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giovedì 15 ottobre 2015

Privatizzazioni, la Posta in gioco

«Un’attenzione sem­pre più resi­duale al ser­vi­zio di reca­pito postale e un accento sem­pre più mar­cato sul ruolo finan­zia­rio di Poste Ita­liane, che può lan­ciarsi in Borsa sfrut­tando la fide­liz­za­zione dei cit­ta­dini accu­mu­lata in decenni di ruolo pub­blico, per met­terla a valore in sem­pre più spre­giu­di­cate spe­cu­la­zioni di mer­cato. Il manifesto, 15 ottobre 2015 (m.p.r.)


È par­tita lunedì la pri­va­tiz­za­zione di Poste Ita­liane, che verrà rea­liz­zata con la col­lo­ca­zione sul mer­cato di azioni della società cor­ri­spon­denti a poco meno del 40% del capi­tale sociale. L’obiettivo dichia­rato dal governo è l’incasso di circa 4 miliardi da desti­nare alla ridu­zione del debito pub­blico. Già da que­sta pre­messa emerge il carat­tere ideo­lo­gico dell’operazione: l’incasso di 4 miliardi di euro com­por­terà, infatti, un dra­stico calo del nostro debito pub­blico dall’attuale ver­ti­gi­nosa cifra di 2.199 miliardi (dati Ban­ki­ta­lia) alla cifra di 2.195 miliardi (!). Senza con­tare il fatto di come l’attuale utile annuale di Poste Ita­liane, 1 miliardo di euro, andrà cal­co­lato, come entrate per lo Stato, in 600 milioni di euro/anno a par­tire dal 2016.

Si tratta di un evi­dente rove­scia­mento ideo­lo­gico della realtà: non è infatti la pri­va­tiz­za­zione di Poste Ita­liane ad essere neces­sa­ria per la ridu­zione del debito pub­blico, quanto è invece la nar­ra­zione shock del debito pub­blico ad essere la pre­messa per poter pri­va­tiz­zare Poste Italiane.

Occorre poi aggiun­gere come anche il prezzo di ven­dita del 40% di Poste Ita­liane sia stato ipo­tiz­zato al mas­simo ribasso, pre­fi­gu­rando, ancora una volta, la sven­dita di un patri­mo­nio col­let­tivo. Infatti, men­tre Banca Imi, filiale di Intesa San­paolo, attri­buiva, non più tardi di una set­ti­mana fa, un valore a Poste Ita­liane com­preso fra gli 8,95 e gli 11,42 miliardi di euro, e men­tre Gold­man Sachs par­lava di una cifra com­presa i 7,9 e i 10,5 miliardi, ai bloc­chi di par­tenza della ven­dita delle azioni la società risulta valo­riz­zata fra i 7,8 e i 9, 79 miliardi.

A que­sto, vanno aggiunti tutti i fat­tori di rischio insiti nell’operazione, legati al fatto che men­tre si decide di pri­va­tiz­zare un ser­vi­zio pub­blico uni­ver­sale, con­se­gnan­dolo di fatto alle leggi del mer­cato, se ne raf­forza al con­tempo, per ren­dere più appe­ti­bile l’offerta, il carat­tere mono­po­li­stico nel campo dei ser­vizi oggi offerti, per i quali non v’è invece alcuna cer­tezza rispetto al domani: par­liamo dell’accordo vigente con Cassa depo­siti e pre­stiti per la gestione del rispar­mio postale (1,6 miliardi di com­mis­sione), così come dei cre­diti van­tati da Poste nei con­fronti della pub­blica ammi­ni­stra­zione (2,8 miliardi). Senza con­tare come la società abbia in pan­cia stru­menti di finanza deri­vata, il cui fair value, al 30 giu­gno 2015, risulta nega­tivo per 976 milioni.

Ma aldilà di que­ste con­si­de­ra­zioni eco­no­mi­ci­sti­che, è a tutti evi­dente come, con il col­lo­ca­mento in Borsa del 40% di Poste Ita­liane, muti defi­ni­ti­va­mente la natura di un ser­vi­zio, la cui uni­ver­sa­lità era sinora garan­tita dal suo con­te­sto di garan­zia pub­blica, che per­met­teva, attra­verso i ricavi rea­liz­zati dagli uffici postali delle grandi aree den­sa­mente urba­niz­zate, di poter man­te­nere l’apertura di uffici, spesso con fun­zioni di pre­si­dio sociale ter­ri­to­riale, in tutto il ter­ri­to­rio ita­liano, a par­tire dai pic­coli paesi. E’ evi­dente come la pri­va­tiz­za­zione in atto inci­derà soprat­tutto su que­sto dato: per i divi­dendi in Borsa diverrà asso­lu­ta­mente neces­sa­rio il taglio dei rami eco­no­mi­ca­mente sec­chi, ovvero la dra­stica ridu­zione degli spor­telli nelle aree poco popolate.

E, infatti, il piano indu­striale già pre­vede - ma sarà solo l’assaggio - la diver­si­fi­ca­zione dei modelli di reca­pito, che da otto­bre 2015 rimarrà quo­ti­diano per nove città defi­nite ad «alta den­sità postale», men­tre diverrà a giorni alterni per 5267 comuni. Quasi tau­to­lo­gico sot­to­li­neare l’impatto sul mondo del lavoro, che vedrà una dra­stica ridu­zione - si parla nel tempo di 12–15.000 posti in meno - oltre al sovrac­ca­rico di ritmi per quelli che avranno la for­tuna di essere sfug­giti alla man­naia.

Di fatto, con la pri­va­tiz­za­zione di Poste Ita­liane si cerca di ren­dere espli­citi pro­cessi che già con la pre­ce­dente tra­sfor­ma­zione in SpA erano rima­sti sotto trac­cia: un’attenzione sem­pre più resi­duale al ser­vi­zio di reca­pito postale (anche per motivi legati all’innovazione tec­no­lo­gica) e un accento sem­pre più mar­cato sul ruolo finan­zia­rio di Poste Ita­liane, che, oggi, gra­zie alla capil­la­rità dei suoi pre­sidi ter­ri­to­riali (13.000 spor­telli), costruiti negli anni con i soldi della col­let­ti­vità, può tran­quil­la­mente lan­ciarsi in Borsa sfrut­tando la fide­liz­za­zione dei cit­ta­dini accu­mu­lata in decenni di ruolo pub­blico, per met­terla a valore in pro­dotti assi­cu­ra­tivi, finan­ziari e in sem­pre più spre­giu­di­cate spe­cu­la­zioni di mer­cato. Stu­pi­sce, ma fino a un certo punto, la totale con­di­scen­denza dei prin­ci­pali sin­da­cati. E non vale la foglia di fico dell’azionariato popo­lare, che in realtà rende la truffa ancor più com­piuta: con le azioni per i dipen­denti e gli utenti si fa un ulte­riore favore ai grandi inve­sti­tori, che potranno con­trol­lare la società senza nep­pure fare lo sforzo di met­tere soldi per acquistarla.

*Attac Ita­lia
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