responsive_m


A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

scritta dai media

DAI MEDIA

domenica 18 ottobre 2015

Settis, paesaggio preda del cattivo gusto

«Beni culturali. La costante riduzione di risorse per la tutela del patrimonio artistico è un’offesa alla storia di questo paese. Il ministro Dario Franceschini deve invertire questa tendenza e rafforzare le Soprintendenze». Un’intervista cdi Ernesto Milanesi a Salvatore Settis. Il manifesto, 17 ottobre 2015
Una sco­moda verità rimossa e la difesa costi­tu­zio­nale dei beni comuni. Sal­va­tore Set­tis, 74 anni, archeo­logo e sto­rico dell’arte, ex pre­si­dente del Con­si­glio supe­riore dei beni cul­tu­rali (da cui si dimise nel 2009 in pole­mica con il mini­stro Bondi), offre il suo «segna­via» alla Fon­da­zione Cari­paro, che ha dedi­cato un appun­ta­mento a «Beni cul­tu­rali e mer­cato: mis­sione (im)possibile?» al cen­tro cul­tu­rale San Gae­tano di Padova.

«Le risorse per musei e siti, ricerca, scuola, uni­ver­sità e cul­tura? È inu­tile nascon­dersi die­tro un dito: l’Italia, in base ad una recente inda­gine dell’Unione euro­pea, è seconda die­tro all’Estonia nell’evasione fiscale fra get­tito Iva pre­vi­sto e quello incas­sato nel 2013 rispetto all’anno pre­ce­dente. Si tratta, sem­pre secondo Bru­xel­les, di una somma pari a 47,5 miliardi di euro. Ecco dove i governi devono tro­vare i soldi!» sbotta fra gli applausi.

Per Set­tis fa fede sem­pre l’articolo 9 della Costi­tu­zione («La Repub­blica pro­muove lo svi­luppo della cul­tura e la ricerca scien­ti­fica e tec­nica, tutela il pae­sag­gio e il patri­mo­nio sto­rico e arti­stico della nazione»). Ma stride rispetto alla realtà: «Abbiamo 377 sto­rici dell’arte nell’organico: 240 nei musei e 137 nelle Soprin­ten­denze. Numeri che par­lano da soli, soprat­tutto nel caso delle Soprin­ten­denze che in un ter­ri­to­rio capil­lar­mente pieno di beni cul­tu­rali si ritro­vano con per­so­nale per­fino minore di qual­che museo ame­ri­cano e comun­que con un’età media più vicina ai 60 che ai 50 anni, dun­que vicina al pen­sio­na­mento», evi­den­zia senza tanti complimenti.

Nel Nord Est il pae­sag­gio è vit­tima dell’urbanistica senza scru­poli e dell’economia del cemento. Un’«emergenza» che stava a cuore ad Andrea Zan­zotto e che con­ti­nua ad impe­gnare comi­tati, asso­cia­zioni, sin­goli. Che ne pensa?
«Il Veneto è una delle regioni più belle non solo d’Italia ma del mondo: pos­siede una civiltà, una tra­di­zione cul­tu­rale, archi­tet­to­nica e pae­sag­gi­stica di prim’ordine. Ho l’impressione che una parte dei veneti la stiano dimen­ti­cando, in par­ti­co­lare quelli che poi fini­scono a gover­nare la regione e comuni molto impor­tanti come Vene­zia. Negli ultimi decenni c’è stata una scan­da­losa «inva­sione» delle cam­pa­gne: lo spar­gersi delle città come una mar­mel­lata che sta inva­dendo la cam­pa­gna a dispetto del pae­sag­gio. È molto dolo­roso dover con­sta­tare una scarsa rea­zione civica, anche per­ché si tratta di un gesto auto­le­sio­ni­stico. Il Veneto ha una pia­nura fra le più fer­tili del pia­neta, ma ha il pri­mato dei capan­noni costruiti anche se vuoti per­ché non c’è più indu­stria. Una scia­gu­rata scelta che ha finito per logo­rare l’attenzione, la sen­si­bi­lità, il gusto e il senso civico».

Lei è stato in prima fila nella difesa degli affre­schi di Giotto minac­ciati dal pro­getto di audi­to­rium (ora defi­ni­ti­va­mente archi­viato) dell’allora sin­daco Fla­vio Zano­nato. Qual è la disto­nia fra «cul­tori della mate­ria» e pub­blici amministratori?
«Solo chi non si fa troppi scru­poli né riflette abba­stanza può imma­gi­nare qual­cosa che metta a rischio la Cap­pella degli Scro­ve­gni, un gio­iello senza para­goni e patri­mo­nio dell’umanità. Noto con grande pre­oc­cu­pa­zione che a tutti gli appelli in difesa di Giotto si rea­gi­sce sem­pre in modo tran­quil­liz­zante. La cripta della Cap­pella invasa dall’acqua? Il Comune di Padova dice di non pre­oc­cu­parsi. Un ful­mine col­pi­sce l’edificio? Di nuovo: va tutto bene. Dob­biamo restare tran­quilli fin­ché non casca tutto? Credo che sia neces­sa­rio, invece, tor­nare a uno straor­di­na­rio rigore nella sal­va­guar­dia dei beni arti­stici e cul­tu­rali: biso­gna esa­ge­rare nella loro tutela pro­prio per essere sicuri di preservarli».

