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L’anno scorso in protesta all’inquinamento, gli artisti di Chengdu hanno messo maschere di cotone filtranti smog sulle statue (e sono stati arrestati). Le emissione di anidride carbonica salgono, Trump esce dall’accordo di Parigi e la pianificazione non si pone il problema. Non ci restano che le maschere? (i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

venerdì 2 ottobre 2015

Last generation. Cosa ci insegna il vecchio maestro

«L’insegnamento più pre­zioso, che più sento den­tro, è quello di lasciarsi inter­ro­gare dalle rivolte. Non ho mai avuto la for­tuna di incon­trare Pie­tro Ingrao, ma ho incon­trato spesso la misura con­creta di que­ste sue parole nella costru­zione delle orga­niz­za­zioni stu­den­te­sche, negli sguardi delle migliaia di stu­den­tesse e stu­denti in strada e in piazza, nell’impegno poli­tico e nella neces­sità di cam­biare il mondo». Il manifesto, 29 settembre 2015


Il senso di ina­de­gua­tezza che provo nello scri­vere que­ste righe deriva innan­zi­tutto dal fatto che quando Pie­tro Ingrao decise che ormai il gorgo era altrove rispetto alle varie muta­zioni dell’ormai ex Pci, nel 1993, io non avevo ancora com­piuto un anno. Men­tre mi affac­ciavo al mondo la sua vita poli­tica pren­deva l’ultima, impor­tante, svolta. Per me, per la mia gene­ra­zione, Pie­tro Ingrao è stato innan­zi­tutto un uomo del Nove­cento - un secolo che, osser­vato dalla sua pro­spet­tiva, sem­bra essere affatto breve - e delle sue incom­men­su­ra­bili con­trad­di­zioni. Sarebbe un eser­ci­zio inu­tile riper­cor­rere, senza sca­dere in bana­lità o ridon­danze, le sue scelte di vita e in par­ti­co­lare di vita poli­tica: altri ne hanno ben più titolo. È forse più inte­res­sante trarre lezioni dall’enfasi del suo rac­con­tare, dalla sua straor­di­na­ria capa­cità cri­tica e autocritica.

Pro­prio cal­cando la mano sulle vicende più discusse del suo impe­gno nel Pci e in par­ti­co­lare sul suo voto favo­re­vole all’espulsione del gruppo del Mani­fe­sto nel 1969, in molti riten­gono di poter con­fi­nare il rac­conto della figura di Ingrao nella dimen­sione col­lo­ca­bile tra l’eclettismo ana­li­tico e l’etica del Par­tito, una dimen­sione ormai sepolta dalla caduta del Muro e dalla fine della Prima Repub­blica. In que­sta rico­stru­zione le con­trad­di­zioni che egli stesso amava inda­gare e met­tere in ten­sione, sot­to­po­nen­dole alla prova dell’intelletto umano e della sua capa­cità di illu­mi­nare gli angoli più oscuri della realtà, risul­tano irri­me­dia­bil­mente spia­nate. Quella di Ingrao, dun­que, sarebbe una figura dalla quale oggi è pos­si­bile trarre al limite qual­che ele­mento di rile­vanza sto­rica, vaga­mente mito­lo­gica e agio­gra­fica, ma nes­sun inse­gna­mento con­creto, nes­suno stru­mento da met­tere nella cas­setta degli attrezzi per smon­tare le brut­ture di que­sto mondo.

Mi sento di poter dis­sen­tire. Dal pen­siero e dall’azione di Pie­tro Ingrao sto ancora impa­rando molte cose, e tante credo di poterne impa­rare. Innan­zi­tutto su cos’è il dub­bio, cosa signi­fica pro­vare a farne stru­mento potente in una società in cui esso è molto evo­cato e assai poco pra­ti­cato. Era più dif­fi­cile met­tere in dub­bio, inter­ro­garsi e inter­ro­gare, dis­sen­tire, fare tutto ciò in forma pro­dut­tiva, con una con­ti­nua ten­sione verso la tra­sfor­ma­zione della realtà, nell’epoca dello scon­tro tra ideo­lo­gie con­trap­po­ste? Oppure oggi, nell’epoca del domi­nio incon­tra­stato dell’ideologia unica del libero mer­cato? Per que­sto credo che que­sto primo inse­gna­mento non sia affatto scontato.

Ancora, credo sia gra­zie a Ingrao che è diven­tato per me un po’ più chiaro cosa sia la luna. La luna, per alcuni, sarebbe la cifra della scon­fitta di Ingrao: per me è piut­to­sto il segno di una bat­ta­glia che è ancora aperta. Lungi dall’essere un luogo situato in una posi­zione inde­fi­nita tra l’astrazione dalla realtà e l’eterna scon­fitta, come qual­che detrat­tore masche­rato vuole far pas­sare in alcuni coc­co­drilli, essa è piut­to­sto quella dire­zione verso la quale far avan­zare ancora l’orizzonte delle aspet­ta­tive. La luna è pos­si­bile? Sì, lot­tando den­tro il con­ti­nuo svi­luppo della società, den­tro le vec­chie forme di domi­nio e le nuove pos­si­bi­lità di libe­ra­zione, sapendo che «in fondo, a ben vedere, certi guar­diani, per forti e feroci che siano, sono tut­ta­via alla fine abba­stanza stu­pidi», come disse Ingrao al XIX Con­gresso del PCI, nel 1990.

Ciò che ancora non credo di aver colto in tutta la sua com­ples­sità è il signi­fi­cato primo dell’indicazione di «rima­nere nel gorgo». Quando mi imbat­tei per la prima volta nella for­mula reto­rica uti­liz­zata da Ingrao all’XI Con­gresso in rispo­sta a Longo sulla que­stione del cen­tra­li­smo demo­cra­tico, la tro­vai di un tatto incom­pren­si­bile per la dia­let­tica poli­tica di oggi: quel vol­teg­gio di piuma, accolto da applausi scro­scianti, era stato tut­ta­via capace di ferire come una lama d’acciaio. Dif­fi­cile dun­que astrarre da un periodo sto­rico com­ple­ta­mente diverso da quello di oggi: credo tut­ta­via che «rima­nere nel gorgo» fosse un’indicazione di ricerca e di azione — e del rap­porto indis­so­lu­bile tra que­sti due aspetti — rivolta alla realtà, all’intricato rap­porto tra masse e potere, impos­si­bile da ridurre alla sem­plice col­lo­ca­zione den­tro o fuori dal Par­tito (che pure era parte fon­da­men­tale di quell’indicazione).

Infine, l’insegnamento più pre­zioso, che più sento den­tro, è quello di lasciarsi inter­ro­gare dalle rivolte. Non ho mai avuto la for­tuna di incon­trare Pie­tro Ingrao, ma ho incon­trato spesso la misura con­creta di que­ste sue parole nella costru­zione delle orga­niz­za­zioni stu­den­te­sche, negli sguardi delle migliaia di stu­den­tesse e stu­denti in strada e in piazza, nell’impegno poli­tico e nella neces­sità di cam­biare il mondo. Il nostro cam­mino è ancora nel tempo delle rivolte che non è sopito.

Gra­zie di tutto Pie­tro Ingrao.
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