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martedì 20 ottobre 2015

Assolto Erri De Luca. Una vittoria della ragione, della libertà di parola e della Val di Susa

Sull'importante decisione della giudice Imma­co­lata Iade­luca articoli del giurista Livio Pipino, di Massimo Vittone e un'intervista di Eleonora Martini allo scrittore napoletano. Il manifesto, 20 ottobre 2015



DIRITTO DI PAROLA
SOTTO PROCESSO
di Livio Pipino

Erri De Luca è stato assolto. La sen­tenza del Tri­bu­nale di Torino non lascia adito a dubbi: affer­mare che «la Tav va sabo­tata» non è un reato ma un’opinione, affi­data al dibat­tito poli­tico e non alle cure di giu­dici e pri­gioni. Qual­che tempo fa sarebbe stata una «non noti­zia», quasi un’ovvietà (e senza biso­gno di sco­mo­dare Voltaire). Non così oggi. Almeno a Torino, dove un giu­dice per le inda­gini pre­li­mi­nari ha dispo­sto, per quella affer­ma­zione, un giu­di­zio e due pub­blici mini­steri hanno soste­nuto l’accusa e chie­sto la condanna.

Dun­que l’assoluzione e il punto di diritto affer­mato dal giu­dice rap­pre­sen­tano una buona noti­zia. Per una plu­ra­lità di motivi.

Primo. Ci fu un tempo in cui con­te­sta­zioni sif­fatte erano all’ordine del giorno ed erano rite­nuti reati il canto dell’«Internazionale» o di «Ban­diera rossa» (forse per il ver­setto «avanti popolo tuona il can­none rivo­lu­zione vogliamo far»…) o il grido «abbasso la bor­ghe­sia, viva il socia­li­smo!». Erano gli anni dello stato libe­rale e, poi, del fasci­smo quando si rite­neva che «la libertà non è un diritto, ma un dovere del cit­ta­dino» e, ancora, che «la libertà è quella di lavo­rare, quella di pos­se­dere, quella di ono­rare pub­bli­ca­mente Dio e le isti­tu­zioni, quella di avere la coscienza di se stesso e del pro­prio destino, quella di sen­tirsi un popolo forte». Poi è venuta la Costi­tu­zione il cui arti­colo 21 pre­vede che «tutti hanno il diritto di mani­fe­stare libe­ra­mente il pro­prio pen­siero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Inu­tile sot­to­li­neare il senso della norma che è quello di tute­lare l’anticonformismo e le sue mani­fe­sta­zioni poco o punto accette alle forze domi­nanti per­ché, come è stato scritto, «la libertà delle mag­gio­ranze al potere non ha mai avuto biso­gno di pro­te­zioni con­tro il potere» e, ancora, «la pro­te­zione del pen­siero con­tro il potere, ieri come oggi, serve a ren­dere libero l’eretico, l’anticonformista, il radi­cale mino­ri­ta­rio: tutti coloro che, quando la mag­gio­ranza era libe­ris­sima di pre­gare Iddio o osan­nare il Re, anda­vano sul rogo o in pri­gione tra l’indifferenza o il com­pia­ci­mento dei più».

In ter­mini ancora più espli­citi, le idee si con­fron­tano e, se del caso, si com­bat­tono con altre idee, non con l’obbligo del silen­zio. Troppo spesso lo si dimen­tica e, dun­que, un «ripasso» era quanto mai opportuno.

Secondo. La con­te­sta­zione mossa ad Erri De Luca non riguar­dava solo la libertà di espres­sione del pen­siero in astratto. Essa riguar­dava l’esercizio di quella libertà oggi in Val Susa e con rife­ri­mento al Tav.

