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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

scritta dai media

DAI MEDIA

venerdì 30 ottobre 2015

L’ambiente inquinato degli stati d’Europa

«Cambiamento possibile. L’immigrazione e il cambiamento climatico saranno i temi centrali del confronto politico per i prossimi decenni. Le prospettive puramente nazionali o istituzionali sono del tutto insufficienti ad intaccare questi problemi». Il manifesto, 30 ottobre 2015


Due temi oggi cen­trali, appa­ren­te­mente distinti, andreb­bero invece con­nessi in modo diretto.

Primo, la COP 21 di Parigi, forse ultima occa­sione per un’inversione di rotta sul riscal­da­mento glo­bale che rischia di ren­dere irre­ver­si­bili i cam­bia­menti cli­ma­tici già in corso. A que­sta minac­cia abbiamo da tempo con­trap­po­sto il pro­gramma di una con­ver­sione eco­lo­gica, sulle tracce di Alex Lan­ger e, ora, anche dell’enciclica Lau­dato si’ e del libro Una rivo­lu­zione ci sal­verà dove Naomi Klein spiega che abban­do­nare i com­bu­sti­bili fos­sili richiede un sov­ver­ti­mento radi­cale degli assetti pro­dut­tivi e sociali; per que­sto le destre con­ser­va­trici, e non solo loro, sono fero­ce­mente nega­zio­ni­ste. L’aggressione alle risorse della terra si lega alla povertà e alle dise­gua­glianze del pia­neta: sia nei rap­porti tra Glo­bal North e Glo­bal South, sia all’interno di ogni sin­golo paese: ciò che uni­sce in un unico obiet­tivo giu­sti­zia sociale e giu­sti­zia ambientale.

Secondo, i pro­fu­ghi. La distin­zione tra pro­fu­ghi di guerra e migranti eco­no­mici, su cui i governi dell’Ue stanno costruendo le loro poli­ti­che di difesa da que­sta pre­sunta inva­sione di nuovi «bar­bari», non ha alcun fon­da­mento: entrambi sono in realtà «pro­fu­ghi ambien­tali», per­ché all’origine delle con­di­zioni che li hanno costretti a fug­gire dai loro paesi, cosa che nes­suno fa mai volen­tieri, c’è una inso­ste­ni­bi­lità pro­vo­cata dai cam­bia­menti cli­ma­tici, dal sac­cheg­gio delle risorse locali, dalla penu­ria di acqua, dall’inquinamento dei suoli, tutti feno­meni in larga parte pro­dotti dall’economia del Glo­bal North. Il pro­blema occu­perà tutto lo spa­zio del discorso poli­tico e del con­flitto nei pros­simi anni. E, nel ten­ta­tivo di sca­ri­car­sene a vicenda l’onere, sta divi­dendo tra loro i governi dell’Unione euro­pea che ave­vano invece tro­vato l’unanimità nel far pagare alla Gre­cia la sua ribel­lione con­tro l’austerità. L’Ue, non come isti­tu­zione, e nean­che nei suoi con­fini, bensì come ambito di un pro­cesso sociale, cul­tu­rale e poli­tico che abbrac­cia insieme all’Europa tutto lo spa­zio geo­gra­fico e poli­tico coin­volto da que­sti flussi, deve restare un punto di rife­ri­mento irri­nun­cia­bile per una pro­spet­tiva poli­tica che, rin­chiusa a livello nazio­nale, non ha alcuna pos­si­bi­lità di affermarsi.

