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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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martedì 6 ottobre 2015

La passione laica di Pietro Ingrao

Ordinariamente inseriamo in eddyburg i testi apparsi sulla stampa alla data stessa della pubblicazione. A volte la bellezza o l'interesse del testo, se  sono sfuggiti nell'immediato alla nostra attenzione li presentiamo lo stesso. Così facciamo perla commemorazione di Pietro Ingrao pronunciata da Alfredo Reichlin. Il manifesto, 1° ottobre 2015

Vor­rei espri­mere il più grande ram­ma­rico per la scom­parsa di Pie­tro Ingrao. Per l’uomo che egli è stato, il grumo di pen­sieri e di affetti anche fami­liari che ha rap­pre­sen­tato, ma soprat­tutto per il segno così pro­fondo e tut­tora aperto e vivo che egli ha lasciato nella vita italiana.

«È morto il capo della sini­stra comu­ni­sta», così, con que­sto flash, la Tv dava dome­nica pome­rig­gio la noti­zia. In que­sta estrema sem­pli­fi­ca­zione e nei com­menti di que­sti giorni io ho visto qual­cosa che fa riflettere.

Vuol dire che dopo­tutto que­sto paese ha una sto­ria. Non è solo una con­fusa som­ma­to­ria di indi­vi­dui che si distin­guono tra loro solo per i modi di vivere e di con­su­mare. Ha una grande sto­ria di idee, di lotte e di pas­sioni, di comu­nità, e di per­sone, anche se que­sta sto­ria noi non l’abbiamo saputa custodire.

Perché volevamo la luna? Oppure perché non l’abbiamo voluta abbastanza?

Non lo so. So però che adesso siamo giunti a un pas­sag­gio molto dif­fi­cile e incerto della nostra sto­ria. E che la gente è con­fusa e torna a porsi grandi domande e ad espri­mere un biso­gno insop­pri­mi­bile di nuovi biso­gni e signi­fi­cati della vita.

Si affac­cia sulla scena una nuova uma­nità. E io credo sia que­sta la ragione per cui la morte di Pie­tro Ingrao (un uomo che taceva da quasi 20 anni) ha così col­pito l’opinione pubblica.

Per­ché era di sini­stra? Di que­sta antica parola si sono persi molti signi­fi­cati. E tut­tora non quello fon­da­men­tale: la lotta per l’emancipazione del lavoro, il cam­mino di libe­ra­zione dell’uomo dalle paure e dai dogmi; la libertà dal biso­gno e al tempo stesso la assun­zione di respon­sa­bi­lità verso gli altri.

Forse mi sba­glio ma sento rina­scere il biso­gno di uomini che pen­sano e guar­dano lon­tano, che dicono la verità, che non sono dei rom­pi­sca­tole, che cer­ta­mente si ren­dono conto che il vec­chio non può più ma vedono anche luci­da­mente che il nuovo non c’è ancora. E che per­ciò si inter­ro­gano su come riem­pire que­sto vuoto molto peri­co­loso, il lace­rarsi del tes­suto che tiene insieme popoli e Stati.

Pie­tro Ingrao non ci ha dato ovvia­mente la rispo­sta a que­sti que­siti ma ci ha detto una cosa fon­da­men­tale: che la poli­tica non si può ridurre a mer­cato o a lotte di potere tra le per­sone. Che ad essa biso­gna dare una nuova dimen­sione, anche etica e culturale.

Que­sta è la lezione di Pie­tro Ingrao. Una lezione che resta, e anzi appare più che mai neces­sa­ria. E’ la risco­perta della poli­tica non come mito e oriz­zonte irrag­giun­gi­bile ma come con­sa­pe­vo­lezza della pro­pria vita.

La più grande pas­sione laica: la costru­zione di una nuova sog­get­ti­vità, e quindi di uno sguardo più pro­fondo attra­verso il quale leg­gere le cose, la realtà. E quindi agire. Per assu­mere il com­pito che la vicenda sto­rica reale pone davanti a noi.

