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sabato 3 ottobre 2015

Grasso nel motore Regolamento a pezzi La riforma Renzi adesso può correre

«Pietro Grasso ha abban­do­nato ogni resi­stenza, senza curarsi più nep­pure di sal­vare le appa­renze, e ha lasciato mani total­mente libere alla mag­gio­ranza e al governo». Articoli di Andrea Fabozzi, Andrea Colombo e Massimo Villone. Il manifesto, 2 aprile 2015

IL REGOLAMENTO DEL PIÙ FORTE
di Andrea Fabozzi

Costituzione. Emendamenti abbattuti a pacchi, voti segreti pericolosi per il governo scansati senza scrupolo. Il presidente Grasso garante della riforma di Renzi. In poche ore la guida del senato è passato da bestia nera del governo a strumento per la marcia trionfale dell’esecutivo

La tra­ci­ma­zione dei sena­tori dal gruppo di Forza Ita­lia a quello ormai sta­bil­mente in mag­gio­ranza di Ver­dini, il nego­ziato con la mino­ranza Pd che ha ridotto il dis­senso interno da una tren­tina di sena­tori a due o tre sono cose che cer­ta­mente aiu­tano. Ma pro­ba­bil­mente non sareb­bero bastate al governo per far appro­vare la legge di revi­sione costi­tu­zio­nale entro il 13 otto­bre, data sulla quale Renzi non tran­sige. Ci voleva una grossa mano da parte del pre­si­dente del senato, quel Pie­tro Grasso con il quale nell’ultimo mese il pre­si­dente del Con­si­glio ha più volte cer­cato lo scon­tro isti­tu­zio­nale, lan­ciando avver­ti­menti e ulti­ma­tum. Evi­den­te­mente andati a segno, per­ché quella mano è arri­vata. Anche più gene­rosa del pas­sato. Grasso ha con­sen­tito qual­siasi strappo al rego­la­mento e ha seguito passo dopo passo il per­corso trac­ciato dai tec­nici di palazzo Chigi e di palazzo Madama per aggi­rare gli osta­coli alzati dalle oppo­si­zioni con­tro un governo che non accetta modi­fi­che alla «sua» riforma costi­tu­zio­nale. Ieri sera, prima dell’ultima inter­pre­ta­zione del rego­la­mento utile ad allon­ta­nare peri­co­lose vota­zioni segrete dal cam­mino dell’articolo 2, il pre­si­dente del senato non si è fatto scru­polo di riu­nirsi a palazzo Madama con la mini­stra Boschi per stu­diare assieme le stra­te­gie d’aula.

E così la riscrit­tura di oltre un terzo della Costi­tu­zione pro­cede spe­dita. Ieri è stato appro­vato l’articolo 1 che sta­bi­li­sce la fun­zioni del senato, gra­zie alla risco­perta della tec­nica dell’emendamento «kil­ler». Grasso lo aveva già con­sen­tito all’inizio dell’anno sulla legge elet­to­rale, allora reg­geva ancora il «patto del Naza­reno» e l’emendamento Espo­sito servì a pie­gare la mino­ranza Pd. Ieri l’emendamento Cocian­cich ha scan­sato il rischio di vota­zioni segrete. Il pro­dotto finale è un lungo testo di 30 righe in gran parte mai discusso né in aula né in com­mis­sione, e mai nean­che difeso dalla mag­gio­ranza cui inte­res­sava solo votarlo prima di tutti gli altri emen­da­menti. Sarà il nuovo arti­colo 55 della Costi­tu­zione ita­liana che oggi è quello scritto da Costan­tino Mor­tati in due commi e cin­que righe in tutto.