Nel nostro Paese in que­sti anni sono, infatti, avve­nute cose assai strane. Nes­suno ha mai sot­to­po­sto a giu­di­zio – a mio avviso, con ragione – gli autori di «isti­ga­zioni» assai più gravi e impe­gna­tive come quelle, pra­ti­cate da mini­stri della Repub­blica e capi del Governo, dirette a sov­ver­tire l’unità nazio­nale o a eva­dere le tasse. Ma, in Val Susa, Erri De Luca non è rima­sto iso­lato: alcuni respon­sa­bili di asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste sono stati inda­gati per «pro­cu­rato allarme» in rela­zione alla pre­sen­ta­zione di un documento-denuncia con­cer­nente i rischi in atto al can­tiere della Mad­da­lena a causa di una frana, l’uso della espres­sione «libera Repub­blica della Mad­da­lena» è stato con­si­de­rato un sin­tomo di atti­vità sov­ver­siva, la distri­bu­zione di volan­tini con­tro il Tav (senza com­mis­sione di reati) è stata rite­nuta un indice di poten­ziale irre­go­la­rità di con­dotta (sic!) di alcuni stu­denti mino­renni e via seguitando.

Affer­mare la liceità penale delle affer­ma­zioni di De Luca non può non inci­dere anche su que­ste situazioni.

Terzo. Alcuni decenni orsono ci fu, in alcuni set­tori della magi­stra­tura, un’attenzione signi­fi­ca­tiva ai temi della libertà di mani­fe­sta­zione del pen­siero. Sul finire degli anni Ses­santa e nei primi anni Set­tanta, in par­ti­co­lare, Magi­stra­tura demo­cra­tica ingag­giò una dura bat­ta­glia cul­tu­rale sul punto stig­ma­tiz­zando, tra l’altro, «prov­ve­di­menti che hanno creato un clima di inti­mi­da­zione par­ti­co­lar­mente pesante verso deter­mi­nati set­tori poli­tici» ed espri­mendo «pro­fonda pre­oc­cu­pa­zione rispetto a quello che non può appa­rire che come un dise­gno siste­ma­tico ope­rante con vari stru­menti e a vari livelli, teso a impe­dire a taluni la libertà di opi­nione, e come grave sin­tomo di arre­tra­mento della società civile» (ordine del giorno Tolin, dicem­bre 1969) e ten­tando anche, pur senza suc­cesso, di pro­muo­vere un refe­ren­dum abro­ga­tivo dei reati di opi­nione (tra cui quell’articolo 414 del codice penale con­te­stato a De Luca).

Oggi ciò sem­bra un lon­tano ricordo. Chissà che la sen­tenza del Tri­bu­nale di Torino non sti­moli una nuova sta­gione di sen­si­bi­lità al riguardo.

Quarto. In que­sta vicenda ha bril­lato per assenza e silen­zio gran parte degli intel­let­tuali e della cul­tura giu­ri­dica italiana.,Non è un caso che anche l’appello dif­fuso alla vigi­lia del pro­cesso da scrit­tori e da uomini e donne dello spet­ta­colo rechi, per quat­tro quinti, sot­to­scri­zioni fran­cesi… Non è la prima volta in que­sta epoca di pen­siero unico.

Per carità, nes­suno pre­tende nuovi Paso­lini o Scia­scia e del resto, come avrebbe detto Man­zoni, «il corag­gio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Ma un po’ di dignità non gua­ste­rebbe. Anche que­sto ci ricorda la sen­tenza torinese.


ERRI DE LUCA ASSOLTO,
“SABOTARE” SI PUÒ DIRE
di Marco Vittone
No Tav. Il tribunale di Torino fa prevalere l’articolo 21 della Costituzione sul codice Rocco. Il fatto non sussiste come reato. Lo scrittore in aula prima della sentenza: rivendico la mia nobile parola contraria Assolto per­ché il fatto non sus­si­ste. Cade l’accusa di isti­ga­zione a delin­quere per Erri De Luca. E fini­sce così un pro­cesso che non sarebbe mai dovuto ini­ziare che ha visto sul banco degli impu­tati, per un reato d’opinione, lo scrit­tore napo­le­tano, reo di aver soste­nuto in alcune inter­vi­ste che la «Tav va sabotata».