Tutti par­lano di Ingrao come l’uomo del dub­bio. Lo farò anch’io. Ma prima di tutto Pie­tro, per me, è stato que­sto: la fusione tra poli­tica e vita, la poli­tica come sto­ria in atto. Noi vole­vamo la luna? In effetti di parole troppo grosse come rivo­lu­zione non si par­lava mai. Si par­lava molto però, e con enorme pas­sione, della lotta per cam­biare il tes­suto pro­fondo, anche cul­tu­rale e morale, del paese. L’idea di un avvento delle classi lavo­ra­trici al potere per una pro­pria strada.

L’essenziale era par­tire dagli ultimi, come ren­derli pro­ta­go­ni­sti e come dar vita a nuove strut­ture sin­da­cali, poli­ti­che, cul­tu­rali, coo­pe­ra­tive. Come non lasciare gli uomini soli di fronte alla potenza del denaro.

Que­sta fu la nostra grande pas­sione. Immer­gersi nell’Italia vera, ade­rire a «tutte le pie­ghe della società». E que­sta pas­sione io non l’ho vista in nes­suno così assil­lante come Pie­tro Ingrao. Fu Pie­tro Ingrao, una mente libera, coc­ciuta e asse­tata di cono­scenza. È tutto qui il famoso uomo del dub­bio. Non era uno scet­tico: voleva capire. Non era un inge­nuo, sapeva lot­tare e col­pire (diri­geva dopo­tutto un grande gior­nale popo­lare che era un’arma for­mi­da­bile) ma sapeva che per vin­cere biso­gna prima di tutto capire quel tanto di verità che c’è sem­pre, in fondo, e in qual­che misura, nel tuo avver­sa­rio. Insomma, l’egemonia.

Ingrao l’uomo giusto.

Credo che que­sto spie­ghi il para­dosso per cui colui che le dice­rie con­si­de­ra­vano il del­fino di Togliatti è lo stesso che comin­cia a sen­tire l’insufficienza della grande let­tura togliat­tiana dell’Italia come paese arre­trato in cui il com­pito sto­rico dei comu­ni­sti era risol­vere le grandi «que­stioni» sto­ri­che: il Mez­zo­giorno, la que­stione agra­ria, il rap­porto col Vaticano.

Que­sta let­tura, nell’insieme, non riu­sciva più a dare conto delle tra­sfor­ma­zioni che comin­cia­vano a cam­biare radi­cal­mente il volto dell’Italia: il pas­sag­gio da paese agri­colo a paese indu­striale, una biblica emi­gra­zione che svuo­tava le cam­pa­gne del Sud, l’avvento dei con­sumi di massa, la rivo­lu­zione dei costumi.

Poi ci furono molte altre vicende e anche rot­ture. Le nostre strade si diva­ri­ca­rono. Fummo tutti tra­volti dalla con­trad­di­zione lace­rante tra la potenza cre­scente dell’economia che si mon­dia­liz­zava e con i mer­cati senza regole che gover­nano le ric­chezze del mondo e il potere della poli­tica che non rie­sce a darsi nuovi stru­menti sovranazionali.

Ma que­sta è mate­ria ormai degli sto­rici. È la mon­dia­liz­za­zione, il ter­reno nuovo su cui se fosse ancora tra noi Pie­tro Ingrao ci invi­te­rebbe a scendere.

Una cosa è certa. Abbiamo biso­gno di nuovi dubbi e di nuove ana­lisi. Abbiamo biso­gno di nuovi gio­vani come Ingrao. Sono le cro­na­che delle tra­ge­die dispe­rate dei migranti le quali ci dicono che si sta for­mando una nuova umanità.

Abbrac­cio i figli, la sorella, i nipoti e i pro­ni­poti del mio vec­chio amico, che da sta­sera ripo­serà in pace nella sua Lenola.
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