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mercoledì 7 ottobre 2015

La liquidazione del diritto al lavoro

«È chiaro che siamo di fronte alla liqui­da­zione del diritto del lavoro – alla sua equi­pa­ra­zione nel migliore dei casi al diritto com­mer­ciale – e dei diritti dei lavo­ra­tori, con­si­de­rati sia sin­go­lar­mente che col­let­ti­va­mente». Il manifesto, 7 ottobre 2015
Era già nell’aria. Ma ora la minac­cia si fa con­creta e immi­nente. Il governo Renzi si appre­sta a rifi­lare un uno-due al movi­mento sin­da­cale ita­liano, tale, per dirla con l’efficacia di Umberto Roma­gnoli, da farlo scom­pa­rire senza nep­pure darsi la pena di abrogarlo.

Da un lato il governo lavora per sna­tu­rare e limi­tare il diritto di scio­pero. Esso, con­tra­ria­mente alla nostra Costi­tu­zione, non sarebbe più un diritto in capo al lavo­ra­tore, ma un atto con­sen­tito solo a sin­da­cati aventi un certo livello di rap­pre­sen­tanza e di con­senso tra i dipen­denti. Si parla del 20–30 per cento in luogo del 50 voluto da Ichino. Ma la sostanza non cam­bie­rebbe. Il gri­mal­dello sarebbe la que­stione della «rap­pre­sen­tanza», vec­chio nodo irri­solto. Solo che qui si parla di una rap­pre­sen­tanza rove­sciata. Non quella rispetto ai lavo­ra­tori, in base alla quale si dovrebbe giun­gere all’ovvia con­clu­sione che almeno gli accordi per avere vali­dità erga omnes dovreb­bero essere appro­vati da un voto refe­ren­da­rio di tutti i lavo­ra­tori cui si rife­ri­scono. E magari boc­ciati, come è suc­cesso recen­te­mente alla Fca di Mar­chionne negli Usa. Ma quella rispetto ai datori di lavoro, ovvero la garan­zia che ciò che le sigle sin­da­cali fir­mano diventi per ciò stesso norma impo­sta a tutti, senza altri fastidi. Dall’altro lato il governo Renzi vuole scri­vere di pro­prio pugno le regole della contrattazione.

Senza nep­pure il parere delle orga­niz­za­zioni sin­da­cali e della Con­fin­du­stria, che comun­que con Squinzi si alli­nea pre­ven­ti­va­mente. L’occasione sarebbe for­nita da uno dei decreti dele­gati del Jobs Act. Qui il piede di porco sarebbe dato dalla intro­du­zione del sala­rio minimo legale, essendo l’Italia uno dei pochi paesi a non averlo nella Ue. Gra­zie a que­sto si can­cel­le­rebbe la con­trat­ta­zione sala­riale nazio­nale e quindi si toglie­rebbe linfa vitale al con­tratto col­let­tivo nazio­nale di lavoro, men­tre l’incremento sala­riale sarebbe abban­do­nato alla con­trat­ta­zione azien­dale – per chi se la può per­met­tere -, ma vin­co­lato agli aumenti di pro­dut­ti­vità.

Met­tendo insieme i due ele­menti qui descritti è chiaro che siamo di fronte alla liqui­da­zione del diritto del lavoro – alla sua equi­pa­ra­zione nel migliore dei casi al diritto com­mer­ciale – e dei diritti dei lavo­ra­tori, con­si­de­rati sia sin­go­lar­mente che col­let­ti­va­mente. Al più grande e orga­nico attacco al movi­mento ope­raio mai por­tato nel nostro paese. Non solo. Tutto ciò si accom­pa­gne­rebbe alla azien­da­liz­za­zione del wel­fare state, poi­ché alla con­trat­ta­zione azien­dale ver­rebbe affi­data anche quella per la sanità e gli altri isti­tuti di wel­fare integrativi.

Inten­dia­moci, non è il sala­rio minimo ora­rio ad essere di per sé il respon­sa­bile di que­sta per­fida costru­zione. La sua intro­du­zione in tutt’altro qua­dro sarebbe posi­tiva. Anche fatta per legge, dal momento che, per para­fra­sare i giu­ri­sti, avver­rebbe con quel «velo di igno­ranza» verso la strut­tura con­trat­tuale, non diven­tando così il pre­te­sto per sman­tel­larla. In effetti al gio­vane, o meno gio­vane o all’immigrato, che non è pro­tetto da un con­tratto col­let­tivo nazio­nale, sapere che almeno sotto un certo livello di paga non è legale scen­dere è un ele­mento di difesa. Con il pre­gio della uni­ver­sa­lità. Su que­sta base si potrebbe imma­gi­nare una riforma della con­trat­ta­zione tale da ridurre gli attuali 380 con­tratti col­let­tivi nazio­nali a quei 5 o 6 in set­tori fon­da­men­tali entro i quali con­cen­trare le forza per otte­nere dal punto di vista retri­bu­tivo e nor­ma­tivo misure accre­sci­tive, da miglio­rare poi in un even­tuale con­trat­ta­zione di secondo livello.

Di que­sto si parla da tempo nelle orga­niz­za­zioni sin­da­cali. In par­ti­co­lare per merito della Fiom. Se non se ne è venuto a capo le respon­sa­bi­lità, è inu­tile nascon­der­selo, sono anche interne al movi­mento sin­da­cale, sia per quanto riguarda l’aspetto della rap­pre­sen­tanza, ove il sin­da­cato degli iscritti modello Cisl si è scon­trato con il sin­da­cato di tutti i lavo­ra­tori mutuato dai momenti migliori della sto­ria del movi­mento sin­da­cale; sia per quanto riguarda il tema del sala­rio minimo, ove la paura di per­dere ruolo ha para­liz­zato ogni proposta.



Il governo ne appro­fitta per cer­care di can­cel­lare del tutto con­trat­ta­zione e sin­da­cato. Rea­gire con uno scio­pero gene­rale sarebbe necessario.
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