menu

subheader

ULTIMI AGGIORNAMENTI

domenica 4 ottobre 2015

Ho ancora da scrivere

Intervista a Toni Morrison: «Nessuno nasce razzista: il razzismo è culturale. Ed economico. Ha fruttato soldi fin dalle origini con il lavoro degli schiavi. Ed è ancora usato affinché i bianchi più poveri si sentano comunque superiori e non rivolgano la loro rabbia contro gli altri bianchi che li sfruttano».  La Repubblica, 4 ottobre 2015 (m.p.r.)

«Lo chiamavano il test della carta del droghiere: chi aveva la pelle più chiara sapeva che avrebbe goduto del “white privilege” - il privilegio bianco. Nei negozi ti avrebbero sorriso e servito prima: i ragazzi ti avrebbero considerato più bella». Nella sua casa di Grand View on Houdson, l’ex rimessa di barche trasformata in un delizioso villino con vista sul fiume, nel cuore di un villaggio di duecento abitanti a mezz’ora di auto da Manhattan, Toni Morrison, ottantaquattro anni e undici romanzi, l’unico Nobel per la letteratura afroamericano, ricorda di quando scoprì per la prima volta il razzismo: dei neri.

L’ha vissuto sulla sua pelle?
«A Lorain, in Ohio, dove sono nata, vivevamo in un quartiere di emigranti. I miei vicini erano messicani, italiani, ungheresi: frequentavamo la stessa chiesa e la stessa scuola, e in comune avevamo anche la povertà. Ma quando negli anni Quaranta andai a studiare a Washington, era ancora una città segregata: gli autobus, i locali, tutto. Frequentavo la Howard University, un’università nera dove pensavo di sentirmi al sicuro: e invece fu proprio lì che scoprii il colorism. C’erano confraternite universitarie che accettavano solo ragazze dalla pelle molto chiara: e facevano questa cosa - il test della carta del droghiere...».

Nella casa di Toni Morrison ogni oggetto racconta una storia. Le statuette africane che incorniciano la scala. Il grande fotoritratto di Timothy Greenfield-Sanders: lei di profilo, i dreadlock grigi in evidenza. Il tavolo da ciabattino regalatole da Oprah Winfrey, usato sul set del film Beloved dal suo primo best seller Amatissima . La scrivania dove fra i libri svetta un piccolo dipinto: 
«S’intitola Donna nigeriana . È opera di un artista afroamericano che visse a Parigi, un amico di Picasso che non ebbe la stessa fortuna: probabilmente troppo nero, anche lui. Se solo ricordassi il suo nome...». 

“Troppo nero”, magari in base ai canoni del colorism, discriminazione ancor più sottile e crudele perché basata sul tono di colore della pelle. Troviamo queste stesse sfumature in Prima i bambini, l’ultimo romanzo di Morrison in uscita ora in Italia, edito come gli altri da Frassinelli. Si apre con la storia di una donna “nera come la mezzanotte” e rifiutata dai genitori dalla pelle, invece, più chiara. Ha raccontato al New York Times che suo padre odiava i bianchi. Sua madre, al contrario, era aperta con tutti. Lei da chi ha preso?
«Mio padre veniva dalla Georgia e da bambino aveva visto linciare due uomini di colore — persone per bene, negozianti — solo per appropriarsi dei loro beni. Considerava i bianchi “irriscattabili”. Mia madre giudicava le persone una per una. Io sono come lei: non ho mai odiato nessuno. Ma capisco mio padre».

L’America di oggi non è più quella che lei ha scoperto negli anni dell’università. Ma il razzismo è ancora qui.
«Il razzismo è sempre stato qui. È solo più visibile: grazie ai video fatti coi cellulari, ai social media. Prima non c’erano tutti questi mezzi di denuncia. Quando i vicini di mio padre vennero linciati erano i bianchi che andavano a fotografarli per metterli su cartoline da spedire agli amici: era come sparare al leone. Oggi se un ragazzo nero disarmato viene ucciso anche in un paese piccolissimo la sua morte finisce sotto gli occhi di tutti».

Già. Ma cinquant’anni dopo Selma e con un afroamericano alla guida del Paese...
«Nessuno nasce razzista: il razzismo è culturale. Ed economico. Ha fruttato soldi fin dalle origini con il lavoro degli schiavi. Ed è ancora usato affinché i bianchi più poveri si sentano comunque superiori e non rivolgano la loro rabbia contro gli altri bianchi che li sfruttano. E poi l’America è un paese inondato da armi».