Dopo la let­tura del dispo­si­tivo della sen­tenza da parte del giu­dice mono­cra­tico Imma­co­lata Iade­luca, l’aula gre­mita è esplosa in un applauso. L’autore de Il peso della far­falla è rima­sto quasi impas­si­bile, nascon­dendo la com­mo­zione, poi ha dichia­rato: «Mi sono tro­vato in una lunga sala d’attesa che adesso è finita. Rimane la grande soli­da­rietà delle per­sone che mi hanno soste­nuto qui e in Fran­cia. Ero tran­quillo per­ché avevo fatto il pos­si­bile — ha aggiunto — Que­sta asso­lu­zione riba­di­sce il vigore dell’articolo 21 della costi­tu­zione che garan­ti­sce la più ampia libertà di espressione».

Ieri, nella maxi aula 3 del Pala­giu­sti­zia di Torino, uti­liz­zata per i grandi pro­cessi Thys­sen­Krupp ed Eter­nit, con la sen­tenza di asso­lu­zione l’articolo 21 della Costi­tu­zione ha pre­valso sull’articolo 414 del codice penale fascista.  Prima che la giu­dice si riti­rasse in camera di con­si­glio per quat­tro ore, Erri De Luca aveva letto alcune dichia­ra­zioni spon­ta­nee. «Sarei pre­sente in quest’aula anche se non fossi lo scrit­tore incri­mi­nato. Con­si­dero l’imputazione con­te­stata un espe­ri­mento, il ten­ta­tivo di met­tere a tacere le parole con­tra­rie. Svolgo l’attività di scrit­tore e mi ritengo parte lesa di ogni volontà di cen­sura. Con­fermo la mia con­vin­zione che la linea di sedi­cente alta velo­cità in Val Susa va osta­co­lata, impe­dita e intral­ciata, dun­que sabo­tata per la legit­tima difesa del suolo e dell’aria di una comu­nità minac­ciata. La mia parola con­tra­ria sus­si­ste e sono curioso di sapere se costi­tui­sce reato».

Per le sue dichia­ra­zioni, rite­nute dall’accusa un reato, i pm Anto­nio Rinaudo e Andrea Pada­lino ave­vano chie­sto per l’imputato una con­danna a otto mesi di reclu­sione, in seguito alla denun­cia di Ltf, la società italo-francese che si è occu­pata dal pro­getto e delle opere pre­pa­ra­to­rie della Torino-Lione. L’accusa è caduta. E per il popolo No Tav, che nel pome­rig­gio ha festeg­giato De Luca a Bus­so­leno, si tratta di «un’altra scon­fitta per i pm con l’elmetto». La vit­to­ria «della parola con­tra­ria, più forte delle parole del potere», ha scritto notav .info.

De Luca ha difeso la legit­ti­mità e nobiltà del verbo sabo­tare. «Sono incri­mi­nato per aver usato il verbo sabo­tare. Lo con­si­dero nobile e demo­cra­tico. «Nobile — ha osser­vato — per­ché pro­nun­ciato e pra­ti­cato da valo­rose figure, come Gan­dhi e Man­dela, con enormi risul­tati poli­tici. Demo­cra­tico per­ché appar­tiene fin dall’origine al movi­mento ope­raio e alle sue lotte. Per esem­pio — ha soste­nuto — uno scio­pero sabota la pro­du­zione». Parole «dirette a inci­dere sull’ordine pub­blico» per la pro­cura di Torino. «Ma io difendo l’uso legit­timo del verbo sabo­tare nel suo signi­fi­cato più effi­cace e ampio», ha affer­mato De Luca, che si è detto dispo­sto per­sino a «subire una con­danna penale per il suo impiego» piut­to­sto che a farsi «cen­su­rare o ridurre la lin­gua italiana».  La giu­dice, assol­vendo lo scrit­tore con for­mula piena, per­ché «il fatto non sus­si­ste», sem­bra avere accolto que­sta tesi.

