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sabato 10 ottobre 2015

C’erano una volta gli intellettuali

Un breve resoconto di un interessante convegno della Fondazione istituto Gramsci, nel quadro di una ricerca sul ruolo degli intellettuali nell'Italia degli anni Settanta. Il Fatto quotidiano, 10 ottobre 2015


Gli Anni Settanta sono stati periodizzanti nella nostra storia. E il mondo intellettuale ne fu interprete, talvolta protagonista. Un seminario della Fondazione Gramsci a Roma (“Gli intellettuali nella crisi della Repubblica fra radicalizzazione e disincanto”) ha provato a fare il punto, con una stimolante indagine a più voci affidata a giovani, partendo dall’aureo insegnamento gramsciano che ammonisce a non trasformare i problemi politici in problemi culturali se li si vuole risolvere. Ci si è rivolti verso singole figure, ma anche verso giornali (Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica, l’Unità), riviste (Quindici o Rinascita, per esempio), e con ampi riferimenti alle forze politiche, particolarmente a sinistra – quella ufficiale e quella “extraparlamentare” a cominciare da Lotta continua.

In quel decennio si verificò la fine delle illusioni del cambiamento rivoluzionario, ma anche la messa in mora delle attese riformatrici (la parola “riforma” aveva un significato autenticamente progressivo, all’opposto di oggi quando significa il suo opposto): e toccò agli intellettuali interrogarsi sul senso del cambiamento in atto, cercando di darsi spiegazioni; alcuni ambirono a diventare consiglieri del principe, ovvero dettare l’agenda politica. In ambito cattolico, per esempio, la figura di Pietro Scoppola, studioso di grande valore, una sorta di interlocutore e in parte suggeritore discreto di Aldo Moro, ha come contraltare il cattolico iperconservatore di Augusto Del Noce, che parla di “catastrofe” in atto; mentre in ambito liberale, una figura quale Rosario Romeo, che a sinistra taluno vedeva come un democratico, e talaltro come un reazionario di tre cotte, specie con il suo avvicinarsi al Giornale Nuovo di Indro Montanelli, di cui fu firma prestigiosa.

In fondo, come Scoppola accetta la necessità della fine dell’unità politica dei cattolici, Romeo accetta la fine dell’unità liberale, anche per la delusione che il Pli gli diede, tanto da spingerlo, negli Anni Cinquanta, a essere nel gruppo fondatore del Partito Radicale. Quel Romeo, fervido anticomunista, apprezzò nondimeno gli sforzi del Pci berlingueriano, e la linea della fermezza nei drammatici giorni del rapimento Moro.

Mentre in quel partito ferveva il dibattito sul ruolo dell’intellettuale, con particolare attenzione alle avanguardie artistiche, e al loro rapporto con la “contestazione” giovanile. Ci si interrogava su come dovessero comportarsi letterati, artisti, scienziati verso il partito, e viceversa. Ma si cominciava a riflettere anche sulla natura dell’intellettuale, tenendo conto dei nuovi settori che stavano emergendo con la dilatazione delle figure intellettuali. A sinistra, e nel mondo giovanile, la Nato, il compromesso storico, la stessa accettazione dell’“austerità”, furono lette come altrettanti segnali di una “restaurazione” culturale e politica del “partito di Gramsci”.

Una restaurazione modernizzatrice fu in realtà anche l’operazione Repubblica di Eugenio Scalfari; il Pci stava ormai abbandonando la propria cultura e Scalfari gline offriva un’altra, di ben diversa tradizione: il terzaforzismo, rivisitato con capacità di cogliere i segnali del cambiamento (per esempio il modificarsi delle gerarchie produttive, con l’emergere della piccola impresa), e di intercettare gusti e indirizzare opinioni: di creare “senso comune”, in definitiva.

Con quel quotidiano, che nel 1986, a dieci anni dalla nascita, effettuò il “sorpasso” del Corriere, venne meno la separatezza dell’intellettuale, e il quotidiano di Scalfari si pose come un think tank che ambiva a indicare la linea alla sinistra (con l’eccezione del breve innamoramento per Ciriaco De Mita, “intellettuale della Magna Grecia”), e in particolare a “detogliattizzare” il Pci favorendone l’ingresso nell’area di governo, avviando una feroce polemica contro la “partitocrazia” che ebbe esiti ben diversi da quelli attesi da Scalfari. Ma non ebbe torto a pensare che davanti alla crisi dei partiti, denunciata in una memorabile intervista che gli rese Berlinguer, la cultura politica andava rinnovata al di fuori di essi.

Fu un eretico di tutte le chiese, Pier Paolo Pasolini, però, più di ogni altro, in una estrema rappresentazione del “poeta-vate”, a cogliere le trasformazioni della società italiana, in una sorta di sintonia implicita con Berlinguer. L’uno e l’altro destinati ad essere espulsi dal presente di un Paese che non sapeva che farne di personaggi che apparivano a troppi connazionali soltanto fastidiosi grilli parlanti


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