Cosa c’entra questo con il razzismo?
«Di cosa crede abbiano paura così tanti possessori di armi? Non a caso i ragazzi neri uccisi dai poliziotti erano tutti disarmati».

Barack Obama ha detto: la mia più grande frustrazione è non essere riuscito a imporre la legge per controllarne la diffusione.
«Ma cosa può fare il presidente da solo? Neanche tutto il suo partito lo segue».

Lei dice: c’è sempre stato. E il nuovo razzismo verso chi viene in cerca di futuro? Qui i messicani nel mirino di Donald Trump, mentre l’Europa non riesce a mettersi d’accordo sui profughi.
«Non ho memoria di nulla di simile, a parte quel che fecero qui ai giapponesi durante la Seconda guerra mondiale: li rinchiusero nei campi perché nati in un paese considerato nemico. Eppure erano medici, avvocati... L’America dovrebbe essere com’è scritto sotto la statua della Libertà: un paese di immigrati che dà il benvenuto agli stranieri. E invece... Quanto agli europei, vergogna. Soprattutto quelli dell’Est: era appena ieri che bussavano a tutte le porte».

Non sarà stata la crisi globale a fomentare il nuovo disordine?
«È sempre una questione di soldi. Un tempo eravamo tutti cittadini. Poi i cittadini sono diventati consumatori: si comprava qualsiasi cosa. Oggi si parla di contribuenti: siamo quelli che pagano le tasse. Questo porta a non identificarsi più con un senso di comunità. Il discorso diventa: io pago...».

Questo è il suo undicesimo romanzo: il primo ambientato nell’epoca contemporanea. Un modo per ricordare agli intellettuali che in un mondo così complesso bisogna continuare a prendere posizione?
«È la storia di persone che non sono cresciute: non si sono mai liberate dai drammi vissuti da bambini. Sono un po’ lo specchio della letteratura contemporanea: così focalizzata su se stessa. Tutti a descrivere solo la propria finestra sul mondo: mia mamma, il mio fidanzato. Io ho voluto raccontare un percorso di autostima il cui fine è la conoscenza».

Lei è stata più volte definita “la voce della Coscienza americana”. Si riconosce?
«La accetto. E ho voluto dare con tutti i miei libri un messaggio ben preciso: questo è il percorso compiuto dall’America, queste sono le persone sulla cui pelle il Paese è cresciuto e diventato una nazione invidiabile».

Prima i bambini è forse il libro che nei temi riprende più di tutti il suo primo romanzo, L’occhio più blu, pubblicato quarantacinque anni fa, quando lei era ancora e soltanto l’editor di Angela Davis e Muhammad Ali...
«All’epoca, era il 1970, nulla di quello di cui abbiamo appena parlato mi era chiaro. Volevo raccontare la storia di una ragazzina nera che sogna di avere gli occhi di Shirley Temple perché crede a quello che il mondo, dei bianchi ma anche dei neri, dice di lei. Sì, forse i due libri si somigliano. Ma oggi lo sforzo che ci è richiesto è diverso: smettere di sentirsi vittime».

Sull’intero romanzo pesa l’ombra della pedofilia.
«Se ne parla continuamente. Non so se è sempre stato così. Forse oggi le bambine sono ipersessualizzate. O forse attraverso internet si diffonde la pornografia infantile. Ma è qualcosa di dilagante. Mi ha aiutato a rendere la storia più contemporanea».

Nel libro sottolinea come gli errori dei genitori pesino per sempre. Il messaggio è: prendiamoci maggior cura dei bambini perché sono il nostro futuro?
«Non perché sono il futuro: perché sono piccoli esseri umani. Pensi che il titolo che avevo dato io al libro era “L’ira dei bambini”. Ma non piaceva a nessuno. Non all’editore. Non alla pubblicità. Hanno preferito God Help the Child - parafrasando una famosa canzone di Billie Holiday, God Bless the Child, e io li ho lasciati fare. A volte bisogna accettare quel che il mondo ti dice».