La poli­tica si è divisa su sui social tra chi ha apprez­zato e festeg­giato la deci­sione del Tri­bu­nale (M5s, Sel, Prc, Arci) e chi si invece l’ha for­te­mente cri­ti­cata e si è detto dispia­ciuto se non addi­rit­tura irri­tato dalla sen­tenza: un ampio schie­ra­mento che va dal Pd Ste­fano Espo­sito a Mau­ri­zio Gasparri. Duro l’ex mini­stro Mau­ri­zio Lupi, caduto in seguito a uno scan­dalo sulle «grandi opere» e da sem­pre favo­re­vo­lis­simo alla Torino-Lione: «De Luca non avrà com­messo un reato, ma forse ha fatto di peg­gio, ha con­vinto tanti gio­vani che lan­ciare una molo­tov o pic­chiare un poli­ziotto è un diritto. Non sarà l’assoluzione di un tri­bu­nale a toglier­gli que­sta colpa».

Sod­di­sfatto il legale dello scrit­tore, Gian­luca Vitale: «La sen­tenza riporta le cose al loro posto, si può par­lare anche di Tav. Biso­gna che tutti capi­scano che c’è un limite alla repres­sione, le opi­nioni devono essere lasciate libere. Anche Torino e la Val Susa sono posti normali».  Tal­volta anche l’Italia può essere un paese normale.




ERRI DE LUCA: «LA FRANCIA MI HA DIFESO
E IN ITALIA IL CODICE FASCISTA SABOTA LA COSTITUZIONE»
intervista di Eleonora Martini 

Erri de Luca, non se l’aspettava un’assoluzione, vero?
Per mio tem­pe­ra­mento sono sem­pre pre­pa­rato al peg­gio ma in que­sto caso i pro­no­stici erano impos­si­bili per­ché si è trat­tato di un pro­cesso spe­ri­men­tale: nes­suno scrit­tore era mai stato incri­mi­nato prima con que­sto arnese del codice fasci­sta — l’istigazione — che risale al 1930.

La sua dichia­ra­zione spon­ta­nea prima della sen­tenza ha messo in luce l’assurdità di avere ancora in vigore il codice Rocco.
Quell’articolo 414 non era mai stato usato prima con­tro l’opinione di una per­sona, ma ho voluto sot­to­li­neare il con­flitto tra l’articolo 21 della Costi­tu­zione che garan­ti­sce la nostra libertà di espres­sione e quell’articolo del codice penale fasci­sta che invece la nega. Que­sta era la posta in gioco nel pro­cesso, al di là del mio tra­scu­ra­bi­lis­simo caso per­so­nale. Aveva un peso per sta­bi­lire la tem­pe­ra­tura della libertà di parola: se sof­fre di feb­bre, aggre­dita da una volontà di cen­sura, o se è sfeb­brata ed è sana.

E qual è la dia­gnosi?
La sen­tenza dice che l’articolo 21 della Costi­tu­zione gode di ottima salute: il ten­ta­tivo di sabo­tag­gio da parte della pub­blica accusa è stato respinto.

La mini­stra di Giu­sti­zia fran­cese, Chri­stiane Tau­bira, ha twit­tato due volte in suo onore. «#Erri­De­Luca, quando tutto sarà scom­parso die­tro all’ultimo sole, resterà la pic­cola voce dell’uomo, citando ancora Ten­nes­see Wil­liams», scrive nel primo post. Men­tre nel secondo la Guar­da­si­gilli fran­cese usa una delle poe­sie del comu­ni­sta Louis Ara­gon per salu­tare la sen­tenza nella quale, a suo giu­di­zio, sfuma la giu­sti­zia salo­mo­nica.
Non lo sapevo. Posso solo dire che da noi un mini­stro di giu­sti­zia che cita uno scrit­tore come minimo sbaglia.

In que­sta vicenda, ha sen­tito più vicine le isti­tu­zioni fran­cesi che quelle ita­liane?
La Fran­cia si è espressa al mas­simo livello delle sue isti­tu­zioni, con­si­de­ran­domi un suo cit­ta­dino: il pre­si­dente della Repub­blica fran­cese è inter­ve­nuto più volte su que­sto caso.