Così sono stati abbat­tuti emen­da­menti a pac­chi e la ten­sione in aula ha con­ti­nuato a salire per tutta la gior­nata, tra le pole­mi­che per il soste­gno dei «tran­sfu­ghi» e gli attac­chi dei 5 Stelle al pre­si­dente. Che, impas­si­bile, ha con­ti­nuato a rispon­dere di no a ogni richie­sta delle oppo­si­zione. La riforma della Costi­tu­zione ha preso così le forme già viste di un asse­dio della mino­ranza al for­tino (sem­pre più largo) della mag­gio­ranza, tanto rumo­roso quanto vano. Impos­si­bile ogni discus­sione nel merito di modi­fi­che impor­tan­tis­sime, ma la respon­sa­bi­lità va divisa tra l’esecutivo che ha escluso ogni aper­tura reale e la guida dell’assemblea che ha dimo­strato di saper tute­lare solo gli inte­ressi del governo. Intro­du­cendo, come se non bastasse, pre­ce­denti assai peri­co­losi. Sia il voto sull’emendamento Cocian­cich che quello sul com­plesso dell’articolo 1 hanno testi­mo­niato il buon lavoro fatto da Ver­dini e dal sot­to­se­gre­ta­rio Lotti: il governo è rima­sto sem­pre sopra la soglia della mag­gio­ranza asso­luta. E non è esatto dire che i voti degli ultimi arri­vati sono solo «aggiun­tivi», come si con­sola la mino­ranza Pd ricon­dotta all’ordine, visto che nel suc­ces­sivo pas­sag­gio ser­virà pro­prio la mag­gio­ranza asso­luta per lan­ciare la riforma verso il refe­ren­dum con­fer­ma­tivo. Non ha torto Sel quando, anti­ci­pando uno slo­gan refe­ren­da­rio, attacca «la Costi­tu­zione di Renzi e Verdini».

Anche per­ché non è affatto finita, nella pros­sima set­ti­mana dovranno arri­vare altre for­za­ture. Già ieri sera Grasso ha tro­vato il modo di affos­sare cin­que voti segreti che aveva pre­ce­den­te­mente dichia­rato di voler acco­gliere. Sull’articolo 2 è ormai noto che la pre­si­denza ha ammesso solo emen­da­menti al comma 5, ma tanto la sena­trice De Petris di Sel quanto il leghi­sta Can­diani ave­vano tro­vato il modo di infi­lare in quel punto il ritorno all’elezione diretta dei sena­tori e anche il voto segreto. Gli emen­da­menti diven­ta­vano così assai peri­co­losi per la tenuta del governo. Ma Grasso si è messo di tra­verso con un’interpretazione ancora una volta spe­ri­co­lata del rego­la­mento. Oggi si vota sull’articolo 2.

Il pre­si­dente del Con­si­glio può dun­que far tra­pe­lare la sua grande tran­quil­lità. Ma nel Pd manca ancora l’accordo su due punti: l’elezione del pre­si­dente della Repub­blica e la norma tran­si­to­ria (arti­colo 39) che affida ancora ai con­si­glieri regio­nali la scelta esclu­siva dei sena­tori (con buona pace del recu­pero della «volontà dei cit­ta­dini»). Sul primo punto si è par­lato di un pos­si­bile nuovo emen­da­mento kil­ler, sem­pre di Cocian­cich, ma la pro­po­sta in realtà è assai più impe­gna­tiva e intro­dur­rebbe un sistema di can­di­da­ture uffi­ciali per il Qui­ri­nale. Il governo è stato costretto a dissociarsi.

I VOTI CI SONO, VERDINI PURE.
TRA FISCHI E BANCONOTE AL VENTO
di Andrea Colombo
 I sì alla riforma I sì sempre tra i 171 e 172, come previsto dall’ex berlusconiano D’Anna. E al momento dell’approvazione finale saranno molti di più, secondo qualcuno arriveranno addirittura a sfiorare i 190

«Que­sta è la riforma della Costi­tu­zione Renzi-Verdini»: Peppe De Cri­sto­faro, Sel, rigira il col­tello nell’unica ferita che deturpa la vit­to­ria piena del pre­mier. Non è finita. Ci saranno altri momenti incan­de­scenti, nuovi pas­saggi a rischio. Il più peri­co­loso sarà sull’articolo 21: mate­ria del con­ten­dere le moda­lità di ele­zione del capo dello Stato. Ma si può scom­met­tere che si ripe­terà la sce­neg­giata degli ultimi due giorni. Roberto Cocian­cich, il pre­si­dente degli scout cat­to­lici che come hobby fal­ci­dia voti segreti, ha già pre­sen­tato l’apposito «can­guro». Renzi la spun­terà ancora su tutti i fronti.