Coloro che si sono riu­niti per affer­mare un loro posi­zio­na­mento rias­sunto nelle for­mule «No all’euro, No all’UE, No alla Nato» (decli­nate in ter­mini di sovra­nità nazio­nale, anche con lo slo­gan «Fuori l’Italia dalla Nato», che lascia da parte l’Europa) si sono dimen­ti­cati dei pro­fu­ghi. Nella loro pro­spet­tiva a fron­teg­giare i flussi pre­senti e futuri, sia con i respin­gi­menti che con l’accoglienza, reste­reb­bero solo gli unici due punti di approdo di que­sto esodo: Ita­lia e Gre­cia. Ma men­tre l’Europa nel suo com­plesso avrebbe le risorse per farvi fronte, l’Italia, con una recu­pe­rata sovra­nità — posto che la cosa abbia senso e sia rea­liz­za­bile – ne rimar­rebbe schiac­ciata: il che forse rien­tra tra le opzioni della gover­nance euro­pea, non tra le nostre.

Quei flussi migra­tori stanno però creando una frat­tura sociale, cul­tu­rale e poli­tica anche all’interno di ogni paese: tra una com­po­nente mag­gio­ri­ta­ria, ma non ancora vin­cente, di raz­zi­sti, che vor­reb­bero sba­raz­zarsi del pro­blema con le spicce, e una com­po­nente soli­dale, oggi mino­ri­ta­ria, ma tutt’altro che insi­gni­fi­cante (come lo è invece la mag­gior parte della sini­stra europea).

Tra loro i governi dell’Europa si bar­ca­me­nano: dopo aver aiz­zato il loro elet­to­rato, per fide­liz­zarlo, con­tro i popoli fan­nul­loni e paras­siti che sareb­bero all’origine della crisi eco­no­mica, si ren­dono ora conto che quel tema gli sta sfug­gendo di mano e viene ripreso, in fun­zione anti-migranti, da forze ben più capaci di loro di met­terlo a frutto.

Se per fer­mare quei flussi bastasse adot­tare misure molto dure, come bar­riere, respin­gi­menti, ester­na­liz­za­zione dei campi, esclu­sione sociale e car­ce­ra­zione, pro­ba­bil­mente avreb­bero già vinto i nostri anta­go­ni­sti. Ma le cose non stanno così.

Innan­zi­tutto quei pro­fu­ghi e migranti sono già, per molti versi, cit­ta­dini euro­pei, per­ché si sen­tono tali: vedono nell’Europa la zona forte di un’area molto più vasta, quella dove si mani­fe­stano gli effetti dei pro­cessi – guerre, dit­ta­ture, deva­sta­zioni, cam­bia­menti cli­ma­tici – che li hanno costretti a fuggire.
Pen­sano all’Europa come a un loro diritto: un sen­tire che li pone in aperto con­flitto con i governi dell’Unione, che di quel diritto non ne vogliono sapere. Per que­sto sono una com­po­nente fon­da­men­tale del pro­le­ta­riato euro­peo che esige un cam­bia­mento di rotta fuori e den­tro i con­fini dell’Unione.

Poi, sigil­lare la «for­tezza Europa» non è sem­plice: signi­fica addos­sarsi la respon­sa­bi­lità di una strage con­ti­nua e cre­scente che scon­fina con una poli­tica di ster­mi­nio pia­ni­fi­cata e orga­niz­zata: un pro­cesso già in corso da tempo e taciuto nel suo svol­gi­mento quo­ti­diano. Ma quanti sanno che i morti nei deserti, durante la tra­ver­sata verso i porti di imbarco, sono più nume­rosi degli anne­gati nel Mediterraneo?

Terzo: la chiu­sura delle fron­tiere non può che tra­dursi in feroce irri­gi­di­mento degli assetti poli­tici interni: repres­sione, auto­ri­ta­ri­smo, disci­pli­na­mento e limi­ta­zione delle libertà; a com­ple­mento delle poli­ti­che di austerità.

Infine, in una pro­spet­tiva di mili­ta­riz­za­zione sociale non c’è spa­zio per la con­ver­sione eco­lo­gica e la lotta con­tro i cam­bia­menti cli­ma­tici. Ma il dete­rio­ra­mento di clima e ambiente pro­ce­derà comun­que, tro­vando la for­tezza Europa sem­pre più impre­pa­rata sia in ter­mini di miti­ga­zione che di adattamento.