Lo stesso Fra­nçois Hol­lande avrebbe tele­fo­nato a Renzi per invo­care cle­menza nei suoi con­fronti. Che lei sap­pia, è vero?

osì risulta dal Jour­nal Du Diman­che, ed è evi­dente che que­sta noti­zia non può essere uscita che dall’Eliseo. Il pre­si­dente fran­cese ha evi­den­te­mente per­messo che la noti­zia diven­tasse pub­blica. Dun­que, è una cosa certa. La Fran­cia, attra­verso il suo mas­simo espo­nente, si è tirata fuori da que­sta sto­ria: è come se avesse detto «una con­danna di que­sto tipo non è con­ce­pi­bile per noi, non in nome dei francesi».

Secondo lo stesso set­ti­ma­nale fran­cese, però, il pre­mier ita­liano non avrebbe mostrato «alcuna indul­genza». E comun­que ieri Palazzo Chigi ha smen­tito «il merito e le cir­co­stanze» della noti­zia.

egare l’evidenza è uno degli stati dell’ubriachezza. Ma tra Renzi e Hol­lande io credo al pre­si­dente fran­cese, ovviamente.

Lei ha avuto con­tatti per­so­nali con le isti­tu­zioni d’Oltralpe? Per­ché l’hanno presa così a cuore?

No, mai avuto con­tatti. Lo fanno solo per­ché sono uno scrit­tore. E uno scrit­tore incri­mi­nato per le sue parole viene adot­tato da quella società civile, da quella opi­nione pub­blica. È già suc­cesso ad altri scrit­tori, che erano in situa­zioni ben peg­giori delle mie, di tro­vare lì una seconda cit­ta­di­nanza. Io resto un osti­nato cit­ta­dino ita­liano, non mi fac­cio smuo­vere dalla mia cit­ta­di­nanza, ma lì mi hanno voluto soste­nere come se fossi un loro concittadino.

Prima della sen­tenza ha voluto ripe­tere che per lei la Tav va osta­co­lata e sabo­tata. Voleva farsi capire meglio o sfi­dare il suo giu­dice?
La parola sabo­tag­gio ha tanti signi­fi­cati che non riguar­dano il dan­neg­gia­mento fisico. Non volevo che il verbo «sabo­tare», che ha piena cit­ta­di­nanza nel voca­bo­la­rio ita­liano, fosse ridotto a que­sto: a un gua­sto mec­ca­nico. O che fosse cen­su­rato da una con­danna penale. D’altra parte, anche que­sta incri­mi­na­zione con­tro di me voleva sabo­tare la libertà di parola. Ho detto che se quelle mie parole erano un cri­mine, non solo ho ripe­tuto il cri­mine ma lo avrei con­ti­nuato a ripetere.

Adesso che «è stata impe­dita un’ingiustizia», come ha detto lei, c’è da fare qual­cosa ancora su que­sto fronte?
Intanto è stato fer­mato un ten­ta­tivo di cen­sura che poteva essere un pre­ce­dente. Dun­que, le per­sone si pos­sono sen­tire più inco­rag­giate nella loro libertà di espres­sione. Ma c’è ancora molto da fare per­ché le lotte delle popo­la­zioni rie­scano ad avere accesso ai canali di infor­ma­zione che costrui­scono l’opinione pubblica.

E sulla Tav?
La Tav della Val di Susa — sedi­cente «alta velo­cità», parole che sono una frot­tola oltre che una truffa — è un’opera che non si farà. Si sabo­terà. Da sola: per man­canza di coper­tura finanziaria.

Nell’aula giu­di­zia­ria c’erano molti val­su­sini…
Sì, e giu­sta­mente con­si­de­rano que­sta asso­lu­zione una loro vit­to­ria, per­ché è stata una delle rare volte in cui qual­cuno impe­gnato a con­tra­stare la Tav è stato assolto.
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