I voti a favore sono stati sem­pre tra i 171 e 172, esat­ta­mente come pre­vi­sto dall’ex ber­lu­sco­niano con­qui­stato da Ver­dini Vin­cenzo D’Anna. Non sono pochi: sor­pas­sano di una decina e passa la mag­gio­ranza asso­luta e offrono la prova pro­vata che la riforma sarebbe pas­sata anche senza la resa della mino­ranza Pd. Però gli esperti scom­met­tono che al momento del voto finale i sì saranno molti di più, secondo qual­cuno arri­ve­ranno addi­rit­tura a sfio­rare i 190. Un po’ perché non ci saranno le assenze degli ultimi giorni, un po’ per­ché l’arrembaggio al carro del vin­ci­tore, anzi al taxi gui­dato da Ver­dini che verso quel carro tra­ghetta i pro­fu­ghi della destra, è in pieno svolgimento.

I dis­sensi nel Pd non sono andati oltre quei tre voti ampia­mente pre­ven­ti­vati: Felice Cas­son, Cor­ra­dino Mineo e Wal­ter Tocci. Nell’Ncd, nono­stante gli sfra­celli minac­ciati, nem­meno quelli. Nes­sun voto con­tra­rio, tutt’al più qual­che assenza stra­te­gica desti­nata pro­ba­bil­mente a rien­trare nel voto finale.

Cilie­gina pre­li­bata sulla torta di don Mat­teo, la resa incon­di­zio­nata e totale del pre­si­dente del Senato. Arri­vato alla stretta deci­siva, con le debite pres­sioni eser­ci­tate sino all’ultimo secondo dalla mini­stra Boschi, Piero Grasso ha abban­do­nato ogni resi­stenza, senza curarsi più nep­pure di sal­vare le appa­renze, e ha lasciato mani total­mente libere alla mag­gio­ranza e al governo. Cocian­cich, l’uomo-canguro, giura di essersi scritto da solo gli emen­da­menti kil­ler, ma in aula sia Lore­dana De Petris, Sel, che Mau­ri­zio Gasparri, Forza Ita­lia, hanno detto aper­ta­mente quello che tutti i sena­tori si ripe­te­vano nei cor­ri­doi, cioè che die­tro non que­gli emen­da­menti ma die­tro l’intera stra­te­gia della mag­gio­ranza in aula ci sono diret­ta­mente i fun­zio­nari del Senato. E se la vox populi, come spesso capita, ci piglia, il fatto non sarebbe certo pos­si­bile senza l’assenso del pre­si­dente di palazzo Madama.

Resta appunto solo una ferita aperta: il ruolo deter­mi­nante di Denis Ver­dini e della sua truppa mer­ce­na­ria. Certo, il voto sulla riforma non com­porta l’appartenenza a una mag­gio­ranza, però quando ieri il capo­gruppo Barani ha annun­ciato il voto a favore con­fer­mando tut­ta­via che «noi restiamo all’opposizione», gli ex com­pa­gni azzurri si sono sca­te­nati in una gara di fischi, i leghi­sti hanno sven­to­lato ban­co­note, i pen­ta­stel­lati hanno rumo­ro­sa­mente segna­lato al Pd, mino­ranza inclusa, quali sono i nuovi com­pa­gni di strada. Ma gli stessi sena­tori di Renzi, pur sfor­zan­dosi di restare seri, sape­vano per­fet­ta­mente che si trat­tava di una barzelletta.

