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domenica 25 ottobre 2015

Sudafrica. Gli studenti all’assalto del Palazzo

«Disoccupazione e disuguaglianza nell’accesso all’istruzione sfavoriscono ancora, 20 anni dopo la fine dell’apartheid, la maggioranza nera del Paese».  Secondo Il manifesto, 24 ottobre 2015

Tra gas lacri­mo­geni, gra­nate stor­denti, lanci di pie­tre e canti, è cul­mi­nata ieri davanti all’Union Buil­ding di Pre­to­ria — sede della Pre­si­denza della Repub­blica e degli uffici del Governo suda­fri­cano — la mega pro­te­sta degli stu­denti uni­ver­si­tari esplosa circa dieci giorni fa in un grande movi­mento a livello nazio­nale, pro­ba­bil­mente il più grande dalla fine dell’apartheid nel 1994.

Jacob Zuma non ha per ragioni di sicu­rezza incon­trato i mani­fe­stanti come pre­ce­den­te­mente annun­ciato, ma ha reso noto sulla tv di stato — dopo un incon­tro con i lea­der degli stu­denti, le auto­rità uni­ver­si­ta­rie e fun­zio­nari di governo — di aver con­ge­lato il piano degli aumenti delle tasse uni­ver­si­ta­rie per il 2016. Le prime dimo­stra­zioni con­tro il piano degli ate­nei di aumen­tare le tasse annuali sino all’11,5% a par­tire dall’anno pros­simo (e dun­que con­tro la deci­sione del governo di non inter­ve­nire con mag­giori finan­zia­menti a soste­gno dell’istruzione) sono scop­piate il 13 otto­bre scorso all’University of the Wit­wa­ter­srand (Wits) di Johannesburg.

Da allora le pro­te­ste (echeg­giate su Twit­ter sotto l’ashtag #Fee­sMust­Fall) hanno col­pito almeno altre 15 uni­ver­sità, costrin­gen­dole alla sospen­sione delle lezioni. A Johan­ne­sburg, migliaia di stu­denti della Wits e dell’University of Johan­ne­sburg hanno sfi­lato per le strade e si sono radu­nati davanti al Luthuli House, quar­tier gene­rale dell’African Natio­nal Con­gress (Anc) per con­se­gnare le loro richie­ste al segre­ta­rio gene­rale del par­tito al governo Gwede Man­ta­she. Nell’Eastern Cape, presso la Nel­son Man­dela Metro­po­li­tian Uni­ver­sity (Nmmu), la poli­zia ha spa­rato pro­iet­tili di gomma e gra­nate assor­danti per disper­dere gli stu­denti. A Cape Town, 23 stu­denti sono stati arre­stati mar­tedì scorso per aver bru­ciato pneu­ma­tici e eretto bar­ri­cate agli ingressi dell’università (Uct).

La rivolta è arri­vata anche, il giorno dopo, davanti alla sede del Par­la­mento a Cape Town, dove la poli­zia in assetto anti­som­mossa ha lan­ciato gas lacri­mo­geni e gra­nate stor­denti con­tro cen­ti­naia di stu­denti che ave­vano fatto irru­zione all’interno della recin­zione presso l’entrata prin­ci­pale dell’edificio per impe­dire al mini­stro della Finanze Nhla­n­hla Nene di illu­strare il bilan­cio prov­vi­so­rio dello Stato.

La dichia­rata esi­genza degli ate­nei uni­ver­si­tari di aumen­tare le tasse per poter assi­cu­rare i loro stan­dard for­ma­tivi non ha incon­trato la soli­da­rietà delle classi diri­genti al potere e la loro dispo­ni­bi­lità a mag­giori sov­ven­zio­na­menti ma ha tro­vato la rab­bia degli stdenti neri. A evi­den­ziarsi ancora una volta è la pro­ble­ma­tica mag­giore che fa da sfondo a tutte le altre in un Paese che arranca a rina­scere dalle ceneri del vec­chio regime dell’apartheid, vale a dire l’accesso equo e garan­tito all’istruzione. Le pro­te­ste di que­sti giorni in Suda­frica, lungi dal coin­vol­gere alcuna parte poli­tica, caval­cano un males­sere gene­rale della popo­la­zione che non può pre­scin­dere dalla divi­sione tra bian­chi e neri che ancora affligge la nazione arco­ba­leno. A mani­fe­stare e a difen­dere le loro ragioni con­tro un aumento delle tasse (non bilan­ciato con i red­diti delle fami­glie di pro­ve­nienza) che per mol­tis­simi signi­fi­che­rebbe la rinun­cia agli studi sono gli stu­denti neri (i bian­chi lo fanno per solidarietà).

Disoc­cu­pa­zione, povertà, dise­gua­glianza nell’accesso alle risorse eco­no­mi­che e all’istruzione sfa­vo­ri­scono ancora — più di vent’anni dopo la fine dell’apartheid — la mag­gio­ranza nera del Paese.

E restano figlie di poli­ti­che eco­no­mi­che ed edu­ca­tive che con­ti­nuano a rei­te­rarsi a svan­tag­gio delle classi più svan­tag­giate. Alla rab­bia degli stu­denti molti dei quali sono «born free» cioè nati liberi nel post-apartheid, la poli­zia e le classi dell’Anc al potere hanno oppo­sto gas lacri­mo­geni e pro­iet­tili di gomma susci­tando addi­rit­tura le pre­oc­cu­pa­zioni del dipar­ti­mento di stato ame­ri­cano che attra­verso il por­ta­voce John Kirby si è detto inten­zio­nato a con­ti­nuare a moni­to­rare la situa­zione. Imma­gini spe­cu­lari a quelle di un pas­sato mai del tutto sra­di­cato e che ripor­tano alla mente quelle, certo più dram­ma­ti­che e feroci, del mas­sa­cro nella town­ship di Soweto del 16 giu­gno del1976 quando la poli­zia aprì il fuoco con­tro 10 mila stu­denti neri che pro­te­sta­vano con­tro un decreto del regime di intro­durre l’Afrikaans nelle scuole come lin­gua obbligatoria.

Non è la prima volta che gli stu­denti scen­dono in piazza quest’anno per sol­le­vare que­stioni legate a divi­sioni raz­ziali ancora ben radi­cate. È quanto è suc­cesso ad aprile scorso con le pro­te­ste stu­den­te­sche che hanno gui­dato la cam­pa­gna di rimo­zione delle sta­tue di per­so­naggi sto­rici che hanno fatto la sto­ria del colo­nia­li­smo e dell’apartheid. E che ha visto cadere per prima quella di Cecil Rho­des (impe­ria­li­sta bri­tan­nico della fine dell’800), divelta dal soste­gno da cui per anni ha sovra­stato l’entrata dell’University of Cape Town (Uct).

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