Per que­sto acco­glienza, inclu­sione e inse­ri­mento sociale e lavo­ra­tivo dei pro­fu­ghi si inne­stano sui pro­grammi di con­ver­sione eco­lo­gica: attra­verso diversi passaggi:
  1. occorre pren­dere atto che i con­fini dell’Europa non coin­ci­dono né con quelli dell’euro, né con quelli dell’Unione o della Nato, ma abbrac­ciano tutti i paesi da cui pro­ven­gono i flussi mag­giori di migranti: Medio Oriente, Magh­reb, Africa subsahariana.
  2. occorre saper vedere nei pro­fu­ghi che rag­giun­gono l’Europa, o che sono già inse­diati in essa, ma anche in quelli mala­mente accam­pati ai suoi con­fini, i refe­renti – gra­zie anche ai rap­porti che con­ti­nuano a intrat­te­nere con le loro comu­nità di ori­gine – di un’alternativa sociale alle forze oggi impe­gnate nelle guerre, nel soste­gno alle dit­ta­ture e nelle deva­sta­zioni dei ter­ri­tori che li hanno costretti a fug­gire. Non c’è par­ti­giano della pace migliore di chi fugge dalla guerra; né soste­ni­tore della rina­scita del pro­prio paese più con­vinto di chi ha subito le con­se­guenze del suo degrado.
  3. Dob­biamo vedere nell’inserimento lavo­ra­tivo dei pro­fu­ghi una com­po­nente irri­nun­cia­bile della loro inclu­sione sociale e poli­tica. Per que­sto occor­rono milioni di nuovi posti di lavoro, un’abitazione decente e un’assistenza ade­guata sia per loro che per i cit­ta­dini euro­pei che ne sono privi. Non biso­gna ali­men­tare l’idea che ai pro­fu­ghi siano desti­nate più risorse di quelle dedi­cate ai cit­ta­dini euro­pei in difficoltà.
La con­ver­sione eco­lo­gica e, ovvia­mente, la fine delle poli­ti­che di auste­rità pos­sono ren­dere effet­tivo que­sto obiet­tivo. I set­tori in cui è essen­ziale inter­ve­nire sono noti: fonti rin­no­va­bili, effi­cienza ener­ge­tica, agri­col­tura e indu­stria di pic­cola taglia, eco­lo­gi­che e di pros­si­mità, gestione dei rifiuti, mobi­lità soste­ni­bile, edi­li­zia e sal­va­guar­dia del ter­ri­to­rio. Oltre agli ambiti tra­sver­sali: cul­tura, istru­zione, salute, ricerca.

L’establishment euro­peo non ha né la cul­tura, né l’esperienza, né gli stru­menti per affron­tare un com­pito del genere; ha anzi dimo­strato di non volere acco­gliere né inclu­dere nean­che milioni di cit­ta­dini euro­pei a cui con­ti­nua a sot­trarre lavoro, red­dito, casa, istru­zione, assi­stenza sani­ta­ria, pensioni.
Meno che mai si può affi­dare quel com­pito alle forze «spon­ta­nee» del mer­cato. Solo il terzo set­tore, l’economia sociale e soli­dale, nono­stante tutte le aber­ra­zioni di cui ha dato prova in tempi recenti — soprat­tutto in Ita­lia, e soprat­tutto nei con­fronti dei migranti — ha matu­rato un’esperienza pra­tica, una cul­tura e un baga­glio di pro­getti in que­sto campo.


Per que­sto è della mas­sima impor­tanza impe­gnarsi nella pro­mo­zione di que­sti obiet­tivi, anche uti­liz­zando la sca­denza del Forum euro­peo dell’Economia sociale e soli­dale a Bru­xel­les il pros­simo 28 gennaio.
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