Certo, il voto di Ver­dini non è stato sinora e non sarà in futuro deter­mi­nante. Però senza quei voti, senza la garan­zia che la riforma sarebbe stata comun­que appro­vata gra­zie agli ascari del fio­ren­tino, la rotta della mino­ranza Pd non ci sarebbe stata, o almeno sarebbe stata meno totale e sgan­ghe­rata. La cam­biale arri­verà ine­so­ra­bil­mente a sca­denza, e si som­merà alla neces­sità di offrire una zat­tera ai nau­fra­ghi dell’Ncd. In Par­la­mento quei rin­forzi sono pre­ziosi, fuori dal palazzo potreb­bero rive­larsi esi­ziali. Secondo un già cele­bre son­dag­gio della Ghi­sleri, che ieri a palazzo Madama era sulla bocca di tutti, l’alleanza con Ver­dini e Alfano coste­rebbe al Pd addi­rit­tura il 7% dei con­sensi, facen­dolo pre­ci­pi­tare al 25%. Certo, quel son­dag­gio è in qual­che misura dro­gato. Parla di «par­tito della nazione», mette Renzi e Ver­dini quasi sullo stesso piano. I risul­tati, di con­se­guenza sono pro­ba­bil­mente esa­ge­rati. Ma, anche se in dimen­sioni meno rovi­nose, il patto col dia­volo che il pre­mier ha scelto di fir­mare per garan­tirsi la vit­to­ria rischia comun­que di costare parec­chio in ter­mini di voti.

Qual­che prezzo dovrebbe pagarlo anche per aver modi­fi­cato la Costi­tu­zione con i truc­chi e i carri armati, a colpi di can­gu­ra­menti più o meno super, di vio­la­zioni del rego­la­mento con­sen­tite senza pudore da Piero Grasso, di aggi­ra­menti sfac­ciati di ogni voto anche solo poten­zial­mente minac­cioso. Ma con un sistema media­tico genu­flesso o inti­mi­dito e con l’alibi incau­ta­mente offerto da Cal­de­roli e dai suoi milioni e milioni di emen­da­menti, su quel fronte Renzi è certo di riu­scire a evi­tare ogni ritorno d’immagine dan­noso. Ma nascon­dere Ver­dini, Alfano e tutti gli altri, quello è un altro paio di maniche.
IL PRECEDENTE PERICOLOSO
di Massimo Villone

Ave­vamo la Costi­tu­zione di De Gasperi, Togliatti, Nenni, Mor­tati, Cala­man­drei, Perassi e altri, a molti di noi cari. Una Costi­tu­zione che ha retto bene il paese per decenni, anche in momenti bui. Abbiamo da oggi la Costi­tu­zione di Renzi, Boschi e Cocian­cich. Ogni tempo ha gli eroi che si merita.

Quando fu pre­sen­tato per l’Italicum il noto emen­da­mento Espo­sito, fu chiaro che si poneva un pre­ce­dente peri­co­loso, tale da poter stron­care non solo l’ostruzionismo, ma qual­siasi dibat­tito o con­fronto par­la­men­tare. Rias­su­mere un det­tato nor­ma­tivo in un emen­da­mento da ante­porre e da votare prima degli altri ha infatti la con­se­guenza, secondo una let­tura nota­rile dei rego­la­menti, di far cadere ogni altro emen­da­mento per­ché l’Aula ha ormai deciso. Scrissi allora su que­ste pagine che il pre­si­dente avrebbe dovuto dichia­rare l’emendamento Espo­sito inam­mis­si­bile, per carenza di con­te­nuto nor­ma­tivo. Fece diversamente.

Vicenda simile abbiamo ora con l’emendamento Cocian­chic (1.203). Non importa chi l’abbia scritto. Cal­de­roli ha rife­rito in Aula voci per cui Cocian­cich «avrebbe detto a più per­sone che igno­rava il con­te­nuto ovvero la por­tata del suo emendamento».

Non sap­piamo se sia vero. Comun­que, non ci voleva un genio del diritto par­la­men­tare per infi­larsi nel varco aperto allora dalla deci­sione del pre­si­dente del senato sull’emendamento Espo­sito. La cosa fu già grave con l’Italicum. È ancor più grave adesso, con una riforma della Costi­tu­zione di grande momento. E non si può riba­dire abba­stanza che il senso della Costi­tu­zione, ed in spe­cie dell’art. 138, non è certo quello di favo­rire i truc­chetti per stron­care il dibat­tito, e arri­vare in qua­lun­que modo alla decisione.

Dopo tanto esi­tare, il pre­si­dente Grasso è sceso in campo per il governo. Per la verità, qual­che sospetto l’avevamo. Ne tro­viamo ora con­ferma nelle deci­sioni sull’ordine delle vota­zioni e sui subemendamenti.