Il titolo italiano, “Prima i bambini”, le piace?
«Forse di tutte le traduzioni è il più calzante. Prima i bambini… Peccato che non accada mai. Penso ai miei nipoti che suonano, studiano tante cose. E mi chiedo: non dovrebbero solo giocare? Poi vedo altri bambini che non sono così stimolati e passano la giornata attaccati al cellulare e penso: i miei nipoti non lo fanno. Ma quando io ero bambina si stava fuori a giocare l’intera giornata. Perché vivevamo in una comunità, tutti sapevano dov’eri e che facevi. Oggi siamo tutti spaventati dall’idea di rapimenti e molestie. I genitori sono diventati quello che qui chiamiamo “elicotteri”: iperprotettivi. E se non lo fanno succede come a quella mamma accusata di maltrattamenti perché aveva lasciato i suoi piccoli a girare da soli per Central Park. Così ti chiedi: i bambini sono ancora bambini?».

I protagonisti dei suoi libri hanno sempre nomi affascinanti.
«Gli schiavi non avevano nome: qualsiasi fosse il loro nome dovevano abbandonarlo per quello che sceglieva il padrone. Dare un nome è una responsabilità. E darsi un nome è un atto di orgoglio. Non è un caso che molti musicisti afroamericani hanno scelto soprannomi regali… Count Basie, Duke Ellington. Il Conte. Il Duca».

Anche il nome con cui il mondo la conosce non è quello vero.
«Io mi chiamo Chloe e questo è il nome con cui mi chiamano le persone che amo. Ma solo nella mia famiglia lo pronunciano come si deve. Già a scuola mi chiamavano Cloo , Clori ... Poi, quando a dodici anni mi sono fatta battezzare, ho scelto di chiamarmi Antony: come sant’Antonio da Padova. E qualcuno ha cominciato a usare il diminutivo: Toni. Ma è Chloe che scrive i libri, sa? Quando scrissi il primo avrei voluto firmarlo col mio vero nome, Chloe Wofford. Invece mandai il manoscritto col nome da sposata che usavo allora. Chiamai per farlo cambiare ma era tardi: era già stampato».

Perché proprio Sant’Antonio da Padova?
«Perché è buono con i bambini e perché viaggiò in Nordafrica. L’ho scoperto in una Vita di Santi comprato da Strand, il negozio dei libri usati su Broadway».

Va ancora in chiesa?
«Quando insegnavo a Princeton ci andavo tutti i giorni. Ma prima della messa: quando arrivava il prete andavo via. Oggi il mio rapporto con la Chiesa è saltuario. Anche se questo Papa potrebbe riportarmici: mi piace tanto. E mi piace come sta risolvendo le cose in Vaticano».

Lei ha vinto così tanti premi. Il Pulitzer, il Nobel.
«Mi svegliò una giornalista all’alba per chiedermi che effetto faceva. Riattaccai. Chiamò ancora e io le chiesi come faceva a sapere ciò che io non sapevo ancora: e a quel punto capii che per il fuso il Nobel era stato annunciato quando in America erano le tre di notte. Così quando chiamarono da Stoccolma fui gentile, ringraziai: ma ancora non mi fidavo. Chiesi: “Potete mandarmi un fax?”».

Cosa ricorda della premiazione?
«Nelson Mandela. Che aveva vinto il Nobel per la Pace quello stesso anno: 1993. Per me era un mito e chiesi di incontrarlo. Fissarono l’incontro e fu favoloso. Raccontò storie incredibili, buffe e struggenti sulla sua vita. E poi… Oh, quelli del Nobel sì che sanno come organizzare una festa!».

Il nuovo premio si avvicina e tornano i nomi di tutti gli anni: Philip Roth in testa.
«Quante volte ho chiesto io stessa a quelli del Nobel se quel tale o quell’altro era stato preso in considerazione. Risposta: i nomi più ricorrenti non sono nemmeno mai arrivati sulla lista dei finalisti. E poi non so se oggi è tempo per un americano. Non mi viene in mente nessuno che sia all’altezza. Sa chi lo meriterebbe? L’israeliano Amos Oz».

Lo ha votato?
«Io non voto mai. Troppo complicato: devi compilare un sacco di carte, dare spiegazioni. Ma se votassi sceglierei lui: se lo merita».

Gli Obama la considerano un’amica.
«Quando il presidente mi ha premiata con la “Medaglia per la libertà”, beh, ho provato una sensazione strana: ho il doppio dei suoi anni ma mi sono sentita davanti a un fratello maggiore. Mi sono sentita protetta».

È stata più volte alla Casa Bianca.
«Ci sono stata a cena da poco. Ala privata, otto invitati più gli accompagnatori, io ho portato mio figlio. Michelle gentilissima: “Siamo fra noi: puoi venire anche in blue jeans”. Io che i blue jeans non li ho mai messi in vita mia! Figuriamoci se li metto alla Casa Bianca. Michelle è incredibile. Di più: è lei il vero capo».

