto gli ex parlamentari: quelli cessati dal mandato (insieme ai familiari), fanno come al solito la parte del leone. Oltre a loro, la sanità integrativa spetta a giudici della Corte costituzionale, giudici emeriti e famiglie a carico. 

A differenza dei costi delle prestazioni sanitarie, che continuano a crescere, la quota associativa è la stessa da quasi 10 anni, come si legge nel rendiconto della Camera per l’anno 2014: “Il calcolo delle quote di contribuzione è basato sulla misura dell’indennità parlamentare vigente nell’anno 2006 e non più aggiornato”. I rimborsi, nel 2014, sono costati 11 milioni e 150 mila euro per la Camera e 6 milioni e 100 mila euro per il Senato. In tutto fanno oltre 17 milioni di euro di prestazioni sanitarie in un solo anno, da dividere per circa 5.600 iscritti, tra parlamentari ed ex. Le casse delle Asi, in ogni caso, sono in equilibrio: le quote versate coprono i costi per intero. 

L’assistenza integrativa copre davvero qualsiasi tipo di intervento medico: ricovero, parto, prestazioni odontoiatriche, protesi e apparecchiature, accertamenti diagnostici, sedute psicoterapeutiche e persino cure termali (che però, almeno, sono rimborsate solo a chi soffre di cardiopatia o ha subito lesioni fisiche o cerebrali). 

Gesso, lenti, elettroshock 
Il tariffario è completo Ogni voce ha una tariffa rimborsabile: occhiali da vista e lenti a contatto arrivano fino a 350 euro l’anno, per l’impianto di un dente si ha diritto a 387,34 euro, per l’“ablazione del tartaro” fino a 51,65. Il deputato che non chiude occhio può farsi rimborsare una “cura del sonno” da 516 euro e addirittura l’“elettroshock con narcosi”, fino a 154 euro. Per farsi togliere il gesso, si possono riavere indietro 51,65 euro. Le spese per le cure, oltre ad essere rimborsate, a fine anno possono essere portate in detrazione sui redditi. 

La sanità degli onorevoli, insomma, non è gratis, ma conviene. Ed è privata. Lo stato di quella pubblica, invece, è ben descritto nell’ultimo rapporto di Cittadinanzattiva (2014): “Le ultime manovre economiche hanno portato a: ridimensionamento degli attuali livelli di finanziamento dell’assistenza sanitaria; introduzione di ulteriori ticket; tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni ed alle municipalità dei fondi sulla disabilità, l’infanzia, gli immigrati (...). La diminuzione dell’offerta pubblica obbliga il cittadino a scegliere tra due opzioni: rivolgere la domanda di assistenza insoddisfatta al settore privato o attendere un tempo più lungo per la prestazione nel settore pubblico, accettando il rischio implicito di peggioramento delle proprie condizioni di salute ”. 

L’impoverimento, insomma, induce a non curarsi, curarsi tardi o curarsi male. Ma chi fa le leggi può continuare ad ignorarlo. 
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