Qual era il cor­retto ordine di vota­zione degli emen­da­menti? Secondo prin­ci­pio, gli emen­da­menti si votano a par­tire dal più lon­tano fino al più vicino al testo da emen­dare. In Aula, è stata con­te­stata a Grasso la scelta di met­tere in prima fila l’emendamento 1.203, e il pre­si­dente in realtà non ha rispo­sto. Ancor più signi­fi­ca­tiva la deci­sione di pre­clu­dere ogni sube­men­da­mento al Cocian­cich. Va infatti con­si­de­rato che gli emen­da­menti di mag­gio­ranza (quelli con­cor­dati in casa Pd) sono stati por­tati a cono­scenza dei sena­tori all’ultimo momento. Molti sono andati in Aula senza nem­meno averli visti. Il pre­si­dente ha deciso che i ter­mini per la pre­sen­ta­zione di sube­men­da­menti erano già sca­duti. Forse vero, ma le con­di­zioni reali del dibat­tito avreb­bero certo sug­ge­rito, se non impo­sto, almeno una breve ria­per­tura dei ter­mini. Appro­vato il Cocian­cich, Grasso ha anche respinto il ten­ta­tivo di sube­men­darlo attra­verso l’art. 100, comma 5, reg. sen., norma rara­mente invo­cata, che però avrebbe potuto con­sen­tire una almeno par­ziale ria­per­tura del confronto.

Il trucco c’è, e si vede. Con que­ste deci­sioni, l’approvazione del nuovo art. 55 della Costi­tu­zione si è sostan­zial­mente risolta nel voto sull’emendamento Cocian­cich, che ha pre­cluso tutti gli altri, men­tre veniva con­te­stual­mente impe­dito ai sena­tori di oppo­si­zione qual­siasi inter­vento in via di sube­men­da­mento. È stata così anche supe­rata una raf­fica di voti segreti, rischiosi per il governo. All’accusa di avere con­sen­tito l’uso stru­men­tale dell’emendamento 1.203 con­tro le oppo­si­zioni — avan­zata da molti nella seduta di gio­vedì — Grasso ha rea­gito con stizza, ma senza porre argo­menti. E nem­meno ha rac­colto le ripe­tute e insi­stite richie­ste di riu­nire la Giunta per il rego­la­mento. Non a caso. Come sap­piamo, i numeri della Giunta non sono blin­dati per il governo, e il pas­sag­gio poteva rive­larsi peri­co­loso. Ana­lo­ghe mano­vre si pre­an­nun­ciano per gli arti­coli suc­ces­sivi al primo. A quanto leg­giamo, per i sube­men­da­menti all’art. 2 il tempo con­cesso è mezz’ora.

Grasso pro­ta­go­ni­sta, dun­que. Avremmo pen­sato che il primo dovere di un pre­si­dente di assem­blea fosse nei con­fronti dell’istituzione pre­sie­duta. Dob­biamo ricre­derci. Pos­siamo forse capire l’atteggiamento tenuto verso gli 82 milioni di emen­da­menti Cal­de­roli, per cui poteva valere l’argomento che non si può mai favo­rire la para­lisi dell’istituzione. Ma que­sto era ieri. Oggi, vediamo Grasso schie­rato al fianco del governo. Erano pos­si­bili scelte diverse, e let­ture di rego­la­mento secun­dum con­sti­tu­tio­nem, più attente alla neces­sità che una Costi­tu­zione nasca da un con­fronto reale, e non per il soste­gno acri­tico di mag­gio­ranze occa­sio­nali e rac­co­gli­ticce, popo­late di anime morte e di voltagabbana.

Quanto accade ci con­ferma che la fu mino­ranza Pd ha sba­gliato facen­dosi rias­sor­bire nel grup­pone, e sostan­zial­mente scom­pa­rendo nel gorgo della rot­ta­ma­zione costi­tu­zio­nale. Un pezzo del paese non accetta la Costi­tu­zione di Renzi, senza se e senza ma per­ché quella che abbiamo è di gran lunga migliore. Il sena­tore Cocian­cich ci comu­nica in una inter­vi­sta di pre­fe­rire la pre­ci­sione e non la quan­tità come Cal­de­roli. Rispetto ad entrambi, pre­fe­riamo l’intelligenza.


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