Il suo ultimo sag­gio è dedi­cato a Vene­zia: il «caso Mose» ha dimo­strato la reale tra­du­zione della salvaguardia?
«È un grande epi­so­dio di cor­ru­zione, dav­vero para­dig­ma­tico, che va ben al di là di disat­ten­zione o errori. Nella vicenda Mose è rima­sto coin­volto anche l’allora sin­daco Orsoni, men­tre Galan (ex mini­stro dei beni cul­tu­rali) è ancora pre­si­dente della com­mis­sione cul­tura della Camera nono­stante con il pat­teg­gia­mento abbia ammesso le sue respon­sa­bi­lità. Ecco: Mose, Expo 2015 o Roma Capi­tale, dimo­strano come, in un paese in cui l’attenzione civile è ridotta al lumi­cino attra­verso «leggi spe­ciali», la cor­ru­zione si installa in modo fisso e pun­tuale. Ciò spinge ad una rifles­sione ulte­riore: con il mol­ti­pli­carsi dei comi­tati che si pre­oc­cu­pano del ter­ri­to­rio, mi auguro che la coscienza della cit­ta­di­nanza attiva rie­sca ad imporre più rigore a chi fa poli­tica per mestiere».

Gestione dei beni cul­tu­rali: una sfida sem­pre più ostica?
«ono un vero e pro­prio pro­blema nazio­nale. Sol­tanto oggi si com­pren­dono fino in fondo gli effetti della cri­mi­nosa e irre­spon­sa­bile deci­sione del governo Ber­lu­sconi nel 2008. Il dimez­za­mento dei fondi al mini­stero l’ho denun­ciato all’epoca per primo dalle colonne del Sole24Ore. Adesso chiun­que si rende conto delle con­se­guenze. Senza dimen­ti­care l’atteggiamento degli ammi­ni­stra­tori locali: il sin­daco di Verona vuol met­tere il tetto all’Arena come se fosse un circo eque­stre di pla­stica. E non è la prima volta che mani­fe­sta que­sta stram­pa­lata idea. All’inizio, tutti ci hanno riso sopra. Ma il sin­daco ci riprova. E può essere che a furia di insi­stere, magari, alla fine ce la faccia.

Può valu­tare la stra­te­gia del mini­stro Fran­ce­schini? Qual è, secondo lei, la via migliore da per­se­guire nel «governo» dei beni culturali?
«Non so qual è il dise­gno che ha in mente il mini­stro. Tut­ta­via, pro­viamo ad essere otti­mi­sti. La sua prima mossa è stata nei con­fronti dei musei. Lasciamo stare se i venti diret­tori siano le per­sone vera­mente adatte. Come pure i cri­teri per le nomine. Ma il governo, non solo Fran­ce­schini, deve far seguire imme­dia­ta­mente una seconda mossa: raf­for­zare dav­vero le Soprin­ten­denze. Cioè dotarle di per­so­nale, farle fun­zio­nare e dimo­strarne il ruolo cru­ciale. È il vero banco di prova. La più urgente neces­sità è far fun­zio­nare le isti­tu­zioni cul­tu­rali mediante le per­sone. Comun­que non basta: ser­vono più risorse, ma anche uno stretto col­le­ga­mento fra musei e soprin­ten­denze. La pecu­lia­rità mag­giore dell’Italia sono pro­prio le col­le­zioni museali, espres­sione dei nostri territori.
«La Gal­le­ria dell’Accademia di Vene­zia non è un museo d’arte uni­ver­sale come il Lou­vre, ma riflette fon­da­men­tal­mente la sto­ria di quella città che non mi pare certo secon­da­ria. Ed è lo stesso ovun­que, da Parma a Lecce. Mi sento di aggiun­gere un’altra con­si­de­ra­zione: non è che il «modello museale» ita­liano sia arre­trato rispetto a quello degli Stati Uniti che rap­pre­sen­te­rebbe la punta più avan­zata. Se uno va in giro per New York vede tante belle cose, ma non tro­verà mai la Cap­pella degli Scro­ve­gni. E c’è una ragione per­ché non la trova. A Padova, invece, ci sono i Musei Civici e Giotto. Il punto è met­tere insieme il patri­mo­nio di pro­prietà pub­blica (sta­tale o comu­nale) e pri­vata in un dise­gno gene­rale di tutela, valo­riz­za­zione e frui­zione pub­blica. Altri­menti, non solo man­che­remmo alla nostra tra­di­zione e mis­sione, ma anche a ciò che dice la legge. E per la nostra Costi­tu­zione, Giotto appar­tiene a un sici­liano tanto quanto ad un cit­ta­dino di Padova».
Show Comments: OR