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mercoledì 7 ottobre 2015

La grande sfida che attraversa le città

«L’attacco al welfare dei comuni è stata una fredda scelta ideologica, fatta propria anche dalla sinistra. Dobbiamo ripensare i luoghi urbani come una grande opportunità di redistribuzione sociale, che non smantella o vende i servizi pubblici ma li rende più efficienti». Il manifesto, 7 ottobre 2015
Se ci sarà vita a sini­stra dipende molto dalle nostre capa­cità. Intanto dob­biamo pren­dere atto che la vita sociale sta scom­pa­rendo dalle nostre città sot­to­po­ste ad una spie­tata macel­le­ria sociale, ana­loga all’offensiva tesa alla mar­gi­na­liz­za­zione del mondo del lavoro.

ùUno spunto di rifles­sione viene dalla recente scom­parsa di una delle più alte figure di sin­daco, Renato Zan­gheri. La Bolo­gna che egli dirige a par­tire dal 1970 è la città che ha por­tato avanti una straor­di­na­ria rea­liz­za­zione del wel­fare urbano. La sta­gione degli asili nido parte da lì. I cen­tri anziani testi­mo­niano l’attenzione verso la parte più debole della società. Biblio­te­che e par­chi di quar­tiere per i gio­vani. Nella con­ce­zione egua­li­ta­ria che allora carat­te­riz­zava la sini­stra furono spe­ri­men­tati tra­sporti urbani gra­tuiti nelle ore fre­quen­tate da lavo­ra­tori e stu­denti. La città era insomma con­ce­pita come un bene comune che doveva essere redi­stri­buito per col­mare le dif­fe­renze sociali. In que­gli stessi anni Pier­luigi Cer­vel­lati mise in scena uno straor­di­na­rio capi­tolo dell’urbanistica ita­liana recu­pe­rando parti del cen­tro antico e lasciando le case restau­rate ai ceti popo­lari: un’esperienza che divenne famosa in tutta Europa.

Quella sta­gione pre­ziosa fu pos­si­bile gra­zie a una equi­li­brata poli­tica di inde­bi­ta­mento, e cioè di inve­sti­menti pub­blici in favore di tutti. L’attacco al wel­fare urbano è avve­nuto sotto la ban­diera dei tagli lineari di bilan­cio. Ma come dimo­stra il ver­mi­naio di Mafia capi­tale e i con­ti­nui casi di cor­ru­zione nel sistema degli appalti, molto più con­si­stenti poste di bilan­cio sono state lasciate nelle mani di mal­fat­tori legati alla poli­tica ridotta ad azione lob­bi­stica. Per le altre poste di bilan­cio non c’è stata pietà: asili nido, ser­vizi sociali, tra­sporti, cul­tura. Un sistema inclu­sivo è stato deser­ti­fi­cato e nello stesso tempo il defi­cit dei comuni è aumen­tato enor­me­mente pro­prio per­ché sono state sal­va­guar­date le opere inu­tili, dimo­strando che la vora­gine dei nostri conti pub­blici non deriva dalla spesa sociale ma dalla siste­ma­tica azione di rapina. Sono oggi 200 le ammi­ni­stra­zioni locali fal­lite e i pic­coli comuni sono ormai senza futuro. La scelta dei tagli alla spesa sociale si è dimo­strata una fredda scelta ideologica.

Il tema da affron­tare è come mai quell’ideologia sia stata fatta pro­pria anche dalla sini­stra. Alla fine degli anni ’80 (Zan­gheri lasciò la città nel 1983) furono accet­tate tutte le posi­zioni cul­tu­rali dei nostri avver­sari sto­rici per asse­con­dare le pri­va­tiz­za­zioni. Oggi si paga pres­so­ché per tutte le ero­ga­zioni pub­bli­che e i pochi ammi­ni­stra­tori che resi­stono lo fanno con grandi dif­fi­coltà. Sba­glie­remmo ad attri­buire la respon­sa­bi­lità di que­sto misfatto solo al par­tito della sini­stra che non c’è più, e cioè al Pds-Ds-Pd. Le sue colpe sono gigan­te­sche ma se ci fer­mas­simo lì non coglie­remmo il nostro stesso appan­na­mento. Anche figure pre­sti­giose estra­nee a quel mondo sono state inca­paci di deli­neare una pro­spet­tiva differente.

I bravi sin­daci di Milano e di Genova sono rima­sti loro mal­grado schiac­ciati da que­sta gigan­te­sca invo­lu­zione cul­tu­rale. Non pos­sono agire verso un’altra pro­spet­tiva e si limi­tano al più ad edul­co­rare le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste trion­fanti. E’ que­sto sen­ti­mento di impo­tenza ad essere avver­tito dalla popo­la­zione delle peri­fe­rie. E’ da que­sto intrec­cio di que­stioni — oltre ovvia­mente dalla can­cel­la­zione dei diritti dei lavo­ra­tori — che nasce il cono d’ombra che ci oscura, la disaf­fe­zione alla poli­tica, la fuga dal voto. Se non col­miamo que­sto defi­cit di cul­tura poli­tica e non tor­niamo ad occu­parci di città nel suo insieme di biso­gni sociali e di mar­gi­na­lità non riu­sci­remo a riscattarci.

E’ una sfida gigan­te­sca, ma non par­tiamo da zero per­ché in que­sti anni una dif­fusa cul­tura alter­na­tiva si è man­te­nuta viva gra­zie a tante azioni locali e alla straor­di­na­ria vicenda dei movi­menti dell’acqua pub­blica. Si tratta a mio giu­di­zio di pas­sare dalla difesa dei beni comuni — penso all’esemplare azione di Napoli sull’acqua — ad una siste­ma­tica azione di risar­ci­mento per la parte della società mag­gior­mente col­pita dalla crisi. Dob­biamo ripen­sare i luo­ghi urbani come una grande oppor­tu­nità di redi­stri­bu­zione sociale, che non sman­tella o vende i ser­vizi pub­blici ma li rende più effi­cienti con l’attiva par­te­ci­pa­zione popo­lare. Le risorse ci sono: basta tagliare appalti e ester­na­liz­za­zioni che per­pe­tuano il domi­nio liberista.



Se per­diamo que­sta occa­sione deter­mi­ne­remmo il nostro ulte­riore declino e garan­ti­remmo la riu­scita piena dell’ultimo tra­guardo che l’economia di rapina vuole imporre: la ven­dita del patri­mo­nio pub­blico e la ulte­riore pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi pub­blici. La vicenda greca di que­ste set­ti­mane ci dice di non illu­derci: Ger­ma­nia e Troika hanno impo­sto 50 miliardi di ven­dita di beni immo­bi­liari e di società pub­bli­che e l’insigne giu­ri­sta Paolo Mad­da­lena non si stanca di ripe­tere che senza patri­mo­nio gli Stati per­dono la pro­pria sovra­nità. E se non ci sve­gliamo toc­cherà anche al nostro paese.
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