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Enrico Bettini
Il ‘che fare’ della Cavallerizza
23 Ottobre 2015
Beni culturali
Sei cose da fare subito per salvare un prezioso bene comune. un intervento del presidente di “Cittàbella

La mobilitazione, ininterrotta da oltre un anno, in difesa di un patrimonio di grande valore storico, monumentale ed urbano come quello della “Cavallerizza” -facente parte della Reale Zona di Comando in pieno centro storico a Torino- sta ad indicare, credo, che alla (s)vendita dei propri beni da parte dell’ente pubblico va posto un limite. Qui non si tratta dell’alienazione di uffici postali in disuso, di torri dell’acquedotto o di una caserma vuota, ma di un complesso testimone della grandezza di un regno e della cultura della nostra arte, del genio visionario, insopprimibile, di architetti settecenteschi. Sono state fatte assemblee, riunioni, incontri con ‘la politica’, appelli, come l’ultimo firmato da S. Settis, T. Montanari, G. Zagrebelsky. Forse è il momento della sintesi.

La proprietà privata deve arrestarsi alla soglia dei beni pubblici che per la Storia, l’Arte e la Cultura hanno un valore non commerciabile. E’ dimostrato che abbattere il debito pubblico –nazionale e locale- con le privatizzazioni è illusorio, irrimediabilmente inutile.

Pertanto, va abbandonata tutta la filiera della cosiddetta ‘cartolarizzazione’ (già repellente nel nome) per i suddetti beni. I quali, essendo di tutti, perché pubblici, non possono essere alienati senza il diretto consenso dei legittimi proprietari che andrebbero perlomeno interpellati tramite referendum nazionali/locali. La vicenda della “Cavallerizza” dimostra proprio questo: la cittadinanza non intende delegare al Sindaco e alla sua Giunta la vendita di beni riconosciuti di alto pregio (la “Cavallerizza” è bene dell’umanità, secondo l’Unesco) se non per volontà del popolo (Paolo Maddalena). Il mandato agli amministratori tramite il voto, riguarda la gestione dei beni comuni nell’interesse dei cittadini, non la loro alienazione/svendita. Se i cittadini intendessero iquidare il proprio patrimonio, cercherebbero figure più professionali e specializzate in ambito immobiliare/commerciale, non certo politici.

La destinazione d’uso di un bene -che resta pubblico- può certamente comprendere, al suo interno, attività private, sponsorizzazioni private, concessioni a privati sulle quali, però, decide autonomamente il pubblico, mai estromesso dalla sua proprietà, mai condizionato né succube della speculazione da capitale privato.

Nel caso specifico, mi pare non eludibile la destinazione di generale struttura culturale e artistica (produzione, formazione, ricerca e manifestazione) e sede di ‘borgo’ universitario e degli artisti con le sue residenze studentesche, le comuni zone-studio, i laboratori e gli studi professionali, i magazzini per artisti, artigiani e ospiti esperti; le botteghe e i ristori per la vita (e la vivacità) della collettività resa omogenea dall’impegno per il sapere e il saper creare.

Sono certo che Sindaco e Giunta, se non fossero ossessionati e ricattati dal buco di bilancio, sarebbero d’accordo. Ma, intanto, dovrebbero convincersi che con la “Cavallerizza” quel buco non lo tapperanno mai e che non si usano i capolavori di un’intera civiltà per sanare i debiti. La risposta la conosciamo: “Chi paga?”. Intanto gli sponsor. Esempi sono il Colosseo e la scalinata di Trinità dei Monti che non sono diventati di proprietà di Della Valle e di Bulgari. Inoltre, occorrerebbe impegnarsi in una campagna locale per l’”Art Bonus” Sono anche convinto che se si lanciasse una tassa di scopo per la tutela e la rivitalizzazione della Cavallerizza (come per gli altri ‘gioielli’ della città), avrebbe successo così come la destinazione del ‘5 per mille’ espressamente finalizzata ad essi.

Tutto questo è possibile ma c’è un dovere per una nazione come l’Italia ed è quello del censimento e classificazione per la riqualificazione e rifunzionalizzazione dell’eccellenza del patrimonio storico architettonico che va inesorabilmente in rovina. Per rispondere a tale dovere va organizzato un apposito ministero non mescolabile con turismo, eventi, fiere, musei, ecc. ma specifico e concentrato su un solo obiettivo.

L’Italia, dal punto di vista della conservazione di tale patrimonio è in una situazione analoga a quella post-bellica che aveva quale priorità quella della ricostruzione. La “Cavallerizza” non è bombardata (è come se lo fosse) ma ha bisogno di tornare allo splendore del suo progetto originario negli esterni e di essere ristrutturata negli interni per essere abitata in nuove funzioni, in sicurezza, con nuovi requisiti, impianti, servizi logistici, ecc. Sono interventi di un livello tale che hanno bisogno di un apposito Ministro e Ministero con portafoglio, di un apposito capitolo costantemente previsto e finanziato tutti gli anni nella legge di stabilità. La mappa degli interventi del ‘livello Cavallerizza’ avrebbe dovuto essere redatta dagli anni ’50. L’incuria ha accumulato un danno enorme. A tanta inadempienza non si risponde svendendo la propria inestimabile ricchezza all’asta. Si accantonano, anno dopo anno, le somme necessarie a portare a termine un programma (ventennale?) di riacquisizione dell’integrità di quel tesoro i cui frutti ripagheranno- anche economicamente- ampiamente della spesa e per sempre.

Intanto, con la “Cavallerizza” che si fa?
1) Il Comune delibera la sospensione, per un anno, di ogni trattativa commerciale relativa agli immobili e
2)la recessione dalla loro cartolarizzazione;
3) il sindaco di Torino, in qualità di presidente dei comuni italiani (ANCI) si fa promotore presso il governo per l’istituzione del nuovo ministero e
4) presso il ministro Padoan per l’inserimento nella legge di stabilità 2016-17 del programma pluriennale di finanziamento del suddetto ministero;
5) sempre Fassino, si attiva presso le istituzioni deputate all’ottenimento dei finanziamenti europei su programmi relativi alla tutela e riuso di opere di alto valore storico/culturale/urbano e
6) si impegna, in qualità di membro del consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti, affinchè siano ridefinite la sua natura e le sue finalità, queste ultime a vantaggio dell’uso del risparmio collettivo per finalità socio culturali e territoriali come quella del recupero di cui sopra. Infine, si utilizza l’anno di sospensione per il compimento di tutte le fasi necessarie al compimento di tutte le fasi di progettazione dell’ utilizzo di tutto il complesso perché dal 2017 sia possibile dare inizio ai lavori per il suo tanto atteso recupero.

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