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giovedì 8 ottobre 2015

Senato, la maggioranza corre da sola

«Costituzione. Finito l’ostruzionismo ma il governo non concede nulla. Restano tutti i punti critici, si allarga la devolution regionale. La minoranza Pd cede di schianto. Il nuovo capo dello stato sarà un affare del primo partito». Il manifesto, 8 ottobre 2015


Dun­que con la nuova Costi­tu­zione il governo potrà imporre al par­la­mento di votare i suoi dise­gni di legge entro una data fissa e fare decreti anche in mate­ria elet­to­rale; il par­tito che vin­cerà le ele­zioni con la nuova legge Ita­li­cum potrà dichia­rare in soli­tu­dine lo stato di guerra - e nel caso pro­ro­gare la durata della legi­sla­tura - e per­sino eleg­gere da sé il pre­si­dente della Repub­blica. Lo ha sta­bi­lito in un solo giorno di lavoro il senato, respin­gendo ogni emen­da­mento delle oppo­si­zioni alla riforma costi­tu­zio­nale. Il tema del rac­conto è quello in auge del supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo pari­ta­rio. Lo svol­gi­mento, come dimo­stra la gior­nata di ieri, è una sostan­ziale modi­fica della forma di governo, con più potere all’esecutivo e meno al par­la­mento. Con la col­la­bo­ra­zione deci­siva dei sena­tori di Ver­dini, l’appoggio tem­pe­stivo nell’unico pas­sag­gio a rischio di Forza Ita­lia e la resa defi­ni­tiva della mino­ranza Pd.

Nel primo voto palese e nei primi due voti segreti lo schie­ra­mento che sta cam­biando la Costi­tu­zione si è con­fer­mato lon­tano dalla mag­gio­ranza asso­luta, 161 voti, del senato; non è andato oltre i 145. I sena­tori di Ver­dini inchio­dati a votare ai loro ban­chi in alto a destra ven­gono ricom­pen­sati: sono sta­bil­mente deci­sivi per il governo. Tra due sedute rien­tre­ranno anche i due gesti­co­lanti espulsi per osce­nità, Barani e D’Anna. Sarà la riforma costi­tu­zio­nale ad aspet­tarli, per­ché con la rinun­cia delle oppo­si­zioni all’ostruzionismo — l’unico punto sul quale ha retto il fronte del no da Lega a Sel — il dise­gno di legge di revi­sione costi­tu­zio­nale corre. L’esame degli arti­coli potrebbe con­clu­dersi tra oggi e domani. Il voto finale resta in calen­da­rio per mar­tedì, una diretta tv senza sorprese.

In aula il governo che giura di essere dispo­ni­bile a discu­tere «nel merito» dà parere nega­tivo a tutti gli emen­da­menti dell’opposizione (tranne a quelli a voto segreto sui quali non vuole cor­rere rischi). La mag­gio­ranza che quo­ti­dia­na­mente bac­chetta le oppo­si­zioni per­ché non fanno pro­po­ste «nel merito» si ade­gua mono­li­tica, nel Pd si segna­lano a tratti solo i voti con­trari di Mineo e Tocci, e l’astensione di Cas­son. Gli arti­coli da 12 a 16 pas­sano senza sto­ria, com­presa la novità della legge elet­to­rale che potrà essere sot­to­po­sta alla Con­sulta prima della pro­mul­ga­zione ma solo per ini­zia­tiva di una mino­ranza di par­la­men­tari. La Corte aveva rac­co­man­dato di togliere que­sta con­no­ta­zione poli­tica alla richie­sta, ren­den­dola auto­ma­tica. La sini­stra Pd si era detta d’accordo. Ma l’esigenza del governo di non cam­biare niente e fare pre­sto ha pre­valso anche qui. Di que­sto passo sono solo tre, fino a qui, gli arti­coli che dovranno tor­nare al senato per com­ple­tare la prima let­tura: 1, 2 e 30 sul quale ieri il governo ha deciso di inter­ve­nire. Male, per­ché ha inse­rito le poli­ti­che sociali e il com­mer­cio con l’estero tra le mate­rie che potranno essere devo­lute alle regioni a sta­tuto ordinario.

