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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 24 ottobre 2015

Il futuro della sinistra non è il trapassato dell’Ulivo

Una decisa critica ai contorcimenti dei resti della vecchia sinistra, che riprende il cammino come se nulla fosse cambiato, e alle incertezze della sinistra radicale. Il manifesto, 24 ottobre 2015


Allora, era qui che dove­vamo arri­vare, il futuro della sini­stra è il ritorno al pas­sato dell’Ulivo di Prodi? Mesi e mesi di tavoli, incon­tri, riu­nioni, e annessi rin­vii che spez­zano il cuore e i pro­getti in vista del magic moment, sem­pre alla ricerca della mai rag­giunta con­giun­tura per­fetta, era per ritro­vare l’antico cen­tro­si­ni­stra? Quello bello, di un tempo, quando non c’era la crisi all’orizzonte, il wel­fare era soste­ni­bile e l’Europa era ancora un bel sogno in cui cre­dere, men­tre nes­suno imma­gi­nava l’apparire del par­tito della nazione?

Non che ci sia da stu­pirsi. La fram­men­ta­zione dello spa­zio poli­tico a sini­stra è sem­pre rima­sta tale, nono­stante l’impegno gene­roso di tante e tanti, nono­stante lo sforzo di tenere un filo che leghi le mille espe­rienze tra sociale senza rap­pre­sen­tanza e poli­tico che non trova una forma. Nono­stante il suc­cesso — mode­sto ma unico — dell’ultimo pro­getto uni­ta­rio della sini­stra, il risul­tato della lista l’Altra Europa con Tsi­pras alle Euro­pee del 2014, senza igno­rare la delu­sione e gli abban­doni che ne sono seguiti. Non c’è da mera­vi­gliarsi che le ine­vi­ta­bili e fin troppo con­te­nute rot­ture — vista la rotta impressa dal segre­ta­rio Mat­teo Renzi — che sono in corso nel Pd, fac­ciano fatica a orien­tarsi nel campo nuovo in cui ven­gono tro­varsi, quello che il gergo media­tico con­ti­nua a chia­mare sini­stra radi­cale, e che più volen­tieri fac­ciano rife­ri­mento ai momenti migliori del pas­sato recente. E a parte la mera­vi­glia che sicu­ra­mente avrà colto l’eccellente Pro­fes­sore nel vedersi con­si­de­rare il rife­ri­mento di un pro­getto di sini­stra, addi­rit­tura di una “cosa rossa”, il fatto sor­pren­dente è che in que­sto qua­dro vien can­cel­lata la crisi eco­no­mica che ha scon­volto la scena mon­diale. Come sem­bra spa­rita la crisi del wel­fare e della buona vec­chia social­de­mo­cra­zia, che dallo tsu­nami della crisi è stata spaz­zata via.

E lo dico senza dimen­ti­care, anzi, le mie sim­pa­tie uli­vi­ste del pas­sato. Pro­prio per­ché ne ho seguito passo passo l’intera evo­lu­zione, l’evocazione attuale mi sem­bra assurda. La muta­zione del Pd impressa da Renzi è l’ostacolo più evi­dente. Una muta­zione che si sta com­ple­tando sotto nostri occhi, con l’espulsione dal pro­prio pro­filo non tanto delle radici sto­ri­che che nella comu­ni­ca­zione di pro­pa­ganda ven­gono — con misura — col­ti­vate, quanto del radi­ca­mento sociale.

È così sor­pren­dente, que­sta pro­spet­tiva, che viene da chie­dersi se non sia uno dei tanti gio­chi in corso per affon­dare defi­ni­ti­va­mente ogni ten­ta­tivo di sini­stra nel nostro paese. Una sini­stra anti­li­be­ri­sta, che punti a pro­teg­gere i gio­vani, i pen­sio­nati, le donne, i lavo­ra­tori, dalla vio­lenza dell’attacco sociale, una sini­stra che vede nel governo Renzi l’interprete fedele, anzi, crea­tivo — del dise­gno libe­ri­sta delle élite euro­pee. Come si fa a pen­sare ad alleanze con chi taglia la sanità pub­blica? Come non vedere pro­spet­tive diverse in Europa, per esem­pio in Portogallo?

Certo, ogni pro­po­sta è legit­tima, in un ter­reno che non vede ancora in campo un pro­getto comune, un ter­reno che non ha nome, tanto che si ritrova a essere iden­ti­fi­cato con un richiamo che nella ver­sione più bene­vola appare nostal­gica, come “cosa rossa”. E non si può certo imma­gi­nare che ci sia un’unica pro­spet­tiva, l’esatto con­tra­rio dell’idea in cui ci siamo spesi in tante e in tanti. L’idea di un met­tersi in mar­cia, di avviare insieme un pro­getto che nel cam­mi­nare prende forma. Un met­tersi in moto che ha biso­gno di un avvio, un ini­zio. Un ini­zio fin troppo atteso.

Abbiamo discusso, nei mesi scorsi, della vita a sini­stra. La vita, se c’è, a un certo punto prende forma, vive appunto. Credo che con­ti­nuare a tra­sci­nare la deci­sioni di par­tenza di riu­nione in riu­nione sia un gioco mor­tale. Si potrebbe anche chia­marlo gioco delle tre carte, vedo e non vedo, ci sono e non ci sono. È diver­tente, ma solo per chi tiene il banco. Che non è nes­suno dei par­te­ci­panti. E il banco sono il governo, o l’Europa, o il libe­ri­smo, fate voi. Che a gio­care ci siano solo uomini non è un det­ta­glio irrilevante.
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