Pensa che un giorno scenderà in campo come Hillary Clinton?
«Macché. È troppo intelligente. È competitiva: non c’è dubbio. Ma sa di che stress si tratta. Quando lui decise di tentare la corsa presidenziale lei disse, ok, ti appoggio. Ma una volta sola. Se perdi non se ne parla più».

Lei ha cominciato a scrivere a quarant’anni. Ora ne ha ottantaquattro. Il suo collega Roth ha annunciato di aver smesso di scrivere a causa dell’età. Lei continua. Cosa la spinge?
«Lo so fare bene! E poi scrivere è anche il mio modo per non confrontarmi con quelle cose di cui abbiamo appena parlato: le guerre, il razzismo. Quando scrivo sono io a creare il mio mondo. Creo il mio gioco intellettuale: la lingua è così interessante. Tutto il resto scompare. Non solo. Per un’operazione alla schiena andata male ora sono piuttosto limitata nei movimenti. Cammino a fatica. Nel mio mondo letterario, invece, sono libera: anche fisicamente».

Ha letto il nuovo libro di Harper Lee? Anche lei un’ultraottantenne, ha aspettato più di mezzo secolo per pubblicare il prequel di “Il buio oltre la siepe”.
«No, non ho letto il libro, ho letto le polemiche. E mi sono fatta l’idea che sotto ci sia qualcosa di losco. Strano che il libro sia uscito dopo la morte della sorella: quella che sapeva tutto. E poi anche se Harper Lee è poco più grande di me - come ha fatto a lavorarci? È quasi cieca: non sente. No, non credo che lo leggerò. D’altronde non sono stata una gran fan nemmeno di Il buio oltre la siepe. O meglio: ho amato il film. Ma era Gregory Peck a renderlo splendido!».

Quali scrittori la interessano oggi? Sente di avere un’erede?
«Gli autori che ho amato sono tutti morti. Alice Walker non sta scrivendo nulla. Gli altri, i giovani, li conosco poco. Colson Whitehead è un ottimo scrittore. O almeno lo era: che fine ha fatto? Ecco: Edwidge Danticat - un’haitiana-americana. È lei la mia scelta».

Vuole dire che il romanzo afroamericano ha perso la funzione sociale che lei teorizzò ai suoi esordi?
«Dico che oggi ci sono pochi scrittori perché le energie vanno altrove. Oggi i giovani afroamericani cantano».

Cantano?
«Raccontano così le loro storie. La forza che mettevano nella scrittura ora va nella musica: nel rap. Spesso non capisco cosa dicono ma riconosco l’energia. Mi sono appassionata a Kendrick Lamar, anche se le sue rime sono così veloci che non capivo una parola. Mi è piaciuto così tanto che ho chiesto che mi mandassero i suoi testi. E ora mi piace anche di più».

Anche i libri sono cambiati: sono elettronici.
«Mio figlio mi ha regalato un iPad. Il primo libro che ho letto su tablet è stata una cosa moderna poi diventata film: Gone Girl . Poi ho iniziato un altro libro, Wolf Hall di Hilary Mantel. Ho letto la prima pagina e mi sono detta no, non posso leggere un romanzo storico su uno schermo. Ho preso il libro di carta, e me ne sono appassionata. Ho cercato anche gli altri suoi libri: The assassination of Margaret Thatcher è fantastico. Però no: non sono una grande lettrice elettronica».

Eppure i suoi audiolibri hanno molto successo. Ed è lei stessa a leggerli.
«All’inizio avevano preso un’attrice. Poi mi è capitato di ascoltarne uno per caso: “Ma quello non è il mio libro! È tutto sbagliato. Il passo. Il ritmo. Non è la mia storia”. Da allora li registro io: anche se è estenuante».

È vero che sta scrivendo le sue memorie?
«Le voleva il mio agente. Ci ho anche provato, ma so tutto di me: mi sono annoiata subito».

Un sorriso. È ora di congedarsi. Fuori piove. 
«Dovrebbe vedere quando qui c’è il sole, è una meraviglia. Magari quando avrò finito il mio prossimo libro. Sì, non dovrei dirlo, l’ho già cominciato. Ho scritto quindici pagine. E le assicuro che sono molto buone. Le mie migliori».
Show Comments: OR