Nell’unico punto in cui il governo ha un po’ bal­lato, c’è stato rapido il soste­gno di Forza Ita­lia. Arti­colo 17, stato di guerra. Anche qui nes­sun cam­bio, la dichia­ra­zione di bel­li­ge­ranza resta a dispo­si­zione della mag­gio­ranza asso­luta della camera. Cioè quella che l’Italicum garan­ti­sce al primo par­tito con i suoi 340 seggi (oggi non è così per­ché deve votare anche il senato). Sta­volta l’emendamento per alzare il quo­rum veniva dalla mino­ranza Pd, l’unico non riti­rato in nome dell’accordo con Renzi, forse per­ché fir­mato non da un ber­sa­niano ma dalla bin­diana Dirin­din. Con 14 sena­tori Pd a favore e 11 spa­riti dall’aula poteva pas­sare, non fosse che Forza Ita­lia è tor­nata a votare con il governo (con l’argomento che se il paese venisse invaso e qual­che depu­tato seque­strato dai nemici, il quo­rum troppo alto potrebbe essere un pro­blema). Ven­ti­nove no deci­sivi, som­mati a qual­che asten­sione, molte assenze e il soc­corso delle tre sena­trici del gruppo dell’ex leghi­sta Tosi. Dichia­rare guerra sarà più facile, ma resta intatto l’articolo 60 in base al quale in caso di guerra una legge ordi­na­ria può pro­ro­gare la durata della camera e riman­dare le elezioni.

La Lega ha accu­sato in aula gli alleati ber­lu­sco­niani di essersi sven­duti agli avver­sari: «È il ritorno del patto del Naza­reno». Ma può bastare la comu­nanza di idee sull’argomento bel­lico a spie­gare la liai­son. L’episodio giu­sti­fica però la rot­tura del patto delle oppo­si­zioni, durato un solo giorno. Unito a una let­tera al pre­si­dente della Repub­blica che quelli di Forza Ita­lia hanno dif­fuso alla stampa prima che tutti gli altri gruppi deci­des­sero di fir­marla. Alla fine sono stati solo gli azzurri a rivol­gersi al Colle. E i gril­lini, che però hanno spie­gato di averlo già fatto due set­ti­mane fa. Alle mino­ranze, pena­liz­zate dal tra­sfor­mi­smo e da una con­du­zione d’aula filo governo del pre­si­dente Grasso, non resta che stu­diare mosse di oppo­si­zione visi­bili e com­pren­si­bili per accom­pa­gnare l’approvazione della riforma. La Lega ha comin­ciato ieri pome­rig­gio il suo Aven­tino, i 5 stelle hanno sfi­lato le tes­sere dai ban­chi per sventolarle.



La mino­ranza Pd ha ceduto di schianto sull’articolo 21, quello che pre­vede quo­rum per l’elezione del pre­si­dente della Repub­blica per niente impos­si­bili per chi vin­cerà con l’Italicum. Fatti i cal­coli, dal quarto scru­ti­nio in poi man­che­reb­bero al primo par­tito non più di 34 voti. Assai facil­mente recu­pe­ra­bili, vista la capa­cità di attra­zione dei vin­ci­tori. Il suc­ces­sore di Mat­ta­rella sarà votato alla fine della pros­sima legi­sla­tura; in que­sta i gruppi demo­cra­tici sono già cre­sciuti di 23 par­la­men­tari. Nem­meno l’articolo 21 è stato cam­biato. In cam­bio della rinun­cia ad allar­gare la pla­tea dei grandi elet­tori (fino a ieri impre­scin­di­bile), la mino­ranza Pd ha otte­nuto una pro­messa sull’articolo 39, la norma tran­si­to­ria che di fatto ste­ri­lizza la più grande con­qui­sta dei ber­sa­niani, l’indicazione dei nuovi sena­tori da parte degli elet­tori. Il governo pre­sen­terà oggi una sua pro­po­sta di modi­fica. Sarà una mezza solu­zione, visto che l’intoppo è al primo comma dell’articolo 39, che non si può più toc­care. Il prin­ci­pio della dop­pia let­tura con­forme che la fronda dem ha accet­tato per l’articolo 2 vale anche qui.
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