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venerdì 30 ottobre 2015

Dopo Expo: «Diamo vita al quartiere con case e negozi»

Dal punto di vista del progetto di architettura con premesse urbanistiche, si ripete il dilemma iniziale: un modello suburbano monouso, o la complessità plurifunzionale metropolitana post-industriale? Intervista di Andrea Montanari, la Repubblica 30 ottobre 2015, con postilla (f.b.)


«PER vivere, l’area deve diventare un pezzo di città. Milano sfrutti la grande sfida della Città metropolitana». L’archistar Vittorio Gregotti, autore, tra l’altro, del progetto Bicocca che ridisegnò nel 2000 il quartiere dell’ex stabilimento della Pirelli nella periferie Nord Ovest di Milano, con la costruzione del teatro degli Arcimboldi che ospitò la Scala durante il rifacimento del palcoscenico, suggerisce un’idea per il dopo Expo. «L’Expo è stato un successo, ma per il dopo non basta il campus universitario, serve un progetto di vent’anni».

C’è il rischio che l’area diventi una cattedrale nel deserto?
«Milano ha di fronte una grande sfida. Quella di essere diventata ufficialmente una città metropolitana. Con una scala dimensionale e di abitanti molto più ampia. Credo che per il dopo Expo la soluzione giusta sia quella di sfruttare questa prospettiva e pensare di trasformare quel pezzo della città».

Una città satellite?
«No, ma in quell’area non c’è solo il comune di Rho, ci sono alcuni villaggi anche abbastanza importanti che nella prospettiva della città metropolitana potrebbero diventare dei centri secondari di Milano».

Come?
«Per fare questo bisogna evitare che quell’area si trasformi in una periferia abbandonata e non farsi illusioni che questo avvenga in sei mesi. Inoltre non bisogna commettere l’errore di pensare che basti fare di quell’area un campus universitario o un centro di ricerca».

Perché?
«Il progetto della Bicocca è la dimostrazione di come un quartiere di periferia può tornare a vivere. Un campus universitario e un centro di ricerca vanno benissimo, ma coprirebbero solo una piccola parte dell’area. Con il rischio che dalle sette di sera tutto si trasformi in un deserto. Alla Bicocca abbiamo costruito un teatro che funziona ancora adesso. Il quartiere vive oltre all’università. L’unica soluzione perché il dopo Expo resti vivo è farlo diventare un pezzo di città».

In che senso?
«L’università può essere un elemento strettamente collegato, ma non può essere l’unico. Il quartiere Bicocca vive ora perché ci abitano diecimila persone e c’è una grande banca».

Alcuni padiglioni resteranno come Palazzo Italia, secondo lei, che cosa si dovrebbe costruire?
“E pensare che era uno dei peggiori… Certo potranno semplificarlo. Per il resto non resterà più quasi nulla. Ecco perché dico che il dopo Expo deve essere l’occasione per costruire nuove case. Negozi, uffici. Bisogna pensarlo come un progetto metropolitano e polifunzionale e lavorarci. Ma per fare queste cose occorrono vent’anni».

Tutti, però, sostengono che non bisogna perdere tempo.
«Serve un progetto di lungo termine. Mi auguro che la società proprietaria dell’area sia in grado di portare avanti un progetto progressivo. Se hanno un problema di fondi facciano una nuova società e facciano entrare come soci le banche creditrici. Quell’area va messa sul mercato. E il progetto del governo mi sembra ridicolo. Con la densità dei centri urbani vicini e della periferia di Milano non si può pretendere di iniziare con il dire che il verde deve essere la parte prevalente ».

Lei era scettico all’inizio, invece, Expo Milano 2015 è stata un successo.
«Per certi versi lo sono ancora. Per me dal 1958 dopo quello di Bruxelles tutte le Expo sono state un fallimento. Devo riconoscere che qui Giuseppe Sala ha portato il pubblico. La gente è andata lì in massa per visitare padiglioni e mangiare in modo bizzarro. Non mi pare che ci sia stata una spinta politica nella direzione del tema per cui l’Expo 2015 era stato vinto da Milano».

postilla

Al netto di tutto ciò che si può dire dei risultati tangibili (non solo attuali) del citato progetto Bicocca, c'è da sottolineare come Vittorio Gregotti colga, la questione di fondo che ha sempre accompagnato Expo 2015, la coerenza col tema ufficiale, il suo rapporto col territorio locale: aderire al modello ultra-tradizionale del baraccone fieristico industriale specializzato, con pochi soggetti, spazi a organizzazione introversa, e relativa precarietà e bassa resilienza, oppure cercare integrazione – non solo spaziale ovviamente - con l'area metropolitana e la regione urbana, magari recuperando anche quel filo diretto con l'eccellenza delle produzioni agricole locali che l'evento ha declinato quasi solo sul versante mediatico? In altre parole, il riuso del sito verrà gestito in una logica da gigantesco «office park», così come l'Esposizione ha scelto ahimè un impianto propriamente da parco tematico suburbano, oppure si sapranno cogliere seriamente tutti gli elementi innovativi nel lavoro, nell'ambiente, nella residenza e servizi, offerti dalle tecnologie e dalle pratiche sociali di fatto già affermate? Questo, significa (o può significare) realizzare l'auspicato mixed-use nel Post-Expo (f.b.)


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